Eluana, lo “scandalo” della vita

1 Agosto 2008 at 4:46 pm (Cronaca, Riflessioni) (, , )

Sembrava una vita priva di valore, destinata alla condanna. E invece, sta suscitando i pensieri di molti, spingendo a riflettere ciascuno di noi su quanto la vita non sia mai in nostro possesso. La vita di Eluana Englaro sta facendo rumore, aprendo gli occhi sull’ingiustizia insita nell’esprimere sentenze sulla vita.

Certo, il dolore lancinante di una famiglia straziata dal ricordo di una figlia bella, giovane e solare è senza dubbio incomprensibile agli osservatori esterni; è possibile solo immaginare quanto sia il peso sulle spalle della famiglia di Eluana. Tuttavia questa stessa vita, che sembrava ormai impossibilitata ad esprimersi in qualsiasi forma, sta insegnando moltissimo al mondo intero. Ad esempio, lo straordinario fascino che la vita ha in sè, indipendentemente dal nostro inferire su di essa. Un esempio tra tutti: il bambino che cresce, portato per istinto a scoprire ed imparare. E la natura, poi, nel suo misterioso avvicendarsi ancestrale ma dai profumi sempre nuovi.

Per questi motivi, pur essendo in difficoltà nell’esprimere giudizi estremi su vicende come queste – un po’ per rispetto del dolore altrui, un po’ perchè mi chiedo: “Che farei io nella stessa situazione?” – mi sento di dire no. No a condanne sulla vita, magari supportate da informazioni faziose ed ideologiche. E. al contempo, sì. Sì al supporto di tutte quelle famiglie che hanno vissuto o stanno vivendo una situazione simile. Supporto che lo Stato e le strutture sanitarie dovrebbero garantire per difendere la vita.

La richiesta della Procura di Milano di bloccare il provvedimento che autorizza la sospensione dell’alimentazione ad Eluana può essere un inizio.

Pubblico di seguito un intervento dal titolo emblematico fatto da Carlo Casini, presidente nazionale del Movimento per la Vita.

NON ESISTE IL DIRITTO A RIFIUTARE LE CURE

Quanti ritengono giusto che Eluana sia lasciata morire si appellano all’articolo 32 della Costituzione, dove si riconosce che la salute è un “fondamentale diritto” dell’individuo e interesse della collettività, ma si aggiunge che solo la legge può obbligare ad un determinato trattamento sanitario senza comunque violare “i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. Si sostiene che in tale articolo sarebbe garantito un diritto alla cura e un parallelo diritto alla “non cura”: l’autonomia del soggetto sarebbe la radice dell’uno e dell’altro. L’autodeterminazione del soggetto sarebbe il valore sommo. La Cassazione, seguendo questa strada, dopo aver riconosciuto che Eluana è “una persona in senso pieno, viva, non morente, il cui stato di estrema debolezza nulla toglie alla sua dignità di essere umano” ha dato rilievo alla sua presunta volontà di non essere curata, ma esige la prova della non regredibilità del suo stato d’incoscienza.

Qual è allora il fondamento della decisione? L’autodeterminazione oppure la valutazione di un minor valore della vita incosciente? Dall’articolo 32 della Costituzione può ricavarsi davvero il diritto di non curarsi?

La seconda parte dell’articolo non sancisce un diritto alla non cura, ma piuttosto, a non essere sottoposti a violenza. Chi non vuol sottoporsi ad un intervento chirurgico non può essere trasportato di forza all’ospedale e legato. Qualche esempio rende facilmente comprensibile ciò che intendo dire. Chi salva l’aspirante suicida gettandosi nelle acque di un fiume, riceve lode, non incriminazioni. Dunque non esiste il diritto di decidere la propria morte. E se qualcuno prima d’inghiottire il veleno, avesse scritto: “Se mi ritroverete ancora vivo vi proibisco di sottopormi a lavanda gastrica o di somministrarmi antidoti!”, il medico dovrebbe obbedire?

Avviciniamoci di più a Eluana. Una persona affetta da malattia potenzialmente mortale, ma curabile con farmaci assumibili per via orale, rifiuta le cure: il coniuge affettuoso che somministra di nascosto il rimedio sciogliendolo in bevande viola il diritto di autodeterminazione? Dev’essere punito? E’ difficile ammettere un diritto di non curarsi da porre allo stesso livello del diritto alla cura. Allora, nel caso di Eluana, cosa resta? Resta solo la sottovalutazione della vita debole. Ma se si ammette la discriminazione tra vite umane la china è davvero molto scivolosa. Tutti, prima o poi, siamo in pericolo. La vita è la frontiera intransitabile.

- pubblicato su “Avvenire” del 1 agosto 2008, pag. 4 -

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Federica e la banalità del male

13 Luglio 2008 at 2:03 pm (Cronaca) ()

Il male è banale.

Hannah Arendt lo disse nel 1963, intitolando così il resoconto del processo Eichmann, criminale nazista addetto all’organizzazione dei trasferimenti degli ebrei verso i campi di sterminio durante la seconda guerra mondiale. Assistendo al racconto delle atrocità raccontate con estrema naturalezza da quel funzionario del Reich, emerge la spaventosa “normalità” entro cui egli ha agito mandando a morte migliaia di innocenti, “rispettando le leggi e gli ordini” della burocrazia. E  si comprende come questa normalità sia più terribile di qualsiasi atrocità, perchè implica – come fu detto e ripetuto a Norimberga – che questo nuovo tipo di criminale commette i suoi crimini in circostanze che quasi gli impediscono di accorgersi o di sentire che agisce male.

Possiamo dire lo stesso per Victor, il tremendo carnefice della  bella e giovanissima ragazza padovana brutalmente assassinata a Llorett de Mar? Forse sì. Ascolto impietrita i resoconti dei giornalisti, che ricostruiscono la sua confessione dopo la tentata fuga: “Ero strafatto, lei mi ha rifiutato e io ho reagito”. Una stridente, sconvolgente, superba normalità in quelle parole. Come scansare una mosca che infastidisce più del dovuto. Una fredda consapevolezza che lascia tanti interrogativi. Tra tutti, uno che grida dentro chiedendosi: quale umanità emerge da tutto ciò? Quale pietà, quale rispetto per la vita, quale divertimento, quale amicizia, se a comandare le azioni è l’ottenebramento della coscienza con un mix di droga e alcol? Ma purtroppo l’unica risposta è una morte. Banale. E’ un agire che non contempla il pensiero autonomo e indipendente, è un agire superficiale e incapace di aggrapparsi alla razionalità cosciente. E’ un agire nell’abisso della banalità.

Hannah Arendt individua solo nel processo del pensare la potenzialità di attivare nell’uomo la condizione per stabilire un dialogo con se stesso e permettergli di deliberare un giudizio autonomo sugli eventi e così impedirgli di eccedere nel male. E’ il pensiero, infatti, che ci distingue dagli animali, dalle bestie, il cui agire è puro istinto. Che ci apre gli orizzonti, che ci guida. Evitando il peso di un male assurdo che brucia per la grande superficialità con cui si esprime irrompendo nella nostra normalità.

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Errori alla maturità? I più grossi vengono dal Ministero

25 Giugno 2008 at 11:10 am (Cronaca) (, , , , , , )

Da L’Arena di oggi, mercoledì 25 giugno 2008 nazionale pag. 7:

Fanno più danno i fannulloni contro cui il ministro Brunetta ha lanciato una sacrosanta crociata, di cui però siamo ansiosi di conoscere gli esiti, o gli incompetenti e i somari che lavorando, e proprio perché lavorano, combinano tanti e tali disastri che sarebbe molto meglio se non lavorassero? Bella domanda che ci viene suggerita dai recenti sfondoni di cui si sono resi protagonisti i funzionari del ministero dell’Istruzione incaricati di elaborare le tracce per l’esame di maturità.
Non è una novità che i cervelloni del ministero sbaglino le tracce dei temi d’esame (ai nostri tempi si chiamavamo semplicemente «temi» e quindi ci inchiniamo di fronte all’evoluzione del linguaggio della burocrazia didattica): ogni anno c’è qualcosa che non va, tanto che i commissari d’esame (i più bravi perché anche tra i commissari si trovano dei somari), una volta aperte le buste e lette le tracce, si chiedono che razza di scuole abbiano frequentato gli ispettori ministeriali che le hanno partorite, se effettivamente abbiano frequentato qualche scuola o abbiano falsificato le carte, se siano stati assunti per concorso o per clientelismo politico, se infine, assumendoli, si sia depauperato un settore fondamentale dell’economia nazionale come quello dell’agricoltura, privandolo di utili braccia.
Sono domande che ci poniamo anche noi e che si e è posta anche la giovane ministra dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, la «ministrina», che con mossa decisa ma anche un pochino demagogica (lo vogliamo o no dare un segnale che l’Italia sta cambiando?) ha licenziato la capa del brain trust che non solo ha scambiato per una donna il ballerino cui era dedicata la poesia di Montale, «Ripenso il tuo sorriso», ma che nella versione di greco ha saltato una parola essenziale per la comprensione del testo e che ha infarcito la traccia di inglese (presa pari pari da Internet) di errori di grammatica di cui neanche un redivivo Totò sarebbe capace.
Immaginiamo che opinione si saranno fatti dello stato maggiore della scuola (e quindi della scuola in genere) soprattutto i maturandi che per la prova di italiano hanno scelto la poesia di Montale. Li immaginiamo anche curvi sui banchi mentre paragonavano arditamente la «donna» di Montale, non a Nureyev come sarebbe stato corretto, ma alla Beatrice di Dante, alla Laura del Petrarca, alla Fiammetta del Boccaccio e magari alla Lesbia di Catullo. Che avrebbero potuto fare, povere anime? La traccia faceva esplicita menzione del «ruolo salvifico e consolatorio svolto dalla figura femminile» non dai ballerini. Qualcuno di loro, forse a conoscenza che il sorriso della donna di Montale altro non era che quello del compagno di scuola del poeta che si librava sulle punte dei piedi, avrà pensato che, dati i tempi che corrono, tra uomo è donna non c’è differenza, e avrà svolto il tema in questo senso. Qualcun altro avrà pensato che il ballerino, di cui è noto anche il nome, Boris Kniaseff, avesse cambiato sesso grazie a quegli interventi radicali che allora si facevano solo a Casablanca e si sarà dilungato nella descrizione (non richiesta) dei viali di palme impolverate della città marocchina.
Adesso non resta che sperare che le commissioni siano clementi. Che si mettano una mano sul cuore e promuovano il maturando depistato, ma boccino con ignominia le zucche vuote del ministero che, facendo più danno dei fannulloni perseguiti da Brunetta, dovrebbero essere costretti all’ozio retribuito e comprensivo di ferie (teniamo presente che questo è il Paese dei diritti acquisiti). E il discorso non vale solo per il ministero dell’Istruzione e per gli altri ministeri meno esposti al giudizio popolare, ma per gran parte degli uffici pubblici che se non lavorassero sarebbe meglio e le cose in Italia comincerebbero forse a funzionare.

Sito del Ministero della Pubblica (D)istruzione…

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Addio, sergente nella neve

18 Giugno 2008 at 4:19 pm (Cronaca) (, )

Ecco il paginone de L’Arena dedicato alla scomparsa di Mario Rigoni Stern. Di un uomo che negli occhi sempre un po’ lucidi nascondeva quella forza e quell’entusiasmo che di solito si trovano in un giovane nel fiore dei suoi anni. Uno scrittore di ricordi, di eventi. Di pace.

Mario Rigoni Stern è morto ad Asiago all’età di 86 anni. Era malato da tempo. La notizia della sua morte è stata tenuta riservata dalla famiglia, per espressa volontà dello scrittore. I funerali sono stati celebrati ieri pomeriggio, in forma strettamente privata, nella chiesetta del cimitero di Asiago.
Era il più grande scrittore italiano di questi decenni, se c’è uno in Italia che meritava il Nobel era lui. Grande scrittore e grande uomo. Gran camminatore, finché la salute l’ha retto. Era un alpino nato. Era un sergente nato. Un sergente che per i suoi soldati contava più degli ufficiali. Rigoni Stern è il narratore di un evento grandissimo, la ritirata dalla Russia (nell’immortale libro «Il sergente nella neve»), ma la ritirata, che è una faccia della sconfitta, ha una obiettiva, indelebile grandezza, e la grandezza è una faccia della bellezza. La luce che illumina la ritirata del «sergente nella neve» è un disastro epocale, in cui la disfatta è memorabile e grandiosa, come e più di una vittoria.
Rigoni soldato comincia da molto in basso, caporale, e arriva dove può arrivare uno che comincia così, a sergente maggiore, «sergentmagiù». Da lì vede la guerra bassa, la guerra della truppa. La sua truppa è composta di alpini. Gli alpini fanno la guerra senza disciplina, senza crudeltà, senza odio, ma con metodo, con obbedienza, come un lavoro. Da là sotto il sergentmagiù non vede i quadri, le direttive, le decisioni tattiche o strategiche, che infatti nei suoi libri non ci sono; vede il combattimento delle squadre, al massimo dei plotoni. L’assalto, le bombe a mano, «le pesanti» (sottinteso mitragliatrici), i mortai, le bajonette, le trincee. La morte dei proprii soldati e dei nemici. La morte negli occhi. Le isbe, i contadini, le contadine, la solidarietà, il pianto, la pietà. È una guerra da volontario, ma combattuta perché altri vogliono.
C’è una spietatezza nella vita militare, che si traduce nell’espressione «l’è dura». La durezza merita pietà, per sé e per i nemici. È una condizione fatale, voluta dal destino. Mussolini sta in un altro orizzonte, oggetto di qualche breve sberleffo. Hitler non esiste. Il fascismo, mai nominato. I fascisti qualche volta, sotto forma di soldati inefficienti, bravi solo a cantare «Pugnal fra i denti». Da là sotto (il livello della truppa) le grandi svolte arrivano incomprensibili. In «Quota Albania», «i francesi hanno chiesto l’armistizio, l’ho sentito alla radio». In Grecia, i greci si ritirano mentre ci tenevano inchiodati, perché sono attaccati dai tedeschi dalla parte della Tracia. In Russia, improvvisamente «corre voce che siamo circondati», ma quando e come non si sa. In Francia, in Albania, in Grecia, in Russia, la guerra di Rigoni Stern è una condizione esistenziale, non storica.
Il soldato migliore di tutti è quello che sopporta più di tutti. La sopportazione va al di là della sopportabilità, tocca limiti nei quali non si sentono più i nervi, le ossa, le gambe, le mani, l’unità del proprio corpo: il corpo diventa due, uno sei il tu che conosci e l’altro sei un tu che non conosci. Un tenente impazzito bussa all’isba di notte, è convinto che l’isba sia una tipografia, viene a chieder che gli stampino l’articolo. La grandezza sta nel varcare i limiti oltre i quali non si è, fermarsi nel nuovo mondo, e poi tornare indietro. La grandezza sta nel gettare uno sguardo sull’Inferno. La ritirata dal Don è una risalita dall’Inferno, i superstiti sono dannati redivivi.
Nel mondo dei vivi, i dannati non possono raccontarsi, perché non vengono creduti. Allora si cercano tra di loro, per credersi e confermarsi. La scrittura di Rigoni Stern è un racconto collettivo, a nome di tutti, per dare esistenza scritta a qualcosa che fatica ad avere un’esistenza orale. Perché ciò che lui racconta sia accettabile per tutti, Rigoni lo svuota di ogni giudizio etico, lo carica soltanto di un valore esistenziale: perciò i suoi diari militari sono epici, grandiosi, ammalianti, duraturi. Non si poteva (non potevo) salire all’Altopiano senza pensare (inconsciamente) che Rigoni era lì. L’Altopiano era pieno di lui. Adesso è vuoto. (F. Camon)

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Manifestare? Una professione…

3 Giugno 2008 at 6:42 pm (Cronaca) ()

Scusate se vi ripropongo autori già presentati poco tempo fa…ma i temi e le argomentazioni non sono male…ancora lo “Specchio Italiano“, ancora Silvino Gonzato, oggi sui manifestanti di professione…

Domenica tra gli abitanti di Chiaiano che manifestavano contro l’apertura della nuova discarica voluta dal governo per liberare il quartiere napoletano dalle montagne di immondizia che lo stanno soffocando, c’erano anche i «no global» e i «disobbedienti» di Casarini che del movimento internazionale sono una variante italiana. Manifestare è un diritto. Diventa un dovere quando non ci sono altre vie per far valere le proprie ragioni. La protesta pacifica (quella violenta è un crimine quasi sempre impunito) è la risposta della piazza alle soperchierie, vere o come tali percepite, del Potere, e un efficace mezzo, permesso solo in democrazia, per cercare di contrastare misure che si ritengano ingiuste e dannose.
A buon diritto gli abitanti di Chiaiano non vogliono la discarica sotto casa e manifestano perché sia trasferita sotto casa di altri che, a loro volta, a buon diritto, scendendo in piazza, cercheranno di sbolognarla ad altri ancora. Ma che c’entravano domenica con Chiaiano i «no global» e i «disobbedienti», tutta gente che viene da altre città con altri problemi (il veneziano Casarini ha quello dell’acqua alta) e che con le angosce degli abitanti di quel quartiere non hanno niente da spartire? «Statevene a casa, ci venite a inguaià», ha detto al Tg1 una signora con un bambino in carrozzina e un altro al collo, all’indirizzo di un manifestante che urlava slogan con accento bergamasco in uno di quei gracchianti altoparlanti a batterie che fanno da contrappunto a ogni corteo che si rispetti. La signora dimenticava che in Italia manifestare è una professione.
Oggi qui, domani là, il professionista della protesta in piazza è presente ovunque col compito di agitare, aizzare, provocare, riscaldare il ferro quando gli sembra che questo si stia raffreddando, incanalare la folla inesperta lungo percorsi che magari portino allo scontro fortuito con le forze dell’ordine a presidio di obiettivi «sensibili».
I professionisti della protesta sono presenti ovunque tranne che nei luoghi in cui si manifesta contro i grandi veri mali del Paese, la mafia, la camorra, la ’ndrangheta. Non c’erano il 18 aprile scorso a Crotone quando decine di migliaia di calabresi, in massima parte giovani, sono scesi in piazza contro la malavita organizzata, non si sono visti il 24 maggio a Palermo quando i siciliani onesti hanno commemorato Giovanni Falcone, non è stato segnalato alcun «no global» o «disobbediente» o «No Tav» nemmeno a Polistena, a Corleone, a Cinisi.
Niente di strano. Come ogni professionista ha diritto alle ferie, così i professionisti della protesta, fanno coincidere le loro vacanze con le manifestazioni, come quelle popolari contro la malavita organizzata, in cui rischiano di non avere visibilità, di confondersi nel mare di una folla che gli ruba la scena e magari li espelle come corpi estranei. Meglio disertare le piazze in cui si ha tutto da perdere e niente da guadagnare. Il manifestante a tempo pieno è generalmente istruito, ha alle spalle buoni studi, legge i giornali e si aggiorna in continuazione. Nel caso di Chiaiano, prima di partire da Bergamo o da Bologna o da Rosolina Mare, si è informato su cosa sono le discariche e i termovalorizzatori. Manca mai che uno, in pieno corteo, glielo chieda. Manca mai che uno gli chieda quale governo è in carica, se di destra o di sinistra.
Anche la morosa che si porta dietro deve avere almeno un’infarinatura di qualcosa. Non può dire «Sono qua perché sono la morosa di quello lì col megafono». Anche lei deve conoscere gli slogan che, comunque, sono facili da imparare e sono sempre gli stessi per tutte le piazze e tutte le occasioni. Anche se ad un certo punto a Chiaiano avrà chiesto al moroso: «Quando la bruciamo la bandiera di Israele?».

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