Obama e il cambiamento
Dall’articolo di L.Caracciolo su Limes – mensile di Geopolitica:
La straordinaria vittoria di Barack Obama non cambia il mondo. Cambia la possibilità di cambiarlo. Il primo presidente nero degli Stati Uniti d’America non è stato solo eletto a grande maggioranza dal suo popolo, è stato virtualmente plebiscitato da gran parte del pianeta. La doppia legittimazione, domestica e globale, di un leader assai consapevole di sè e del proprio ruolo storico, redistribuisce le carte del gioco geopolitico su scala mondiale. E’ ancora presto per stabilire come. Ma certamente tutti i potenti del mondo, amici o avversari dell’America, stanno ricalibrando il proprio modo di approcciarsi alla principale potenza. Probabilmente la realtà abbasserà le aspettative che l’America e il mondo ripongono in Barack Obama. Dopo la notte della poesia ci saranno molti anni di prosa. Ci saranno, tra l’altro, ancora 77 giorni di Bush, nei quali può succedere di tutto con un’America con due presidenti, cioé nessuno.Il vincolo maggiore per il neopresidente degli Stati Uniti è lo schiacciante debito nazionale, che viaggia oltre i 10,6 trilioni di dollari. Un macigno che costringerà il “principe della speranza” ad accrescere ulteriormente lo stock di debito onde finanziare almeno parte dei progetti infrastrutturali e sociali necessari a mitigare gli effetti della recessione e ad avviare una moderata redistribuzione del reddito.
Il debito nazionale peserà anche sull’azione internazionale della nuova America. Obama sarà costretto a chiedere a tutti, ma in particolare agli “amici e alleati”, più soldi e più soldati per sostenere la leadership americana nelle guerre e nelle aree di crisi. Cominciando con l’Afghanistan, dove probabilmente Obama proverà a trasferire la “strategia Petraeus”, chiedendo però che all’aumento dei soldati contribuiscano questa volta anche gli europei.
Il 20 gennaio, quando Obama prenderà finalmente possesso della sua carica, non ci sarà più tempo per promesse e discorsi. Il nuovo presidente dovrà subito dimostrare al paese e al mondo di saper essere all’altezza della propria immagine. Molto dipenderà dalla sua squadra, cui in queste ore tutti (compresi molti repubblicani) ambiscono a partecipare.
In ogni caso, dopo Obama comincia un’altra, inedita pagina della storia americana. Se sarà anche un’altra pagina della storia mondiale non dipenderà solo dal leader appena plebiscitato, ma anche da noi.
Noi, sì. Che dobbiamo continuare ad avere il sogno, quel sogno di vera democrazia di parlava Martin Luther King alla sua nazione. Questo sogno:
And so even though we face the difficulties of today and tomorrow, I still have a dream.
It is a dream deeply rooted in the American dream.
I have a dream that one day every valley shall be exalted, and every hill and mountain shall be made low, the rough places will be made plain, and the crooked places will be made straight; “and the glory of the Lord shall be revealed and all flesh shall see it together.”
I have a dream that one day this nation will rise up and live out the true meaning of its creed: “We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal.”
I have a dream that one day on the red hills of Georgia, the sons of former slaves and the sons of former slave owners will be able to sit down together at the table of brotherhood.
I have a dream that one day even the state of Mississippi, a state sweltering with the heat of injustice, sweltering with the heat of oppression, will be transformed into an oasis of freedom and justice.
I have a dream that my four little children will one day live in a nation where they will not be judged by the color of their skin but by the content of their character.
I have a dream today!
I have a dream that one day, down in Alabama, with its vicious racists, with its governor having his lips dripping with the words of “interposition” and “nullification” — one day right there in Alabama little black boys and black girls will be able to join hands with little white boys and white girls as sisters and brothers.
I have a dream today!
L’India, l’Europa, il mondo
Da Asianews.it, 16 settembre :
Ancora violenze anti-cristiane in Orissa; attaccato un asilo in Kerala
Le violenze anti-cristiane iniziate nell’Orissa 3 settimane fa, ancora non si placano; anzi si diffondono anche in Kerala.
In Orissa, dopo settimane dalle prime violenze e lunghi giorni di coprifuoco e di stato d’emergenza, ieri notte nel distretto di Kandhamal, l’epicentro delle violenze anti-cristiane, una folla di oltre 500 indù ha attaccato una stazione di polizia e bruciato diversi veicoli. Un poliziotto è stato ucciso. L’attacco sembra essere una rappresaglia contro la polizia che nei giorni scorsi a Krutamgarh aveva sparato sui militanti indù per fermare un loro tentativo di bruciare alcune case di cristiani.
Ma le violenze contro i fedeli continuano. P. Dibyasingh Parichha, portavoce della diocesi di Cuttack-Bhubaneshwar, ha detto ad AsiaNews che “il 14 settembre nel villaggio di Makabali, sono state bruciate 12 case di cristiani; una a Debari e una a Murudikupuda. Ieri, vicino a Raikia è stato ucciso un cristiano”.
L’ondata anticristiana si diffonde in altre aree dell’India. L’asilo cattolico Jaya Mata è stato assaltato da sconosciuti nella notte fra il 14 e il 15 settembre. Il fatto è avvenuto nel distretto di Kasargode (Kerala, India sud-est). Un locale dell’asilo è temporaneamente usato come cappella, dato che la chiesa parrocchiale è in restauro. Ieri mattina, p. Antony Punnoor ha trovato distrutte il cartello di entrata, le vetrate e le finestre dell’asilo; una statua della Madonna è stata sfregiata con pietre. La polizia ha aperto un caso e rafforzato la sicurezza attorno alle chiese, temendo attacchi come in Orissa e Karnataka.
Bernardo Cervellera di AsiaNews.it scrive:
L’India del Mahatma Gandhi, della tolleranza, della democrazia è scivolata nella vergogna. “Una vergogna per la nostra Patria”: così il premier Manmohan Singh e il card. Oswald Gracias, arcivescovo di Mumbai, hanno definito il pogrom contro i cristiani scatenatosi dal 23 agosto in poi nello stato dell’Orissa. Il bilancio è gravissimo e destinato a crescere: decine di morti (alcune fonti dicono 100); almeno 52 chiese (fra cattoliche e protestanti) distrutte; centinaia di case danneggiate; quattro conventi, cinque fra ostelli e alloggi per giovani, sei istituti cattolici dediti al volontariato e al sociale devastati, centinaia di auto e altri oggetti personali incendiati. Ancora oggi migliaia di cristiani, fuggiti al massacro vivono nelle foreste vicine, nel terrore, senza abiti, né cibo.
L’Orissa, uno stato del nord-est indiano, non è nuovo a queste ondate di persecuzione. Lo scorso dicembre, alla vigilia di Natale, l’organizzazione fondamentalista indù (Vishwa Hindu Parishad, Vhp) ha ucciso 3 persone, attaccato e distrutto 13 chiese e cappelle, ferendo e lasciando senza tetto un gran numero di cristiani sempre nel distretto di Kadhamal. A spingere le folle indù contro i cristiani vi era Swami Laxmanananda Saraswati, uno dei capi del Vhp.
Quest’ultimo sussulto di persecuzione è avvenuto proprio dopo la morte dello Swami ad opera di un gruppo terrorista maoista la sera del 23 agosto. Sebbene anche alla polizia fossero chiari gli autori dell’assassinio dello Swami, alcuni capi del Vhp hanno subito dato la colpa ai cristiani e durante le cerimonie funebri del guru migliaia di radicali indù hanno dato inizio al pogrom col grido “uccidete i cristiani! Distruggete le loro istituzioni!”.
L’accanirsi contro persone e strutture serve ad eliminare la missione dei cristiani. Tribali – spesso utilizzati come schiavi per i lavori agricoli – e Dalit, gli emarginati dalle caste, vedono nel cristianesimo una strada per migliorare la loro situazione, vedere affermati i loro diritti, trovare finalmente una dignità al loro essere uomini. In un certo senso, la persecuzione è la misura dell’efficacia della missione cristiana.
Nell’opporsi all’impegno dei cristiani, i fondamentalisti indù si oppongono anche all’induismo di Gandhi, che voleva per l’India un Paese laico, aperto a tutte le religioni, l’eliminazione delle caste e la dignità dei Dalit, da lui definiti “figli di Dio” (harijian).
Il Vhp, nel suo nazionalismo esclusivo, molto vicino al nazismo, vuole invece eliminare dall’India cristiani, musulmani, parsi. Insomma: distruggere la storia dell’India, da sempre luogo d’incontro e di integrazione fra culture e religioni.
Oltre alla “vergogna” dell’India, vi è anche una “vergogna” per l’Europa e per il mondo. Al di là di qualche sparuta voce – come quella del ministro italiano Frattini – nessun governo ha osato dire qualcosa sui massacri dell’Orissa, domandandone la fine. Molte associazioni così pronte a difendere gruppi, minoranze, specie in estinzione, impegnati pacifisti hanno preferito tacere e anzi sospettare che dietro le accuse di proselitismo fatte dai radicali indù ci sia una qualche verità. Come hanno giustamente additato alcune personalità vaticane, vi è in Europa e nel mondo una specie di “cristianofobia” che cerca di scrollarsi di dosso, anche con la menzogna, l’eredità cristiana. Per questo, le notizie di persecuzione dei fedeli in Orissa, come in Cina o in Medio oriente, non interessano, anzi sono magari giustificate.
Cristiani massacrati in India
Anche se negli ultimi giorni non sono state registrate nuove violenze, la CBCI continua a monitorare la situazione nell’ Orissa - la regione dell’India colpita dalla rivolta anti-cristiana – raccogliendo informazioni e diffondendole ai media nazionali e internazionali e alle autorità governative.
Due settimane di feroci attacchi a case, scuole e conventiNUOVA DELHI, giovedì, 11 settembre 2008 – Dopo due settimane di violenze contro i cristiani, nello Stato indiano dell’Orissa, nel nord-est del Paese, le vittime sono 27.
Gli attacchi sono scoppiati dopo che il leader induista Swami Laxmanananda Saraswati e quattro dei suoi associati sono stati uccisi nel distretto di Kandhamal il 23 agosto.
Anche se i maoisti hanno rivendicato l’attentato, presto si è scatenata la violenza contro i cristiani. I radicalisti indù hanno distrutto più di 4.000 case in tutto il territorio dell’Orissa e dato alle fiamme scuole, chiese e conventi.
Le forze di polizia, dal canto loro, si sono dimostrate del tutto inadeguate a livello numerico per far fronte alla situazione. Molti poliziotti, inoltre, non avevano armi in dotazione o non hanno fatto niente per fermare i fanatici. In alcuni casi, tuttavia, hanno avuto un ruolo significativo nell’avvertire sacerdoti, suore e fedeli cristiani perché riuscissero a sfuggire alla violenza.
Con l’intensificarsi delle violenze, Babu Joseph, portavoce della Conferenza dei Vescovi Cattolici dell’India (CBCI), e altri leader cristiani hanno denunciato la situazione ai media e agli ufficiali governativi.
Il 7 settembre, è stata osservata in India una giornata di digiuno e preghiera per la situazione dei cristiani.
I leader cristiani sono anche apparsi sui media nazionali e internazionali per spiegare il proprio punto di vista, emettendo numerose dichiarazioni e tenendo conferenze stampa per esprimere la posizione della Chiesa.
Allo stesso modo, hanno anche sottoposto dei memorandum a personaggi come Sonia Gandhi, il Ministro dell’Interno Shivraj Patil e quello della Difesa A.K. Anthony.
Una guerra mai spenta
Una vera e propria polverira, il Caucaso. Una situazione riaccesa agli occhi di noi occidentali solo un mese fa, con l’invasione delle regioni secessionaiste Abkhazia e Sud Ossezia da parte della Georgia e il repentino contrattacco russo (così ci raccontano i media cosiddetti “mainstream”). Mi è piaciuto riflettere sulla crisi caucasica attraverso questo articolo di Joseph Yacoub, tratto da Avvenire di ieri.
La guerra tra Russia e Georgia sull’Ossezia del Sud e l’Abkhazia ha riproposto con forza la questione delle frontiere nei Paesi del Caucaso e, ancor più, il problema della coabitazione di una grande varietà di popoli e di minoranze etniche, linguistiche e religiose.
Ecco dunque che il Caucaso rischia di tornare a infiammarsi per nuovi conflitti etnici di cui solo lui conosce il segreto.
Scriveva nel 1881 il geografo francese Elisée Reclus: «Si sa quanto sia stata lunga e faticosa la conquista del Caucaso: è durata due secoli… Quasi tutti i montanari del Caucaso conservano l’odio dei vinti contro i vincitori e ricordano con orgoglio i tempi dell’antica indipendenza». Proseguiva: «Si sa che il Caucaso è il Paese delle religioni e delle lingue». Già nell’antichità lo storico Plinio il Giovane (62-113) affermava che, per amministrare bene le regioni caucasiche, i Romani dovevano usare centotrenta traduttori.
Nella sua Geografia Strabone (63 a.C.-25 d.C.) evocava le immagini di un mosaico su un territorio ristretto e dell’umanità. Isolato complesso montuoso, il Caucaso è in preda a scosse e convulsioni politiche che arrivano da ogni parte. Storia e posizione geografica spiegano l’eterogeneità e la complessità della sua popolazione. Accanto ai tre popoli dominanti, georgiani, armeni e azeri, coesistono nazionalità e minoranze che superano il centinaio come adighei, abkhazi, cabardini, circassi, caratini, ceceni, ingusci, psciavi, nogai, talisci, curdi yazidi, assiri, osseti, calmucchi, tatari, agiari, baschiri, lazi, svani, khevsuri, tati ecc. Si trovano affiancate lingue diversissime: caucasiche ma anche turche (o turaniche), indoeuropee, iraniche e semitiche. Negli anni 1991-1992 moltissimi popoli caucasici si erano autoproclamati sovrani, come i sudosseti e gli abkhazi in Georgia e gli armeni del Nagorno-Karabakh in Azerbaigian. Ma ogni proclamazione d’indipendenza era stata accompagnata dal conflitto armato, con il suo fardello di rifugiati e sfollati.
Dopo la dissoluzione dell’Urss, questa regione ribelle e turbolenta si è vista sconvolta da sussulti nazionalisti: sanguinosi combattimenti tra georgiani, conflitti che oppongono i georgiani a osseti e abkhazi, guerre tra azeri e armeni che si disputano il Nagorno-Karabakh, talisci e lesghi contro azeri, russi contro ceceni, ceceni contro ingusci, cabardini contro balcari, cumucchi contro lachi, darghini contro cumucchi. A partire dal 1990 la situazione ha assunto aspetti drammatici. Va detto che questa zona è di primaria importanza geopolitica e strategica. ‘Marca’ della Russia posta sul fianco meridionale, i legami che la uniscono con Mosca sono forti e antichi e importantissimo è il ruolo che questa periferia montuosa svolge nella tradizione nazionale e nella letteratura russa. Lo testimoniano opere di scrittori come Puškin, Lermontov e Tolstoj, per quanto talvolta esse assumano connotazioni coloniali. Ma la Russia impiegò due secoli a ‘pacificare’ il Caucaso. Poiché, fin dall’inizio, i popoli caucasici resistettero tenacemente al dominio russo. In passato migliaia di caucasici, soprattutto musulmani, abbandonarono i loro paesi per il Medio Oriente ( Turchia, Siria, Giordania…), preferendo l’esilio all’occupazione. Dopo la dissoluzione dell’Urss, il Caucaso è oggetto di contesa tra Stati Uniti e Mosca, in ragione soprattutto del petrolio del Mar Caspio. La Georgia si è nettamente occidentalizzata e vorrebbe a tutti i costi aderire alla Nato, l’Azerbaigian si è da tempo avvicinato alla Turchia a tutto danno dell’Armenia che si preoccupa, e i Paesi musulmani s’interessano al conflitto in Cecenia e in Daghestan. Del resto questa regione è stata in ogni epoca un crocevia di grandi strade commerciali (Mesopotamia, Bisanzio, Turchia, Persia, Russia), un luogo di incontro e di confronto tra Oriente e Occidente, una terra di antica cultura impregnata fin dalle origini di cristianesimo, islam e credenze autoctone legate alle culle delle grandi civiltà. Nessuno dei conflitti emersi in questi ultimi due decenni si è definitivamente risolto: tornano a scoppiare di tanto in tanto, come il conflitto ceceno, quello (congelato) del Nagorno-Karabakh e ora l’Ossezia del Sud e l’Abkhazia. Il Caucaso si trova a fare i conti con logiche nazionalistiche che si contrappongono e si escludono a vicenda su autonomia, principio di autodeterminazione, frontiere etniche e geografiche e integrità territoriale. Questa zona è incontestabilmente la regione potenzialmente più conflittuale.
Dalla sua pace dipende in parte la pace nel mondo. Fin d’ora, siamo realisti. La prospettiva di una soluzione non può venire dal moltiplicarsi degli Stati – tantomeno nel Caucaso – ma da un pieno riconoscimento dell’autonomia delle minoranze all’interno degli Stati esistenti.
Un’atroce realtà: il Darfur
Sudan, il “Paese dei Neri”. Era così che gli arabi chiamavano i territori confinanti col Sahara meridionale (Bilād al-Sūdān), le cui popolazioni erano di colore. Oggi, per noi occidentali almeno, è immediato il collegamento con la parola Darfur. Il Darfur, una regione grande come la Francia, situata nel Sudan occidentale. Cosa mai avrà di tanto speciale da essere nominato così di frequente? Se lo saranno mai chiesto i politici italiani, magari quelli che, alla domanda delle “Iene” di Mediaset su cosa fosse il Darfur, hanno risposto con le più incredibili assurdità. “E’ un modo di essere sopra le righe”, “un modello di sviluppo”…vergogna!
Parte di un Paese di per sé dilaniato da un’endemica guerra civile, il Darfur presenta all’umanità intera conflitti che hanno origini remote e risalgono agli scontri fra le popolazioni nomadi arabe e le popolazioni stanziali africane (Fur, Masalit, Zaghawa) per risorse vitali come terra e acqua. Amnesty International ha stimato attorno ai 300 mila i morti e i feriti di queste tribù fra il 2003 e il 2006. Questo è il Darfur.
Che si colloca in uno Stato che nel 2004 la Comunità Internazionale ha descritto come “la più grave situazione umanitaria esistente”. Il conflitto tra nord del Sudan, prevalentemente musulmano, ed un sud cristiano animista è alimentato da una guerra civile che dura da più di 40 anni. Molti gli sforzi fatti dalla Comunità Internazionale e numerosi anche i tentativi di organizzazioni africane (tra cui l’Unione Africana, AU) di portare la guerra civile ai tavoli di pace. Ma resta grave il problema dei guerriglieri ribelli contro un governo del nord che ha imposto, sin dagli anni ‘80, il duro regime della Sharia, la legge araba. A contrapporre infatti l’egemonia del GoS (Government of Sudan) due principali fazioni ribelli: lo SLA (Sudan People’s Liberation Army) e il JEM (Justice for Equality Movement) che hanno imbracciato le armi contro il regime militare guidato dal generale Omar Hasan Ahmad al-Bashir e dominato dal Fronte nazionale islamico (NIF). Ma il nemico non sta a guardare. E risponde lasciando a briglia sciolta le milizie arabe (Janiawid). Le conseguenze? Villaggi bruciati, case distrutte, razzie, morte e violenza.
Centinaia di migliaia di persone costrette ad abbandonare le proprie case, in preda alle due impetuose
forze contrapposte. Secondo le Nazioni Unite, ci sono attualmente oltre 2 milioni di sfollati, ridotti in condizioni di estrema povertà, rifugiatisi entro i confini del Darfur, mentre circa 200 mila hanno oltrepassato i confini del vicino Chad.
Governo e gruppi ribelli, i nemici che, paradossalmente, finiscono per mietere le stesse identiche vittime: gli innocenti. Ed è per i loro volti straziati, per le loro vite logorate da un odio esterno senza alcun argine, che risuona come un nostro dovere improrogabile conoscere. Perché il Darfur è una realtà. E non mera parola priva di significato.
Per capire i misteriosi (ma non troppo) rapporti con la Cina LEGGI QUI
Betancourt, la forza di una donna
“Primero do gracias a Dios y a la Virgen por este momento tan bello”.
Queste le prime parole di Ingrid Betancourt dopo la sua liberazione. Parole struggenti che mi hanno sconvolto l’anima per la toccante profondità del loro contenuto espresso in una forma apparentemente semplice, genuina.
Una donna certamente tenace, che ha respirato fin da giovane l’aria della politica con le esperienze istituzionali dei genitori – il padre un ex-ministro all’educazione e la madre ex-senatrice. Donna dalle idee chiare, che è giunta alla fondazione di un partito – Partido Verde Oxigeno, di centro-sinistra – con il quale desiderava lottare contro la piaga colombiana della corruzione e del narcotraffico.
Ma, nel preciso momento del rapimento nel febbraio 2002 per opera delle Farc – Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia da 40 anni in lotta col governo di Bogotà – soprattutto madre di due figli, che rivedrà solo dopo sei anni. Cresciuti, forti, sani: un’esplosione di gioia per gli occhi di una madre costretta a una lontananza forzata da quelli che lei stessa ha definito “mi luz, mis estrellas”. E’ in quel momento di trasparente gioia che il ringraziamento più grande si scioglie in un dolce pensiero a Dio, Padre e Figlio, e alla Vergine Madre. Una donna straziata dalle sofferenze di una lunga prigionia che tuttavia si offre in una staordinaria serenità, come pervasa da un Amore più grande di qualsiasi guerriglia o rancore. “Abbiamo dovuto superare tanti momenti terribili. Ma quando sull’elicottero ho visto che il comandante che per tanto tempo ci ha costretto a subire molte umiliazioni era prigioniero, non ho provato gioia: ho provato solo pena per lui”.
Un esempio di umanità, di profonda gratitudine; emblema di una Bontà superiore che accarezza in modo del tutto inatteso ma travolgente facendo luce anche dove sembra impossibile vedere anche solo un piccolo spiraglio.
Una donna, dicevamo, combattiva. E insieme una mamma piena d’amore per i suoi figli. Ed ora, anche una persona ritrovata. Rinnovata nello spirito. La vediamo sugli schermi abbracciare la madre, inginocchiarsi con lei e baciare un rosario di legno grezzo. E la forza di questo fermo immagine non può non scuoterci dentro.
Il volto della fame
Madhya Pradesh, India. Un reportage di Damian Grammaticas della BBC NEWS. Una terra dove la denutrizione in età infantile arriva al 60%. Un modo per condividere quest’informazione e riflettere un po’ su una grave piaga del nostro tempo. Rispolverate l’inglese e leggete qui…
BBC News: Malnutrition getting worse in India
Il paradosso del nostro tempo
Paesi e organizzazioni si sono impegnati a stanziare 6,5 miliardi di aiuti. La Banca Mondiale ha promesso 1,2 miliardi di dollari, gli Usa 1,5 miliardi, la Francia 1,5 miliardi su 5 anni, il Regno Unito 590 milioni di dollari. L’Italia si è impegnata a versare 190 milioni di euro.
«Ci sono state grandi declamazioni, affermazioni di principio, ma non ho sentito quella coesione unanime che sarebbe stata necessaria» di fronte ad un problema così grave come la fame nel mondo, ha detto il ministro degli esteri, Franco Frattini. Lo scontro che ha impedito fino all’ultimo un accordo più ampio ha visto protagonisti da una parte Europa e Usa e dall’altra il cosiddetto «blocco latino-americano» guidato dall’Argentina. I latino-americani si sono opposti alle critiche del testo contro le limitazioni dell’export, che l’Argentina in particolare attua per riuscire a sfamare la popolazione locale e a calmierare i prezzi. Pesante bocciatura del vertice da parte delle Organizzazioni non governative, tutte molto deluse.
Un fallimento. Ecco il termine che riassume quest’incontro. Ma d’altronde, che cosa ci si poteva aspettare? Una due giorni di incontri intensivi non potrà mai creare le basi di un dialogo pur necessario ma che ha bisogno di lunghi tempi di sedimentazione e maturazione per essere davvero efficace. Un dialogo che ha certamente bisogno di diventare adulto mantenendo lo spirito e la vivacità di un giovane pieno di progetti e speranze. E invece, quello che esce da questo vertice FAO sa di vecchio, un vecchio però privato delle sue qualità positive. Tra cui, soprattutto, la saggezza. Che è di chi ha accumulato molte esperienze durante l’arco della vita, e le sa raccontare e trasmettere al giovane dando loro un’impronta positiva, come di una strada tracciata che ha bisogno di essere portata avanti con carisma e dedizione. E invece, cosa troviamo al vertice FAO? Rappresentanti importanti, vertici di grandi nazioni, persone “vecchie” che sembrano parlare del problema della fame come una prassi ormai assegnata da tempo e che dev’essere portata a termine in qualche modo. Emblema del paradosso che caratterizza il nostro tempo, e che vede da una parte del mondo persone chiedersi: “Cos’è il problema della fame?”, e dall’altra parte ancora persone che saprebbero darne precisa spiegazione e turbati si chiedono: “Cos’è il problema dei rifiuti?”…questa situazione è sconcertante.
Il summit FAO 3-5 giugno
Sono una cinquantina i leader di tutto il mondo che parterciperanno al summit sulla sicurezza alimentare. La FAO esorta la comunità internazionale a prendere azioni immediate per affrontare il problema della fame e della malnutrizione, del rialzo dei prezzi alimentari, della scarsità di terra ed acqua, del cambiamento climatico, della produzione di biocombustibili e della crescita della popolazione.
“La drammatica situazione alimentare mondiale evidenzia il fragile equilibrio tra disponibilità mondiale di cibo e fabbisogno della popolazione, e che gli impegni presi in passato per accelerare il cammino verso un mondo senza fame non sono ancora stati realizzati”, ha affermato il Direttore Generale della FAO Jacques Diouf. “In considerazione del grave squilibrio tra offerta e domanda alimentare mondiale, i mercati cerealicoli potrebbero non riguadagnare stabilità nel breve periodo. I prezzi potrebbero calare, ma con tutta probabilità non torneranno ai bassi livelli passati. Noi speriamo che i leader mondiali che converranno a Roma per il summit adotteranno le misure urgenti necessarie per potenziare la produzione agricola, specialmente nei paesi più colpiti, ed allo stesso tempo proteggere le popolazioni povere dagli effetti negativi dei prezzi alti delle derrate”.
E che arrivino risposte serie lo speriamo in tanti, da un progetto a lungo termine che veda le grandi nazioni del cosiddetto Occidente ricco unire gli sforzi perchè non sia più ammesso che un terzo della popolazione mondiale consumi anche la parte che di diritto spetta a chi, invece, oggi grida in silenzio una condizione di estrema povertà. Perchè nasca un sentimento in grado di andare ben più in profondità dell’arida e superficiale pietà che le immagini televisive di occhi tristi e stremati di piccole e fragili creature tendono a suscitare ma con la stessa velocità a cancellare dalla nostra mente, dal nostro cuore. Avere una vita dignitosa è diritto fondamentale di ciascun uomo sulla terra. Sta a ciascuno di noi non permettere di cancellare questa verità così spesso offuscata.
Vedi anche http://www.fao.org



