AAA cercasi onestà
Terremoto in Abruzzo. Una disastrosa calamità naturale che, colpendo motli dei nostri connazionali, dovrebbe colpire nel profondo ciascuno di noi. Come in filo comune che ci lega tutti in quanto italiani e in quanto uomini soggetti alla contingenza della vita, dovremmo raccoglierci tutti in un abbraccio simbolico alla popolazione abruzzese coinvolta nell’evento tellurico.
Tutti d’accordo, non c’è dubbio. Ma già a distanza di pochi giorni, si ricomincia il pastiche tutto italiano: la brutale strumentalizzazione di una tragedia da parte delle parti politiche. Non se ne può più.
Molti hanno ormai raggiunto la soglia di sopportazione di tanta disonestà, tanto che provano sentimenti contrastanti nei confronti del sistema: da una parte, da buoni italiani, vorrebbero contribuire economicamente nel proprio piccolo per risollevare gli abruzzesi, dall’altra diffidano perchè non hanno certezze.
Chi assicura che la Protezione Civile gestisca onestamente i fondi che stanno arrivando da tutta Italia? Chi assicura che, passato il terremoto mediatico, nessuno si dimentichi della ricostruzione e anzi si contribuisca ad una rapida ricostruzione, per quanto geologicamente ed umanamente possibile?
E chi assicura che, per ragionamento inverso, non intervengano i soliti furbi speculatori, capaci di trarre il massimo beneficio personale anche di fronte all’immenso dolore di bambini, anziani, giovani, famiglie?
E’ un’immersione in apnea che non può durare a lungo. C’è estremo bisogno di ritrovare un po’ di sincera onestà. Tra le persone, tra i partiti, tra le associazioni. Per un solo bene: quello di ciascuno di noi, nessuno escluso.
Aspettando Natale

Le immagini della rissa tra monaci di diverse confessioni nella Basilica del Santo Sepolcro scorrono ancora davanti agli occhi di tutto il mondo. Proprio là, dove secondo la tradizione è stato sepolto Gesù Cristo, la violenza continua a riemergere come antica rivalsa mai spenta. Una divisione tanto dolorosa quanto reale.
Spostando lo sguardo sull’Italia degli ultimi mesi, altre sono le immagini sconvolgenti di divisione che attraversa la società. Basti pensare agli scontri tra studenti universitari in piazza Navona: nessuno ha potuto evitare la vista di fumogeni, sedie scagliate
contro il presunto nemico, bastoni che picchiavano senza tregua. Una manifestazione finita come ogni altra guerra: senza un senso. Un’altra divisione, lacerante ma reale.
E che dire dei fatti che nei telegiornali non trovano spazio, perchè non fanno notizia, ma sono più reali che mai. Come la persecuzione cristiana in India perpetrata da parte dei fondamentalisti indù, o ancora le tragedie umanitarie in atto nelle regioni africane del Congo e del Darfur. La guerra civile sta straziando il popolo congolese, in balia del gioco violento di fazioni che mettono a repentaglio la vita di una nazione intera per il possesso delle vastissime ricchezze minerarie del Congo. Nel Darfur, gli scontri antichi tra la minoranza araba e la maggioranza nera hanno provocato oltre 500.000 morti in soli tre anni.
Di conflitti e divisioni è pieno il mondo, ma anche la nostra quotidianità. Basti pensare a tutte le liti che si vivono in famiglia, o i rancori serbati a lungo tra vicini di casa o tra amici in seguito ad uno screzio mai chiarito.
Davanti a tutte queste realtà, sembra non ci possa essere Natale. O almeno, non ci può essere se prima di tutto non viene chiarito il significato che ciascuno di noi conferisce a questa parola.
Proviamo a togliere, per prima cosa, tutta la polvere con cui è stato coperto. Una polvere fatta di esubero di luminarie, corsa sfrenata ai regali, ansia da pranzo di Natale (cosa preparo? cosa offro? ne avrò abbastanza?), comparsa di Babbi Natale in ogni angolo della casa e ora anche fuori, stile ladro che s’intrufola in casa dal balcone…
Certamente un’atmosfera magica non guasta, soprattutto per la gioia dei più piccoli. Ma a loro per primi non basta vivere nelle favole, hanno bisogno della realtà e vogliono capirla (l’età dei “mille perchè”, in fondo, arriva molto presto, no?). Quindi è essenziale sapere che Natale non è una favola. Ma è reale. E coincide con la nascita di Gesù, che ogni anno da oltre due milleni viene in mezzo a noi: un bambino in fasce che, con la forza della sua fragilità, ci indica la via dell’amore. E, per chi crede e dunque si sente parte del corpo di Cristo (come scrive San Paolo nella prima lettera ai Corinzi, cap. 12), questo amore è l’unica via in grado di risolvere i conflitti e le divisioni grandi o piccole presenti nel mondo e nelle nostre case.
Certo, si dirà, non possiamo fare miracoli o salvare il mondo dai mali che lo affliggono, ma ciascuno, in quanto parte dell’unico corpo di Gesù, può fare un gesto positivo, che sembrerà piccolo o invisibile agli occhi delle persone, ma che porta benefici enormi al corpo inteso come come l’umanità intera. Come dice San Paolo, “non tutti hanno il dono di fare miracoli, di compiere guarigioni, di parlare in lingue sconosciute o di saperle interpretare. Cercate di avere i doni migliori”.
Siamo noi, con le qualità uniche ed irripetibili che ci sono state donate, a rendere concreta questa via dell’amore, attraverso il nostro atteggiamento quotidiano verso gli altri. Consapevoli di questo, avremo riscoperto cosa vuol dire Natale e saremo felici di trasmetterlo agli altri. Bambini compresi.
Giovani, monete d’oro da non perdere
“La tua libertà era il segno alto dell’ala. La nostra invece il rotolare spicciolo di una moneta d’oro che scompare tra le griglie di un tombino di fogna”.
Parole rivolte a San Francesco d’Assisi e pronunciate a Spoleto da don Mimmo Battaglia, presidente della Federazione delle comunità terapeutiche (Fict), durante la due giorni nazionale appena trascorsa. Un grido d’allarme per dare una scossa alla cultura dello sballo. Leggendole ieri mi hanno colpito, le volevo fissare su una pagina.
La legge del cuore
Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri.

Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù:
egli, pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
[...] Umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce. (Fil 2, 1-11)
E’ la legge del cuore, quella legge che non è tale perchè imposta dall’esterno e quindi doverosa di attenzione e rispetto, ma un dettame interno, frutto di un percorso che conduce sulla strada di Dio, nel cammino di chi lotta per trovare valori come la libertà, l’amore, la felicità. Le parole, le ideologie possono ingannare, possono essere un’illusione o un paravento. La verità dell’uomo si scopre nelle sue opere. Esse sono inequivocabili. Solo qui l’uomo mostra ciò che è, si legge in Maranatha, bisogna avere il coraggio di sporcarsi le mani. Gesù ce lo trasmette parlando davanti a scribi e farisei, gli osservatori della Legge ebraica, con un linguaggio che a loro sembra scandaloso (e forse a volte anche a noi attualmente…): «In verità vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio». Parole che stravolgono tutte le nostre concezioni, le nostre logiche, così piccole, così egoiste, così…umane. I peccatori pubblici, le prostitute…in una parola, gli emarginati, quelli apparentemente più lontani dalla Legge, sono i silenziosi custodi di un valore più alto: la volontà di avvicinarvisi, di dire il loro “sì”, senza tante parole ma con fatti concreti.
Al di là della pratica e della appartenenza esteriore e giuridica, esiste una presenza e un chiaro influsso cristiano ed evangelico in strati di popolazione apparentemente marginali ed estranei. [...] Il vero cristiano opera l’integrazione fede-vita. Il «sì» della sua fede diventa cioè il «sì» della sua vita; la parola e la confessione delle labbra diventano azione e gesto delle sue mani e del suo fare. Così la discriminante tra il «sì» e il «no» non passa attraverso le pratiche e l’osservanza delle leggi, ma attraverso la vita. (estratto dal commento al Vangelo di domenica 28 settembre – su Maranatha).
Una guerra mai spenta
Una vera e propria polverira, il Caucaso. Una situazione riaccesa agli occhi di noi occidentali solo un mese fa, con l’invasione delle regioni secessionaiste Abkhazia e Sud Ossezia da parte della Georgia e il repentino contrattacco russo (così ci raccontano i media cosiddetti “mainstream”). Mi è piaciuto riflettere sulla crisi caucasica attraverso questo articolo di Joseph Yacoub, tratto da Avvenire di ieri.
La guerra tra Russia e Georgia sull’Ossezia del Sud e l’Abkhazia ha riproposto con forza la questione delle frontiere nei Paesi del Caucaso e, ancor più, il problema della coabitazione di una grande varietà di popoli e di minoranze etniche, linguistiche e religiose.
Ecco dunque che il Caucaso rischia di tornare a infiammarsi per nuovi conflitti etnici di cui solo lui conosce il segreto.
Scriveva nel 1881 il geografo francese Elisée Reclus: «Si sa quanto sia stata lunga e faticosa la conquista del Caucaso: è durata due secoli… Quasi tutti i montanari del Caucaso conservano l’odio dei vinti contro i vincitori e ricordano con orgoglio i tempi dell’antica indipendenza». Proseguiva: «Si sa che il Caucaso è il Paese delle religioni e delle lingue». Già nell’antichità lo storico Plinio il Giovane (62-113) affermava che, per amministrare bene le regioni caucasiche, i Romani dovevano usare centotrenta traduttori.
Nella sua Geografia Strabone (63 a.C.-25 d.C.) evocava le immagini di un mosaico su un territorio ristretto e dell’umanità. Isolato complesso montuoso, il Caucaso è in preda a scosse e convulsioni politiche che arrivano da ogni parte. Storia e posizione geografica spiegano l’eterogeneità e la complessità della sua popolazione. Accanto ai tre popoli dominanti, georgiani, armeni e azeri, coesistono nazionalità e minoranze che superano il centinaio come adighei, abkhazi, cabardini, circassi, caratini, ceceni, ingusci, psciavi, nogai, talisci, curdi yazidi, assiri, osseti, calmucchi, tatari, agiari, baschiri, lazi, svani, khevsuri, tati ecc. Si trovano affiancate lingue diversissime: caucasiche ma anche turche (o turaniche), indoeuropee, iraniche e semitiche. Negli anni 1991-1992 moltissimi popoli caucasici si erano autoproclamati sovrani, come i sudosseti e gli abkhazi in Georgia e gli armeni del Nagorno-Karabakh in Azerbaigian. Ma ogni proclamazione d’indipendenza era stata accompagnata dal conflitto armato, con il suo fardello di rifugiati e sfollati.
Dopo la dissoluzione dell’Urss, questa regione ribelle e turbolenta si è vista sconvolta da sussulti nazionalisti: sanguinosi combattimenti tra georgiani, conflitti che oppongono i georgiani a osseti e abkhazi, guerre tra azeri e armeni che si disputano il Nagorno-Karabakh, talisci e lesghi contro azeri, russi contro ceceni, ceceni contro ingusci, cabardini contro balcari, cumucchi contro lachi, darghini contro cumucchi. A partire dal 1990 la situazione ha assunto aspetti drammatici. Va detto che questa zona è di primaria importanza geopolitica e strategica. ‘Marca’ della Russia posta sul fianco meridionale, i legami che la uniscono con Mosca sono forti e antichi e importantissimo è il ruolo che questa periferia montuosa svolge nella tradizione nazionale e nella letteratura russa. Lo testimoniano opere di scrittori come Puškin, Lermontov e Tolstoj, per quanto talvolta esse assumano connotazioni coloniali. Ma la Russia impiegò due secoli a ‘pacificare’ il Caucaso. Poiché, fin dall’inizio, i popoli caucasici resistettero tenacemente al dominio russo. In passato migliaia di caucasici, soprattutto musulmani, abbandonarono i loro paesi per il Medio Oriente ( Turchia, Siria, Giordania…), preferendo l’esilio all’occupazione. Dopo la dissoluzione dell’Urss, il Caucaso è oggetto di contesa tra Stati Uniti e Mosca, in ragione soprattutto del petrolio del Mar Caspio. La Georgia si è nettamente occidentalizzata e vorrebbe a tutti i costi aderire alla Nato, l’Azerbaigian si è da tempo avvicinato alla Turchia a tutto danno dell’Armenia che si preoccupa, e i Paesi musulmani s’interessano al conflitto in Cecenia e in Daghestan. Del resto questa regione è stata in ogni epoca un crocevia di grandi strade commerciali (Mesopotamia, Bisanzio, Turchia, Persia, Russia), un luogo di incontro e di confronto tra Oriente e Occidente, una terra di antica cultura impregnata fin dalle origini di cristianesimo, islam e credenze autoctone legate alle culle delle grandi civiltà. Nessuno dei conflitti emersi in questi ultimi due decenni si è definitivamente risolto: tornano a scoppiare di tanto in tanto, come il conflitto ceceno, quello (congelato) del Nagorno-Karabakh e ora l’Ossezia del Sud e l’Abkhazia. Il Caucaso si trova a fare i conti con logiche nazionalistiche che si contrappongono e si escludono a vicenda su autonomia, principio di autodeterminazione, frontiere etniche e geografiche e integrità territoriale. Questa zona è incontestabilmente la regione potenzialmente più conflittuale.
Dalla sua pace dipende in parte la pace nel mondo. Fin d’ora, siamo realisti. La prospettiva di una soluzione non può venire dal moltiplicarsi degli Stati – tantomeno nel Caucaso – ma da un pieno riconoscimento dell’autonomia delle minoranze all’interno degli Stati esistenti.
Il sacerdote nel III millennio
Segnalo uno “Speciale” di Avvenire sulla figura del sacerdote curata dallo psichiatra Vittorino Andreoli. In particolare, evidenzio qui alcune riflessioni su temi che in questo momento mi stanno molto a cuore, visto anche il convegno che in questi giorni si sta tenendo in diocesi di Verona a cui partecipa anche l’esperto veronese. Il tema? I giovani.
Il prete e la crisi di famiglia
PS. A proposito, se qualcuno ha partecipato al convegno di S. Massimo e vuole rendermi partecipe raccontando qualche momento del convegno, questo è il posto giusto…grazie!
Eluana, lo “scandalo” della vita
Sembrava una vita priva di valore, destinata alla condanna. E invece, sta suscitando i pensieri di molti, spingendo a riflettere ciascuno di noi su quanto la vita non sia mai in nostro possesso. La vita di Eluana Englaro sta facendo rumore, aprendo gli occhi sull’ingiustizia insita nell’esprimere sentenze sulla vita.
Certo, il dolore lancinante di una famiglia straziata dal ricordo di una figlia bella, giovane e solare è senza dubbio incomprensibile agli osservatori esterni; è possibile solo immaginare quanto sia il peso sulle spalle della famiglia di Eluana. Tuttavia questa stessa vita, che sembrava ormai impossibilitata ad esprimersi in qualsiasi forma, sta insegnando moltissimo al mondo intero. Ad esempio, lo straordinario fascino che la vita ha in sè, indipendentemente dal nostro inferire su di essa. Un esempio tra tutti: il bambino che cresce, portato per istinto a scoprire ed imparare. E la natura, poi, nel suo misterioso avvicendarsi ancestrale ma dai profumi sempre nuovi.
Per questi motivi, pur essendo in difficoltà nell’esprimere giudizi estremi su vicende come queste – un po’ per rispetto del dolore altrui, un po’ perchè mi chiedo: “Che farei io nella stessa situazione?” – mi sento di dire no. No a condanne sulla vita, magari supportate da informazioni faziose ed ideologiche. E. al contempo, sì. Sì al supporto di tutte quelle famiglie che hanno vissuto o stanno vivendo una situazione simile. Supporto che lo Stato e le strutture sanitarie dovrebbero garantire per difendere la vita.
La richiesta della Procura di Milano di bloccare il provvedimento che autorizza la sospensione dell’alimentazione ad Eluana può essere un inizio.
Pubblico di seguito un intervento dal titolo emblematico fatto da Carlo Casini, presidente nazionale del Movimento per la Vita.
NON ESISTE IL DIRITTO A RIFIUTARE LE CURE
Quanti ritengono giusto che Eluana sia lasciata morire si appellano all’articolo 32 della Costituzione, dove si riconosce che la salute è un “fondamentale diritto” dell’individuo e interesse della collettività, ma si aggiunge che solo la legge può obbligare ad un determinato trattamento sanitario senza comunque violare “i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. Si sostiene che in tale articolo sarebbe garantito un diritto alla cura e un parallelo diritto alla “non cura”: l’autonomia del soggetto sarebbe la radice dell’uno e dell’altro. L’autodeterminazione del soggetto sarebbe il valore sommo. La Cassazione, seguendo questa strada, dopo aver riconosciuto che Eluana è “una persona in senso pieno, viva, non morente, il cui stato di estrema debolezza nulla toglie alla sua dignità di essere umano” ha dato rilievo alla sua presunta volontà di non essere curata, ma esige la prova della non regredibilità del suo stato d’incoscienza.
Qual è allora il fondamento della decisione? L’autodeterminazione oppure la valutazione di un minor valore della vita incosciente? Dall’articolo 32 della Costituzione può ricavarsi davvero il diritto di non curarsi?
La seconda parte dell’articolo non sancisce un diritto alla non cura, ma piuttosto, a non essere sottoposti a violenza. Chi non vuol sottoporsi ad un intervento chirurgico non può essere trasportato di forza all’ospedale e legato. Qualche esempio rende facilmente comprensibile ciò che intendo dire. Chi salva l’aspirante suicida gettandosi nelle acque di un fiume, riceve lode, non incriminazioni. Dunque non esiste il diritto di decidere la propria morte. E se qualcuno prima d’inghiottire il veleno, avesse scritto: “Se mi ritroverete ancora vivo vi proibisco di sottopormi a lavanda gastrica o di somministrarmi antidoti!”, il medico dovrebbe obbedire?
Avviciniamoci di più a Eluana. Una persona affetta da malattia potenzialmente mortale, ma curabile con farmaci assumibili per via orale, rifiuta le cure: il coniuge affettuoso che somministra di nascosto il rimedio sciogliendolo in bevande viola il diritto di autodeterminazione? Dev’essere punito? E’ difficile ammettere un diritto di non curarsi da porre allo stesso livello del diritto alla cura. Allora, nel caso di Eluana, cosa resta? Resta solo la sottovalutazione della vita debole. Ma se si ammette la discriminazione tra vite umane la china è davvero molto scivolosa. Tutti, prima o poi, siamo in pericolo. La vita è la frontiera intransitabile.
- pubblicato su “Avvenire” del 1 agosto 2008, pag. 4 -
Quando un giovane è fuori casa
Fuori di casa si è a rischio di alienazione. Solo per citare alcuni fra gli ambienti più frequentati dai giovani: la scuola, in particolare quella superiore e quella universitaria, lo sport, la palestra, la musica, la mobilità in moto o sull’autobus, lo stadio, il pub, la discoteca, la piazza, i siti internet, il gruppo che si imparenta facilmente con la banda e il branco… e quell’habitat propizio alla devianza e alle follie come può diventare la notte.
Senza pretendere di dare una valutazione valoriale di ogni ambiente, si è costretti a riconoscere che ogni ambiente è un mondo a sé. Con regole specifiche. Praticamente incomunicanti tra loro. Alcuni in se stessi sostanzialmente sani. Altri invece decisamente a rischio di perversione. Sta di fatto che il giovane li sperimenta un po’ tutti. Nel giro di 24 ore o nell’arco di una settimana.
Quante metamorfosi si verificano nella stessa persona in una giornata o in una settimana? Dal momento che ogni ambiente citato è totalizzante ti prende fin nelle midolla delle ossa. Sicché è proprio l’io personale che rischia di venir trasformato continuamente. Per puro processo di adattamento. Così, di adattamento in adattamento alla varietà degli ambienti chi ne è protagonista ne esce un disadattato. Quello che potremmo chiamare, prendendo a prestito l’immagine da una patologia della personalità, una sorta di schizofrenia. Cioè un soggetto dalla doppia personalità, anzi, una schizofrenia plurima! Con tante anime quanti sono gli ambienti frequentati. E ciò che è più drammatico e preoccupante è il fatto che il soggetto interessato in genere non ne avverte la drammaticità. Trapassa dai vari ambienti con assoluta disinvoltura. Per automatismo. Eppure sta male. E i genitori stessi che cosa sanno degli ambienti di vita dei figli, delle esperienze che vi si compiono e del loro travaglio interiore? La maggior parte ne è ignara.
Sarebbe pertanto insipienza e grave mancanza di senso di responsabilità non rendersi conto della gravità della situazione, del disagio si dice oggi, che vive il mondo giovanile, già a cominciare dalla preadolescenza. Il peso delle esperienze che li attende al varco ogni giorno è troppo superiore alle forze delle loro spalle. Fragili.
In realtà, che cosa accade nell’animo di un giovane? Dovendo adattarsi alla meglio per essere accettato, si impegna ad essere il meglio di sé in ogni ambiente. In casa un figlio modello. A scuola uno studente di eccellenza. Nello sport un campione nato. Al bar di paese un bravo ragazzo. Se entra in chiesa, non dico che sia un serafino, ma insomma! E se riserva del tempo al volontariato, è un generoso. In scooter un Valentino Rossi. In discoteca un mattatore scatenato. Allo stadio un ultrà che si fa notare. Nel branco un teppista modello. Tutto al top. E se non riesce in uno di questi ambiti, magari franando nella scuola, ci prova in un altro. Sta di fatto però che il protagonista non riesce più a riconoscersi in queste trasferte rapidissime. E potrebbe domandarsi, nella migliore delle ipotesi: ma io chi sono? Sono ciò che desidero essere o sono ciò che mi vogliono gli altri? Di fatto si identifica con la varietà degli ambienti frequentati.
Come si può constatare, il dramma è antropologico. Si sta smarrendo il senso dell’identità personale umana. Irrepetibile. Il giovane, ma in parte lo si dovrebbe dire anche dell’adulto, si ritrova frantumato. Non un’unica identità, ma una identità frantumata! Non una unità di «io», ma la sua polverizzazione.
Tutto ciò diventa un grido di soccorso. I giovani, a cominciare dalla preadolescenza, hanno bisogno di soggetti interlocutori adulti, soprattutto da parte dei genitori, che li aiutino a decodificare, in un dialogo fiduciale, le molteplici ed eterogenee esperienze, per elaborarle nella direzione di un’effettiva maturazione della personalità. In pratica, aiutando i giovani a metabolizzarle. Altrimenti i giovani implodono. La carta vincente ancora una volta è in mano agli adulti.
+ Giuseppe Zenti (tratto da L’Arena del 18 Maggio, pag. 7 )