Ricchi e somari
Si chiama Specchio italiano. E’ la rubrica de L’Arena da cui ho tratto il commento che vi propongo integralmente qui sotto. Dategli un’occhiata. Ne vale la pena, quantomeno per non farsi travolgere dalla mediocrità che, dopo aver invaso il mondo politico, si sta diffondendo dilagante e incombente nella nostra quotidianità. Aggrappiamoci alla cultura, al rispetto e alla convivenza civile. E remiamo controcorrente raga!
Politici e manager sono sempre più somari ma sempre più ricchi. Raglio d’asino non arriverà mai in cielo ma in Parlamento e ai vertici delle aziende è ormai il verso più familiare di tutta la fattoria. E anche il più apprezzato perché i somari sono fedeli, specie quelli da pistrino che, bendati e legati a una stanga, continuano ad andare in tondo facendo girare la macina, mai dissentendo perché la razione di carote che riceveranno a compenso della loro stoica ciucheria sarà abbondantissima. La Fondazione «Rodolfo Debenedetti» ha presentato recentemente uno studio sulle carriere dei parlamentari dal 1948 a oggi e sulle modalità di selezione dei «top manager» che conferma quella che era già l’opinione generale sulle dorate e privilegiate categorie ma fornisce particolari utili a rinsaldarla.
L’isterica ramazza di Tangentopoli, oltre a spazzare via alcuni patenti lazzaroni (poi comunque tornati all’opra usata con nuove tessere senza suscitare scandalo), ha tolto di mezzo anche un mare di competenze e di professionalità, rimosso montagne di esperienze, cassato un’intera classe politica e manageriale allevata nei collegi e nei seminari della politica e del «management» e che talora, una volta al potere, rubava o rubacchiava, ma toglieva molto meno di quanto non desse in termini di lavoro, di preparazione e di efficienza («Ruba ma fai» è lo slogan che si legge sui muri delle case durante le elezioni in Brasile, a dimostrazione che tutto il mondo è Paese ma che le filosofie delle masse, almeno quelle espresse, sono diverse).
La novità del dopo Tangentopoli è che si continua a rubare o rubacchiare, magari con l’aggravante dello scasso, ma che, a differenza di prima, i requisiti richiesti sono spesso l’asinità maiuscola e senza confini, privilegiando quindi il raglio assordante ai risultati. Sia il politico che il manager dotati di una testa pensante potrebbero talora elaborare ragionamenti in contrasto con quelli del capo, potrebbero contestare, puntare i piedi e sobillare i colleghi. Ecco che allora, per evitare che ciò accada, non più del quindici per cento della retribuzione di un alto dirigente è subordinata ai risultati che riuscirà a ottenere. All’efficienza si preferisce l’obbedienza, il mutismo, il servilismo, l’incapacità di formulare pensieri, meglio ancora l’ignoranza crassa coltivata sin dalla nascita con metodi scientifici e amorevolmente annaffiata durante tutta la vita.
Condizione fondamentale per avere diritto a uno scranno in Parlamento o in un consiglio di amministrazione è l’avere occupato con costanza il banco degli asini a scuola. Solo il 50 per cento dei top manager e il 60 per cento dei politici (91,4 nella prima legislatura) possiedono una laurea, il che non vuol dire che non siano comunque emeriti asini da pistrino (come dimostrerebbe un racconto di Mark Twain sul ribaltamento dei valori culturali nell’oltretomba) ma che neanche in quanto a titoli accademici possono competere con chi li ha preceduti. Non hanno però rivali per quanto riguarda gli stipendi che percepiscono. Lasciando stare i manager i cui compensi sono un insulto a un Paese che arranca e che giustamente li odia, il reddito pro capite dei parlamentari in cinquant’anni è salito del 10 per cento l’anno, mentre quello dei lavoratori ha goduto dell’aggiustamento di un modesto 3, divorato dal carovita.
Un parlamentare italiano mette in tasca più di ogni altro al mondo e il suo stipendio, senza contare i famigerati «rimborsi spese», supera di 35742 euro annui quello di un membro del Congresso della massima potenza planetaria, gli Stati Uniti. Che non avendo avuto Tangentopoli, si possono ancora permettere di lasciare gli asini fuori dalla politica che conta e soprattutto dai consigli di amministrazione delle aziende.( Silvino Gonzato, da L’Arena di mercoledì 28 maggio 2008 )