Gaza, una terra assetata di normalità
Dalla Palestina la testimonianza di una realtà che non trova pace
«La Palestina non esiste» mi disse un giorno un giovane soldato con le lentiggini al checkpoint di Qalandiya [...] Così cominciò un viaggio [...] in quella regione del mondo senza confini certi che alcuni chiamano Samaria, Giudea e Gaza, altri Territori Palestinesi occupati, altri semplicemente Israele, altri quel che resta della Palestina, e altri ancora Terra Promessa, Terra Santa o patrimonio islamico. Per me era qualcosa di indefinito, che volevo conoscere. Esordisce con queste parole Muri, lacrime e za’tar. Storie di vita e voci dalla Palestina, il libro di Gianluca Solera, coordinatore delle reti della Fondazione Euromediterranea “Anna Lindh” per il Dialogo tra le Culture.
Alla luce della crisi israelo-palestinese aggravatasi nelle ultime settimane, questo libro irrompe nella quotidianità offrendo uno spaccato di ciò che gli occhi dell’autore hanno visto: la sofferenza palestinese e le conseguenze dell’occupazione militare israeliana. Una narrazione che, tralasciando l’analisi politica di una terra coinvolta in un conflitto endemico, dà voce al desiderio di normalità emergente tra la popolazione, sia ebrea che araba, evidenziando al contempo l’indifferenza delle istituzioni politiche internazionali.
Com’è nato questo libro?
«Venivo da anni di lavoro in qualità di consigliere politico per il Parlamento Europeo. Nel 2004 decisi di approfondire i miei studi sulla lingua araba. Intrapresi un viaggio in Palestina soltanto a questo scopo, ma gli eventi mi coinvolsero al punto tale da sentire l’esigenza di fissarli nero su bianco. In Palestina ho trovato una straordinaria accoglienza, che è insita nella cultura mediorientale stessa. La forza di quest’umanità, che continua a vivere nonostante l’occupazione, davanti all’assurdità del reale, mi ha spinto a scrivere questo libro, a raccontare storie di persone accomunate da un’unica ricchezza: il desiderio della normalità, che si aggrappa alle piccole cose, come lo za’tar (il timo) nell’olio d’oliva, in cui s’intinge il pane».
Cosa intende per “assurdità del reale”?
«Il clima che si vive ai checkpoints situati lungo il muro che divide la Striscia di Gaza da Israele può esserne un esempio. Il senso di superiorità nel comportamento di un giovane soldato israeliano che, minacciando con un mitra, blocca senza motivo il passaggio di una madre, facendola aspettare per ore sotto il sole con un neonato tra le braccia, è assurdo quanto terribilmente reale. Quale potere può avere un giovane per permettere tale umiliazione? Eppure accade quotidianamente. L’occupazione militare fa morire di fame i palestinesi, ma al contempo fa morire gli israeliani di vergogna, in quanto sta distruggendo lo spirito sionistico stesso che ha portato alla creazione dello Stato d’Israele».
Sono questi i “muri” di cui si parla nel libro?
«Sì, sono i muri metaforici e reali, come quello che divide la Striscia dall’Egitto e da Israele, dove tuttavia resiste, inverosimilmente, un germoglio di umanità. Tra le testimonianze che ho raccolto, infatti, anche quella di un padre ebreo israeliano che ha perso la figlia sedicenne in un attentato. Da quella sofferenza è nata un’associazione che raccoglie i genitori arabi palestinesi ed ebrei israeliani di figli morti in attentati. Questo è dimostrativo della volontà comune di trovare insieme la strada verso la riconciliazione».
Cosa può fare la comunità cristiana?
«Innanzitutto, è importante precisare che negli anni ‘40 i cristiani in Palestina erano 50.000, mentre oggi se ne contano 15.000. Un dato che testimonia la gravità della loro scomparsa, se si considera il loro prezioso ruolo di cerniera tra ebrei ed arabi, condividendo con essi cultura e tradizioni. Una cosa che la comunità cristiana dovrebbe fare è incontrare i cristiani arabi, favorire e non evitare una presa di coscienza della loro condizione, come purtroppo spesso accade durante i pellegrinaggi organizzati in Terra Santa. Ritengo essenziale che i pellegrini vengano a contatto con la realtà cristiana araba, altrimenti si rischia di essere compartecipi della loro scomparsa».
Come vede il ruolo della comunità politica internazionale nella vicenda?
«A mio avviso non è possibile sperare che una stretta di mano tra leaders politici riesca a porre fine ad un conflitto in atto da ormai 60 anni, com’è accaduto con la temporanea tregua del 2005 tra il governo israeliano guidato da Sharon e il movimento di resistenza islamico di Hamas. Il distacco totale dalla realtà e l’indifferenza delle istituzioni occidentali davanti alla morte di centinaia di innocenti sconvolge e sembra aver contagiato anche la nostra società civile, che spesso si accontenta delle notizie lacunose e manipolate che arrivano dai telegiornali».
Qual è la condizione in cui si vive oggi nella Striscia di Gaza?
«Sono stato a Gaza l’ultima volta tre mesi fa. Tenere un milione e mezzo di persone in una striscia di sabbia lunga 50 chilometri e larga 5 è una barbarie senza mezzi termini. Là gli uomini si stanno abituando a vivere in una prigione a cielo aperto, in un apartheid che non fa più scandalo. La Palestina è diventata un laboratorio di sperimentazione geopolitica, in cui ciò che spaventa è la radicalizzazione nell’identificazione del nemico: nel secolo scorso era il comunismo, oggi è l’islam».
Quali soluzioni intravede alla questione israelo-palestinese?
«Dall’inizio dell’operazione “Piombo fuso”, con cui si è violentemente riacceso il conflitto, i morti palestinesi sono oltre 500 e più di 2.500 i feriti. E’ prevedibile che i morti continuino a salire col prolungarsi del conflitto anche via terra, e probabilmente Israele riuscirà nell’intento di distruggere Hamas, ma anche a quel punto la guerra non avrà fine. Ciò che alimenta la rabbia dei palestinesi, infatti, non è tanto la sofferenza fisica, quanto piuttosto l’impossibilità di viaggiare liberamente e di riunire le famiglie divise a causa dell’occupazione militare israeliana, il fatto di non avere più una terra, la negazione dei diritti alla dignità e all’autodeterminazione. Soltanto un cambiamento interno alla società israeliana, un senso di responsabilità diffuso tra la società civile, potrà mettere fine al conflitto israelo-palestinese».
L’autore
Nato nel 1966 sul lago di Garda, Gianluca Solera ha trascorso molti anni a Bruxelles come consigliere politico del Parlamento europeo. Nel 2004 ha intrapreso un viaggio in Palestina per approfondire lo studio della lingua araba. A cavallo dei due anni trascorsi in Palestina ha scritto il libro Muri, lacrime e za’tar, uscito nel 2007. Oggi Solera è coordinatore delle reti della Fondazione Euromediterranea “Anna Lindh” per il Dialogo tra le Culture, che ha sede ad Alessandria d’Egitto. La Fondazione è una onlus di cui fanno parte studiosi dell’area mediterranea, politici di organismi internazionali e diplomatici attualmente o in precedenza impegnati in problemi mediterranei, riuniti con l’obiettivo di favorire il dialogo interculturale insieme alla promozione dei diritti e della cittadinanza attiva.
Alle radici del conflitto
Alla luce dei tragici eventi che hanno colpito la popolazione ebraica durante la Seconda Guerra Mondiale, le Nazioni
Unite decidono la spartizione della Palestina in due Stati, uno arabo ed uno ebraico, con il controllo dell’ONU su Gerusalemme. Contro la volontà del mondo arabo, il 14 maggio 1948 viene dichiarata la nascita dello Stato d’Israele.
Tale data segna anche l’inizio degli scontri tra israeliani e palestinesi, con la prima guerra arabo-israeliana (1948-49), durante la quale oltre 700.000 arabi palestinesi vengono espulsi dai loro villaggi; quello dei profughi palestinesi costituisce tutt’oggi uno dei contenziosi più difficili da risolvere all’interno del conflitto. Gli arabi ritengono i profughi vittime di una pulizia etnica perpetrata da Israele che avrebbe cacciato i legittimi proprietari dalle loro terre. Gli ebrei, al contrario, ritengono i governi arabi i soli veri responsabili della creazione del problema dei profughi.
Attualmente, il mondo arabo sostiene che Israele debba tornare all’interno dei confini precedenti la Guerra dei sei giorni del 1967, cioè cedere la Cisgiordania (o West Bank) in cambio di un suo riconoscimento che ne garantisca la sicurezza (la cosiddetta “Linea Verde”). Mentre gli arabi richiedono questa cessione, in quanto quelle terre sarebbero legittimamente loro e occupate dall’esercito israeliano, gli israeliani a loro volta sostengono che quel territorio era già stato loro offerto nel 1947, ma da loro rifiutato e perso definitivamente con le sconfitte belliche del 1948 e del 1967.
Nel 2004 la Corte Internazionale di Giustizia conferma che i territori occupati dallo Stato di Israele oltre la “Linea Verde” del 1967 continuano ad essere tali e dunque con essi anche la parte est di Gerusalemme, unilateralmente annessa da Israele nel 1980 senza riconoscimento internazionale.
Nell’agosto 2005 il governo israeliano dispone e completa l’evacuazione della popolazione israeliana (militare e civile) dalla Striscia di Gaza e lo smantellamento delle colonie che vi erano state costruite, nella speranza di un progresso di pace. Tuttavia, dallo stesso agosto iniziano ininterrotti lanci di razzi da Gaza verso insediamenti israeliani. In seguito ad un’intensificazione di attentati e del lancio di razzi, nel 2007 Israele dichiara Gaza “territorio ostile”, sospendendo la fornitura di elettricità e carburante per costringere Hamas alla resa.
Il conflitto riprende nel 2008, con il lancio di missili israeliani su Gaza in risposta ai razzi artigianali lanciati da Hamas nel sud d’Israele. L’offensiva terrestre e aerea delle forze armate israeliane a Gaza, iniziata il 29 febbraio, uccide oltre 100 palestinesi in meno di una settimana, mentre i 150 razzi sparati dai palestinesi in Israele nel corso dello stesso periodo uccidono tre israeliani, fra cui due soldati e un civile. In seguito viene stabilita una tregua di sei mesi, rotta però il 4 novembre quando Israele entra nella Striscia per demolire uno dei tunnel per l’Egitto.
Sono questi gli eventi alla base dell’operazione militare israeliana “Piombo fuso”, avviata il 27 dicembre. Nei primi giorni di conflitto i raid israeliani uccidono un leader politico di Hamas, Nizar Rayyan, e altre due figure di rilievo del braccio armato di Hamas. L’azione di terra, intrapresa il 3 gennaio scorso, dà inizio alla penetrazione israeliana e agli scontri a fuoco tuttora in corso nella Striscia di Gaza. Finora si contano oltre 600 morti, mentre sale ad oltre 3.000 il numero dei feriti tra i civili palestinesi.
Hamas
L’organizzazione islamica palestinese di Hamas, nata nel 1987 come braccio combattente dei “Fratelli Musulmani” sostenitori della jihad in Palestina, richiede la sostituzione dello Stato d’Israele con uno Stato Islamico Palestinese nell’area comprendente Israele, Cisgiordania e Striscia di Gaza. Le cause del conflitto israelo-palestinese risiedono nell’estenuante contesa di tali territori: da una parte la richiesta palestinese di uno stato indipendente, insieme al riconoscimento del diritto al ritorno dei profughi, allo smantellamento degli insediamenti costruiti illegalmente e all’abbandono dei territori occupati, con un ritorno ai confini del 1967; dall’altra, il “no” israeliano alle negoziazioni e il perdurare dell’occupazione militare.
Fermatevi subito, fermiamoci tutti!
Riporto per intero il comunicato stampa di Pax Christi per quanto sta accadendo in Terra Santa:
“Quello in corso a Gaza è un massacro, non un bombardamento, è un crimine di guerra e ancora una volta nessuno lo dice”. P. Manauel Musallam, parroco a Gaza, 27 dicembre 2008
Un inferno di orrore, morte e distruzione, di lutti, dolore e odio si sta abbattendo in queste ore sulla Striscia di Gaza e sul territorio israeliano adiacente.
A voi, capi politici e militari israeliani,
chiediamo di considerare che insieme ai ‘miliziani’ di Hamas state colpendo, uccidendo e ferendo centinaia di civili palestinesi. Non potete non averlo calcolato. Non potete non sapere che a Gaza non esistono obiettivi da mirare chirurgicamente. Non potete non aver messo in conto che da troppo tempo è la popolazione di Gaza a vivere sotto embargo, senza corrente elettrica, senza cibo, senza medicine, senza possibilità di fuga. Le vostre crudeli operazioni di guerra compiono opera di morte su donne, bambini e uomini che non possono scappare né curarsi e sopravvivere, essendo strapieni gli ospedali e vuoti i forni del pane. Ascoltate i vostri stessi concittadini che operano nelle organizzazioni israeliane per la pace: “Siamo responsabili della disperazione di un popolo sotto assedio. Hamas da settimane aveva dichiarato che sarebbe stato possibile ripristinare la tregua a condizione che Israele riaprisse le frontiere e permettesse agli aiuti umanitari di entrare. Il governo d’Israele ha scelto consapevolmente di ignorare le dichiarazioni di Hamas e ha cinicamente scelto, per fini elettorali, la strada della guerra”.
FERMATEVI SUBITO!
A voi, capi di Hamas,
chiediamo di considerare che i vostri razzi artigianali lanciati verso le cittadine israeliane poste sul confine, sono strumenti ulteriori di distruzione e, per fortuna raramente, di morte, e creano inutilmente paura e tensione tra i civili. Sono una assurda e folle reazione all’oppressione subita, che si presta come alibi per un’aggressione illegale. Se foste più potenti, capi di Hamas, vorreste forse raggiungere i livelli di distruzione dei vostri nemici? E non essendolo, a che scopo creare panico, odio e desiderio di vendetta nei civili israeliani che vivono a fianco alla vostra terra? Quali strategie di desolazione, disumane e inefficaci, state perseguendo?
FERMATEVI SUBITO!
E noi donne e uomini che apparteniamo alla ’società civile’,
FERMIAMOCI TUTTI!
Sostiamo almeno un minuto accanto a tutti i civili che soffrono. Alle centinaia di ammazzati palestinesi, che per noi non avranno mai nome e volto, come alla vittima israeliana. Alle centinaia di feriti palestinesi e ai fortunatamente pochi feriti israeliani. A chi ha perso la casa. A chi non può curarsi.
E poi, tutti insieme, alziamo la voce: non è questa la strada che porterà Israele a vivere in pace e sicurezza. Non è questa la strada che porterà i palestinesi a vivere con dignità in uno Stato senza più occupazione militare, libero e sovrano.
I media italiani in questi giorni hanno purtroppo mascherato una folle e premeditata aggressione -e soprattutto l’insopportabile contesto di un assedio da parte di Israele che per mesi ha ridotto alla fame un milione e mezzo di persone- scegliendo accuratamente alcuni termini ed evitandone altri.
La maggior parte dei quotidiani e telegiornali hanno affermato che “è stato Hamas a rompere la tregua”. Invece il 19 dicembre è semplicemente scaduta una tregua della durata concordata di sei mesi. L’accordo comprendeva: Il cessate-il-fuoco, la sua estensione nel giro di qualche mese alla Cisgiordania e la fine del blocco di Gaza. Questi impegni non sono stati rispettati da Israele (25 palestinesi uccisi solo dalla firma dell’accordo) e quindi Hamas non l’ha rinnovato. Ancor più precisamente, già ai primi di novembre, Israele aveva rotto la tregua con una serie di attacchi a Gaza uccidendo altri 6 palestinesi.
Aiutiamoci allora a valutare criticamente le analisi spesso falsate dei media per dare maggior forza ad altre voci diventate grida: Solo poche ore fa, proprio a Gaza, il Patriarca di Gerusalemme celebrava la Messa di Natale riprendendo il suo Messaggio natalizio:”Siamo stanchi. La pace è un diritto per tutti. Siamo in apprensione per l’ingiusta chiusura imposta a Gaza e a centinaia di migliaia di innocenti. Siamo riconoscenti a tutti gli uomini di buona volontà che non risparmiano sforzi per spezzare questo blocco.”
La strada intrapresa invece, lastricata di sangue e macerie, condurrà la gente qualsiasi al macello. E i suoi capi alla sconfitta. In primo luogo alla sconfitta umana.
Pax Christi Italia
28 dicembre 2008
Obama e il cambiamento
Dall’articolo di L.Caracciolo su Limes – mensile di Geopolitica:
La straordinaria vittoria di Barack Obama non cambia il mondo. Cambia la possibilità di cambiarlo. Il primo presidente nero degli Stati Uniti d’America non è stato solo eletto a grande maggioranza dal suo popolo, è stato virtualmente plebiscitato da gran parte del pianeta. La doppia legittimazione, domestica e globale, di un leader assai consapevole di sè e del proprio ruolo storico, redistribuisce le carte del gioco geopolitico su scala mondiale. E’ ancora presto per stabilire come. Ma certamente tutti i potenti del mondo, amici o avversari dell’America, stanno ricalibrando il proprio modo di approcciarsi alla principale potenza. Probabilmente la realtà abbasserà le aspettative che l’America e il mondo ripongono in Barack Obama. Dopo la notte della poesia ci saranno molti anni di prosa. Ci saranno, tra l’altro, ancora 77 giorni di Bush, nei quali può succedere di tutto con un’America con due presidenti, cioé nessuno.Il vincolo maggiore per il neopresidente degli Stati Uniti è lo schiacciante debito nazionale, che viaggia oltre i 10,6 trilioni di dollari. Un macigno che costringerà il “principe della speranza” ad accrescere ulteriormente lo stock di debito onde finanziare almeno parte dei progetti infrastrutturali e sociali necessari a mitigare gli effetti della recessione e ad avviare una moderata redistribuzione del reddito.
Il debito nazionale peserà anche sull’azione internazionale della nuova America. Obama sarà costretto a chiedere a tutti, ma in particolare agli “amici e alleati”, più soldi e più soldati per sostenere la leadership americana nelle guerre e nelle aree di crisi. Cominciando con l’Afghanistan, dove probabilmente Obama proverà a trasferire la “strategia Petraeus”, chiedendo però che all’aumento dei soldati contribuiscano questa volta anche gli europei.
Il 20 gennaio, quando Obama prenderà finalmente possesso della sua carica, non ci sarà più tempo per promesse e discorsi. Il nuovo presidente dovrà subito dimostrare al paese e al mondo di saper essere all’altezza della propria immagine. Molto dipenderà dalla sua squadra, cui in queste ore tutti (compresi molti repubblicani) ambiscono a partecipare.
In ogni caso, dopo Obama comincia un’altra, inedita pagina della storia americana. Se sarà anche un’altra pagina della storia mondiale non dipenderà solo dal leader appena plebiscitato, ma anche da noi.
Noi, sì. Che dobbiamo continuare ad avere il sogno, quel sogno di vera democrazia di parlava Martin Luther King alla sua nazione. Questo sogno:
And so even though we face the difficulties of today and tomorrow, I still have a dream.
It is a dream deeply rooted in the American dream.
I have a dream that one day every valley shall be exalted, and every hill and mountain shall be made low, the rough places will be made plain, and the crooked places will be made straight; “and the glory of the Lord shall be revealed and all flesh shall see it together.”
I have a dream that one day this nation will rise up and live out the true meaning of its creed: “We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal.”
I have a dream that one day on the red hills of Georgia, the sons of former slaves and the sons of former slave owners will be able to sit down together at the table of brotherhood.
I have a dream that one day even the state of Mississippi, a state sweltering with the heat of injustice, sweltering with the heat of oppression, will be transformed into an oasis of freedom and justice.
I have a dream that my four little children will one day live in a nation where they will not be judged by the color of their skin but by the content of their character.
I have a dream today!
I have a dream that one day, down in Alabama, with its vicious racists, with its governor having his lips dripping with the words of “interposition” and “nullification” — one day right there in Alabama little black boys and black girls will be able to join hands with little white boys and white girls as sisters and brothers.
I have a dream today!
L’India, l’Europa, il mondo
Da Asianews.it, 16 settembre :
Ancora violenze anti-cristiane in Orissa; attaccato un asilo in Kerala
Le violenze anti-cristiane iniziate nell’Orissa 3 settimane fa, ancora non si placano; anzi si diffondono anche in Kerala.
In Orissa, dopo settimane dalle prime violenze e lunghi giorni di coprifuoco e di stato d’emergenza, ieri notte nel distretto di Kandhamal, l’epicentro delle violenze anti-cristiane, una folla di oltre 500 indù ha attaccato una stazione di polizia e bruciato diversi veicoli. Un poliziotto è stato ucciso. L’attacco sembra essere una rappresaglia contro la polizia che nei giorni scorsi a Krutamgarh aveva sparato sui militanti indù per fermare un loro tentativo di bruciare alcune case di cristiani.
Ma le violenze contro i fedeli continuano. P. Dibyasingh Parichha, portavoce della diocesi di Cuttack-Bhubaneshwar, ha detto ad AsiaNews che “il 14 settembre nel villaggio di Makabali, sono state bruciate 12 case di cristiani; una a Debari e una a Murudikupuda. Ieri, vicino a Raikia è stato ucciso un cristiano”.
L’ondata anticristiana si diffonde in altre aree dell’India. L’asilo cattolico Jaya Mata è stato assaltato da sconosciuti nella notte fra il 14 e il 15 settembre. Il fatto è avvenuto nel distretto di Kasargode (Kerala, India sud-est). Un locale dell’asilo è temporaneamente usato come cappella, dato che la chiesa parrocchiale è in restauro. Ieri mattina, p. Antony Punnoor ha trovato distrutte il cartello di entrata, le vetrate e le finestre dell’asilo; una statua della Madonna è stata sfregiata con pietre. La polizia ha aperto un caso e rafforzato la sicurezza attorno alle chiese, temendo attacchi come in Orissa e Karnataka.
Bernardo Cervellera di AsiaNews.it scrive:
L’India del Mahatma Gandhi, della tolleranza, della democrazia è scivolata nella vergogna. “Una vergogna per la nostra Patria”: così il premier Manmohan Singh e il card. Oswald Gracias, arcivescovo di Mumbai, hanno definito il pogrom contro i cristiani scatenatosi dal 23 agosto in poi nello stato dell’Orissa. Il bilancio è gravissimo e destinato a crescere: decine di morti (alcune fonti dicono 100); almeno 52 chiese (fra cattoliche e protestanti) distrutte; centinaia di case danneggiate; quattro conventi, cinque fra ostelli e alloggi per giovani, sei istituti cattolici dediti al volontariato e al sociale devastati, centinaia di auto e altri oggetti personali incendiati. Ancora oggi migliaia di cristiani, fuggiti al massacro vivono nelle foreste vicine, nel terrore, senza abiti, né cibo.
L’Orissa, uno stato del nord-est indiano, non è nuovo a queste ondate di persecuzione. Lo scorso dicembre, alla vigilia di Natale, l’organizzazione fondamentalista indù (Vishwa Hindu Parishad, Vhp) ha ucciso 3 persone, attaccato e distrutto 13 chiese e cappelle, ferendo e lasciando senza tetto un gran numero di cristiani sempre nel distretto di Kadhamal. A spingere le folle indù contro i cristiani vi era Swami Laxmanananda Saraswati, uno dei capi del Vhp.
Quest’ultimo sussulto di persecuzione è avvenuto proprio dopo la morte dello Swami ad opera di un gruppo terrorista maoista la sera del 23 agosto. Sebbene anche alla polizia fossero chiari gli autori dell’assassinio dello Swami, alcuni capi del Vhp hanno subito dato la colpa ai cristiani e durante le cerimonie funebri del guru migliaia di radicali indù hanno dato inizio al pogrom col grido “uccidete i cristiani! Distruggete le loro istituzioni!”.
L’accanirsi contro persone e strutture serve ad eliminare la missione dei cristiani. Tribali – spesso utilizzati come schiavi per i lavori agricoli – e Dalit, gli emarginati dalle caste, vedono nel cristianesimo una strada per migliorare la loro situazione, vedere affermati i loro diritti, trovare finalmente una dignità al loro essere uomini. In un certo senso, la persecuzione è la misura dell’efficacia della missione cristiana.
Nell’opporsi all’impegno dei cristiani, i fondamentalisti indù si oppongono anche all’induismo di Gandhi, che voleva per l’India un Paese laico, aperto a tutte le religioni, l’eliminazione delle caste e la dignità dei Dalit, da lui definiti “figli di Dio” (harijian).
Il Vhp, nel suo nazionalismo esclusivo, molto vicino al nazismo, vuole invece eliminare dall’India cristiani, musulmani, parsi. Insomma: distruggere la storia dell’India, da sempre luogo d’incontro e di integrazione fra culture e religioni.
Oltre alla “vergogna” dell’India, vi è anche una “vergogna” per l’Europa e per il mondo. Al di là di qualche sparuta voce – come quella del ministro italiano Frattini – nessun governo ha osato dire qualcosa sui massacri dell’Orissa, domandandone la fine. Molte associazioni così pronte a difendere gruppi, minoranze, specie in estinzione, impegnati pacifisti hanno preferito tacere e anzi sospettare che dietro le accuse di proselitismo fatte dai radicali indù ci sia una qualche verità. Come hanno giustamente additato alcune personalità vaticane, vi è in Europa e nel mondo una specie di “cristianofobia” che cerca di scrollarsi di dosso, anche con la menzogna, l’eredità cristiana. Per questo, le notizie di persecuzione dei fedeli in Orissa, come in Cina o in Medio oriente, non interessano, anzi sono magari giustificate.
Cristiani massacrati in India
Anche se negli ultimi giorni non sono state registrate nuove violenze, la CBCI continua a monitorare la situazione nell’ Orissa - la regione dell’India colpita dalla rivolta anti-cristiana – raccogliendo informazioni e diffondendole ai media nazionali e internazionali e alle autorità governative.
Due settimane di feroci attacchi a case, scuole e conventiNUOVA DELHI, giovedì, 11 settembre 2008 – Dopo due settimane di violenze contro i cristiani, nello Stato indiano dell’Orissa, nel nord-est del Paese, le vittime sono 27.
Gli attacchi sono scoppiati dopo che il leader induista Swami Laxmanananda Saraswati e quattro dei suoi associati sono stati uccisi nel distretto di Kandhamal il 23 agosto.
Anche se i maoisti hanno rivendicato l’attentato, presto si è scatenata la violenza contro i cristiani. I radicalisti indù hanno distrutto più di 4.000 case in tutto il territorio dell’Orissa e dato alle fiamme scuole, chiese e conventi.
Le forze di polizia, dal canto loro, si sono dimostrate del tutto inadeguate a livello numerico per far fronte alla situazione. Molti poliziotti, inoltre, non avevano armi in dotazione o non hanno fatto niente per fermare i fanatici. In alcuni casi, tuttavia, hanno avuto un ruolo significativo nell’avvertire sacerdoti, suore e fedeli cristiani perché riuscissero a sfuggire alla violenza.
Con l’intensificarsi delle violenze, Babu Joseph, portavoce della Conferenza dei Vescovi Cattolici dell’India (CBCI), e altri leader cristiani hanno denunciato la situazione ai media e agli ufficiali governativi.
Il 7 settembre, è stata osservata in India una giornata di digiuno e preghiera per la situazione dei cristiani.
I leader cristiani sono anche apparsi sui media nazionali e internazionali per spiegare il proprio punto di vista, emettendo numerose dichiarazioni e tenendo conferenze stampa per esprimere la posizione della Chiesa.
Allo stesso modo, hanno anche sottoposto dei memorandum a personaggi come Sonia Gandhi, il Ministro dell’Interno Shivraj Patil e quello della Difesa A.K. Anthony.
Una guerra mai spenta
Una vera e propria polverira, il Caucaso. Una situazione riaccesa agli occhi di noi occidentali solo un mese fa, con l’invasione delle regioni secessionaiste Abkhazia e Sud Ossezia da parte della Georgia e il repentino contrattacco russo (così ci raccontano i media cosiddetti “mainstream”). Mi è piaciuto riflettere sulla crisi caucasica attraverso questo articolo di Joseph Yacoub, tratto da Avvenire di ieri.
La guerra tra Russia e Georgia sull’Ossezia del Sud e l’Abkhazia ha riproposto con forza la questione delle frontiere nei Paesi del Caucaso e, ancor più, il problema della coabitazione di una grande varietà di popoli e di minoranze etniche, linguistiche e religiose.
Ecco dunque che il Caucaso rischia di tornare a infiammarsi per nuovi conflitti etnici di cui solo lui conosce il segreto.
Scriveva nel 1881 il geografo francese Elisée Reclus: «Si sa quanto sia stata lunga e faticosa la conquista del Caucaso: è durata due secoli… Quasi tutti i montanari del Caucaso conservano l’odio dei vinti contro i vincitori e ricordano con orgoglio i tempi dell’antica indipendenza». Proseguiva: «Si sa che il Caucaso è il Paese delle religioni e delle lingue». Già nell’antichità lo storico Plinio il Giovane (62-113) affermava che, per amministrare bene le regioni caucasiche, i Romani dovevano usare centotrenta traduttori.
Nella sua Geografia Strabone (63 a.C.-25 d.C.) evocava le immagini di un mosaico su un territorio ristretto e dell’umanità. Isolato complesso montuoso, il Caucaso è in preda a scosse e convulsioni politiche che arrivano da ogni parte. Storia e posizione geografica spiegano l’eterogeneità e la complessità della sua popolazione. Accanto ai tre popoli dominanti, georgiani, armeni e azeri, coesistono nazionalità e minoranze che superano il centinaio come adighei, abkhazi, cabardini, circassi, caratini, ceceni, ingusci, psciavi, nogai, talisci, curdi yazidi, assiri, osseti, calmucchi, tatari, agiari, baschiri, lazi, svani, khevsuri, tati ecc. Si trovano affiancate lingue diversissime: caucasiche ma anche turche (o turaniche), indoeuropee, iraniche e semitiche. Negli anni 1991-1992 moltissimi popoli caucasici si erano autoproclamati sovrani, come i sudosseti e gli abkhazi in Georgia e gli armeni del Nagorno-Karabakh in Azerbaigian. Ma ogni proclamazione d’indipendenza era stata accompagnata dal conflitto armato, con il suo fardello di rifugiati e sfollati.
Dopo la dissoluzione dell’Urss, questa regione ribelle e turbolenta si è vista sconvolta da sussulti nazionalisti: sanguinosi combattimenti tra georgiani, conflitti che oppongono i georgiani a osseti e abkhazi, guerre tra azeri e armeni che si disputano il Nagorno-Karabakh, talisci e lesghi contro azeri, russi contro ceceni, ceceni contro ingusci, cabardini contro balcari, cumucchi contro lachi, darghini contro cumucchi. A partire dal 1990 la situazione ha assunto aspetti drammatici. Va detto che questa zona è di primaria importanza geopolitica e strategica. ‘Marca’ della Russia posta sul fianco meridionale, i legami che la uniscono con Mosca sono forti e antichi e importantissimo è il ruolo che questa periferia montuosa svolge nella tradizione nazionale e nella letteratura russa. Lo testimoniano opere di scrittori come Puškin, Lermontov e Tolstoj, per quanto talvolta esse assumano connotazioni coloniali. Ma la Russia impiegò due secoli a ‘pacificare’ il Caucaso. Poiché, fin dall’inizio, i popoli caucasici resistettero tenacemente al dominio russo. In passato migliaia di caucasici, soprattutto musulmani, abbandonarono i loro paesi per il Medio Oriente ( Turchia, Siria, Giordania…), preferendo l’esilio all’occupazione. Dopo la dissoluzione dell’Urss, il Caucaso è oggetto di contesa tra Stati Uniti e Mosca, in ragione soprattutto del petrolio del Mar Caspio. La Georgia si è nettamente occidentalizzata e vorrebbe a tutti i costi aderire alla Nato, l’Azerbaigian si è da tempo avvicinato alla Turchia a tutto danno dell’Armenia che si preoccupa, e i Paesi musulmani s’interessano al conflitto in Cecenia e in Daghestan. Del resto questa regione è stata in ogni epoca un crocevia di grandi strade commerciali (Mesopotamia, Bisanzio, Turchia, Persia, Russia), un luogo di incontro e di confronto tra Oriente e Occidente, una terra di antica cultura impregnata fin dalle origini di cristianesimo, islam e credenze autoctone legate alle culle delle grandi civiltà. Nessuno dei conflitti emersi in questi ultimi due decenni si è definitivamente risolto: tornano a scoppiare di tanto in tanto, come il conflitto ceceno, quello (congelato) del Nagorno-Karabakh e ora l’Ossezia del Sud e l’Abkhazia. Il Caucaso si trova a fare i conti con logiche nazionalistiche che si contrappongono e si escludono a vicenda su autonomia, principio di autodeterminazione, frontiere etniche e geografiche e integrità territoriale. Questa zona è incontestabilmente la regione potenzialmente più conflittuale.
Dalla sua pace dipende in parte la pace nel mondo. Fin d’ora, siamo realisti. La prospettiva di una soluzione non può venire dal moltiplicarsi degli Stati – tantomeno nel Caucaso – ma da un pieno riconoscimento dell’autonomia delle minoranze all’interno degli Stati esistenti.
Un’atroce realtà: il Darfur
Sudan, il “Paese dei Neri”. Era così che gli arabi chiamavano i territori confinanti col Sahara meridionale (Bilād al-Sūdān), le cui popolazioni erano di colore. Oggi, per noi occidentali almeno, è immediato il collegamento con la parola Darfur. Il Darfur, una regione grande come la Francia, situata nel Sudan occidentale. Cosa mai avrà di tanto speciale da essere nominato così di frequente? Se lo saranno mai chiesto i politici italiani, magari quelli che, alla domanda delle “Iene” di Mediaset su cosa fosse il Darfur, hanno risposto con le più incredibili assurdità. “E’ un modo di essere sopra le righe”, “un modello di sviluppo”…vergogna!
Parte di un Paese di per sé dilaniato da un’endemica guerra civile, il Darfur presenta all’umanità intera conflitti che hanno origini remote e risalgono agli scontri fra le popolazioni nomadi arabe e le popolazioni stanziali africane (Fur, Masalit, Zaghawa) per risorse vitali come terra e acqua. Amnesty International ha stimato attorno ai 300 mila i morti e i feriti di queste tribù fra il 2003 e il 2006. Questo è il Darfur.
Che si colloca in uno Stato che nel 2004 la Comunità Internazionale ha descritto come “la più grave situazione umanitaria esistente”. Il conflitto tra nord del Sudan, prevalentemente musulmano, ed un sud cristiano animista è alimentato da una guerra civile che dura da più di 40 anni. Molti gli sforzi fatti dalla Comunità Internazionale e numerosi anche i tentativi di organizzazioni africane (tra cui l’Unione Africana, AU) di portare la guerra civile ai tavoli di pace. Ma resta grave il problema dei guerriglieri ribelli contro un governo del nord che ha imposto, sin dagli anni ‘80, il duro regime della Sharia, la legge araba. A contrapporre infatti l’egemonia del GoS (Government of Sudan) due principali fazioni ribelli: lo SLA (Sudan People’s Liberation Army) e il JEM (Justice for Equality Movement) che hanno imbracciato le armi contro il regime militare guidato dal generale Omar Hasan Ahmad al-Bashir e dominato dal Fronte nazionale islamico (NIF). Ma il nemico non sta a guardare. E risponde lasciando a briglia sciolta le milizie arabe (Janiawid). Le conseguenze? Villaggi bruciati, case distrutte, razzie, morte e violenza.
Centinaia di migliaia di persone costrette ad abbandonare le proprie case, in preda alle due impetuose
forze contrapposte. Secondo le Nazioni Unite, ci sono attualmente oltre 2 milioni di sfollati, ridotti in condizioni di estrema povertà, rifugiatisi entro i confini del Darfur, mentre circa 200 mila hanno oltrepassato i confini del vicino Chad.
Governo e gruppi ribelli, i nemici che, paradossalmente, finiscono per mietere le stesse identiche vittime: gli innocenti. Ed è per i loro volti straziati, per le loro vite logorate da un odio esterno senza alcun argine, che risuona come un nostro dovere improrogabile conoscere. Perché il Darfur è una realtà. E non mera parola priva di significato.
Per capire i misteriosi (ma non troppo) rapporti con la Cina LEGGI QUI
Betancourt, la forza di una donna
“Primero do gracias a Dios y a la Virgen por este momento tan bello”.
Queste le prime parole di Ingrid Betancourt dopo la sua liberazione. Parole struggenti che mi hanno sconvolto l’anima per la toccante profondità del loro contenuto espresso in una forma apparentemente semplice, genuina.
Una donna certamente tenace, che ha respirato fin da giovane l’aria della politica con le esperienze istituzionali dei genitori – il padre un ex-ministro all’educazione e la madre ex-senatrice. Donna dalle idee chiare, che è giunta alla fondazione di un partito – Partido Verde Oxigeno, di centro-sinistra – con il quale desiderava lottare contro la piaga colombiana della corruzione e del narcotraffico.
Ma, nel preciso momento del rapimento nel febbraio 2002 per opera delle Farc – Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia da 40 anni in lotta col governo di Bogotà – soprattutto madre di due figli, che rivedrà solo dopo sei anni. Cresciuti, forti, sani: un’esplosione di gioia per gli occhi di una madre costretta a una lontananza forzata da quelli che lei stessa ha definito “mi luz, mis estrellas”. E’ in quel momento di trasparente gioia che il ringraziamento più grande si scioglie in un dolce pensiero a Dio, Padre e Figlio, e alla Vergine Madre. Una donna straziata dalle sofferenze di una lunga prigionia che tuttavia si offre in una staordinaria serenità, come pervasa da un Amore più grande di qualsiasi guerriglia o rancore. “Abbiamo dovuto superare tanti momenti terribili. Ma quando sull’elicottero ho visto che il comandante che per tanto tempo ci ha costretto a subire molte umiliazioni era prigioniero, non ho provato gioia: ho provato solo pena per lui”.
Un esempio di umanità, di profonda gratitudine; emblema di una Bontà superiore che accarezza in modo del tutto inatteso ma travolgente facendo luce anche dove sembra impossibile vedere anche solo un piccolo spiraglio.
Una donna, dicevamo, combattiva. E insieme una mamma piena d’amore per i suoi figli. Ed ora, anche una persona ritrovata. Rinnovata nello spirito. La vediamo sugli schermi abbracciare la madre, inginocchiarsi con lei e baciare un rosario di legno grezzo. E la forza di questo fermo immagine non può non scuoterci dentro.
Il volto della fame
Madhya Pradesh, India. Un reportage di Damian Grammaticas della BBC NEWS. Una terra dove la denutrizione in età infantile arriva al 60%. Un modo per condividere quest’informazione e riflettere un po’ su una grave piaga del nostro tempo. Rispolverate l’inglese e leggete qui…
BBC News: Malnutrition getting worse in India
Il paradosso del nostro tempo
Paesi e organizzazioni si sono impegnati a stanziare 6,5 miliardi di aiuti. La Banca Mondiale ha promesso 1,2 miliardi di dollari, gli Usa 1,5 miliardi, la Francia 1,5 miliardi su 5 anni, il Regno Unito 590 milioni di dollari. L’Italia si è impegnata a versare 190 milioni di euro.
«Ci sono state grandi declamazioni, affermazioni di principio, ma non ho sentito quella coesione unanime che sarebbe stata necessaria» di fronte ad un problema così grave come la fame nel mondo, ha detto il ministro degli esteri, Franco Frattini. Lo scontro che ha impedito fino all’ultimo un accordo più ampio ha visto protagonisti da una parte Europa e Usa e dall’altra il cosiddetto «blocco latino-americano» guidato dall’Argentina. I latino-americani si sono opposti alle critiche del testo contro le limitazioni dell’export, che l’Argentina in particolare attua per riuscire a sfamare la popolazione locale e a calmierare i prezzi. Pesante bocciatura del vertice da parte delle Organizzazioni non governative, tutte molto deluse.
Un fallimento. Ecco il termine che riassume quest’incontro. Ma d’altronde, che cosa ci si poteva aspettare? Una due giorni di incontri intensivi non potrà mai creare le basi di un dialogo pur necessario ma che ha bisogno di lunghi tempi di sedimentazione e maturazione per essere davvero efficace. Un dialogo che ha certamente bisogno di diventare adulto mantenendo lo spirito e la vivacità di un giovane pieno di progetti e speranze. E invece, quello che esce da questo vertice FAO sa di vecchio, un vecchio però privato delle sue qualità positive. Tra cui, soprattutto, la saggezza. Che è di chi ha accumulato molte esperienze durante l’arco della vita, e le sa raccontare e trasmettere al giovane dando loro un’impronta positiva, come di una strada tracciata che ha bisogno di essere portata avanti con carisma e dedizione. E invece, cosa troviamo al vertice FAO? Rappresentanti importanti, vertici di grandi nazioni, persone “vecchie” che sembrano parlare del problema della fame come una prassi ormai assegnata da tempo e che dev’essere portata a termine in qualche modo. Emblema del paradosso che caratterizza il nostro tempo, e che vede da una parte del mondo persone chiedersi: “Cos’è il problema della fame?”, e dall’altra parte ancora persone che saprebbero darne precisa spiegazione e turbati si chiedono: “Cos’è il problema dei rifiuti?”…questa situazione è sconcertante.


