AAA cercasi onestà
Terremoto in Abruzzo. Una disastrosa calamità naturale che, colpendo motli dei nostri connazionali, dovrebbe colpire nel profondo ciascuno di noi. Come in filo comune che ci lega tutti in quanto italiani e in quanto uomini soggetti alla contingenza della vita, dovremmo raccoglierci tutti in un abbraccio simbolico alla popolazione abruzzese coinvolta nell’evento tellurico.
Tutti d’accordo, non c’è dubbio. Ma già a distanza di pochi giorni, si ricomincia il pastiche tutto italiano: la brutale strumentalizzazione di una tragedia da parte delle parti politiche. Non se ne può più.
Molti hanno ormai raggiunto la soglia di sopportazione di tanta disonestà, tanto che provano sentimenti contrastanti nei confronti del sistema: da una parte, da buoni italiani, vorrebbero contribuire economicamente nel proprio piccolo per risollevare gli abruzzesi, dall’altra diffidano perchè non hanno certezze.
Chi assicura che la Protezione Civile gestisca onestamente i fondi che stanno arrivando da tutta Italia? Chi assicura che, passato il terremoto mediatico, nessuno si dimentichi della ricostruzione e anzi si contribuisca ad una rapida ricostruzione, per quanto geologicamente ed umanamente possibile?
E chi assicura che, per ragionamento inverso, non intervengano i soliti furbi speculatori, capaci di trarre il massimo beneficio personale anche di fronte all’immenso dolore di bambini, anziani, giovani, famiglie?
E’ un’immersione in apnea che non può durare a lungo. C’è estremo bisogno di ritrovare un po’ di sincera onestà. Tra le persone, tra i partiti, tra le associazioni. Per un solo bene: quello di ciascuno di noi, nessuno escluso.
Turismo. L’arma contro la crisi? La qualità
Il turismo sul lago di Garda sembra reggere il contraccolpo della crisi economica. Ma per quanto tempo? E secondo quali modalità? Questi gli interrogativi che mercoledì scorso hanno animato la 33ª Assemblea generale dell’Unione Gardesana Albergatori Veronesi (Ugav) nella cornice del Centro Convegni “Nascimbeni” di Brenzone.
I dati.
Secondo i dati inerenti alla stagione turistica appena trascorsa, il comprensorio gardesano ha registrato un incremento dell’1,6% sugli arrivi rispetto al 2007, ponendosi come meta turistica tra le più ambite d’Italia. Un dato positivo drasticamente ridimensionato dal confronto con il numero di presenze effettive, diminuito del 2,6%, a fronte di un calo medio del 5-8% registrato a livello nazionale. «Dovremmo essere soddisfatti rispetto all’andamento nazionale ancor più negativo, ma non è così – ha spiegato il presidente Ugav, Antonio Pasotti – perché la Pasqua bassa per noi ha significato un mese di costi di gestione in più, con una diminuzione della redditività del 10%, e un mese in più di apertura in cui diluire le già ridotte presenze».
Più arrivi, meno presenze: un fenomeno che si è verificato nella maggior parte delle località turistiche del Garda veronese, con significativi picchi al ribasso nelle presenze rispetto al 2007 soprattutto per Peschiera (-16,2%) e Costermano (-9,7%). La famigerata tendenza al “mordi e fuggi”, ormai ampiamente diffusa nel settore, non risparmia nemmeno il turismo gardesano. Che deve correre ai ripari, affinchè la crisi economica non travolga quel perno economico che genera un fatturato annuo di 600 milioni di euro: «Se le bellezze del nostro territorio, la variegata offerta turistica e culturale, le tradizioni e l’enogastronomia non bastano più, c’è bisogno di un confronto per capire insieme cos’altro serve, perché se sul lago va male il turismo, di conseguenza va male tutta l’economia», ha evidenziato Pasotti.
I problemi.
Un allarme interno al settore, quello lanciato dal presidente Ugav agli albergatori presenti, a cui si sono aggiunte le preoccupazioni inerenti la gestione del territorio e dei suoi servizi, di fondamentale importanza per garantire la giusta accoglienza ai 10 milioni di turisti che annualmente visitano il lago di Garda. Prima fra tutte, la viabilità: «Come imprenditori turistici e in quanto portatori di interessi economici diffusi abbiamo sempre sostenuto che il turismo ha
bisogno di infrastrutture – ha continuato Pasotti – e la rinuncia totale alla Affi-Pai ci ha lasciati con l’amaro in bocca, perché si è persa ancora una volta l’occasione di dare finalmente soluzione all’emergenza della congestione del traffico sulla Gardesana. Che è e rimane un problema». Il presidente Ugav ha inoltre lamentato l’esclusione della categoria dal tavolo provinciale di confronto per la risoluzione del problema viabilistico, che il sindacato degli albergatori indicava nel miglioramento di strade già esistenti, unito al potenziamento dell’asse ferroviario e all’ampliamento a tre corsie dell’autostrada del Brennero.
L’eccessiva cementificazione ha rappresentato un ulteriore tasto dolente durante l’Assemblea dei soci Ugav. Pasotti non ha risparmiato toni duri: «Le seconde case consumano il territorio senza portare reali benefici alla collettività; è ora di smetterla con queste nuove costruzioni e pensare alla riqualificazione edilizia dell’esistente». E con particolare riferimento alla questione della lottizzazione di Albisano, ha aggiunto: «Questi complessi residenziali camuffati da attività turistico-alberghiere non sono regolari; non abbiamo bisogno di nuovi alberghi ma di maggiore qualità negli alberghi», e ha sollecitato politici e amministratori locali – tra cui le presenti amministrazioni di Malcesine, Brenzone, San Zeno di Montagna e Torri – a sostenere il sistema turistico in materia di finanziamenti per la riqualificazione e di abbassamento delle tassazioni.
Altre fonti di apprensione sono state infine individuate nel taglio del presidio della vigilanza costiera e nella presunta chiusura dell’ospedale di Malcesine: «Non possiamo permetterci di abbassare il livello di sicurezza né di rimanere senza un presidio sanitario adeguato per gli ospiti dell’alto lago» è stato il commento del presidente Ugav.
Gli obiettivi.
A livello nazionale, Federalberghi sta concentrando la propria attività nel tentativo di creare un ministero del turismo, al quale si aggiungono le richieste di politiche a sostegno del settore, il taglio della pressione fiscale e del costo del lavoro, la riduzione degli oneri burocratici.
Ma qual è la sfida a cui la crisi economica chiama le strutture ricettive, per la maggior parte a conduzione familiare, che nel complesso formano l’ossatura dell’offerta alberghiera gardesana nonché della base associativa dell’Ugav? La risposta sembra essere una sola: l’orientamento alla qualità, che si basa principalmente sulla soddisfazione dell’ospite. «Non basta più il mestiere, la tradizione che ha accompagnato generazioni di albergatori gardesani. Bisogna innovare, stare al passo coi tempi. Se abbassiamo i prezzi solo per competere con altre località ma a scapito della qualità, la battaglia è già persa in partenza» ha ammonito Pasotti, che ha individuato nell’impegno e nella passione per il lavoro alberghiero il segreto per affrontare la sfida: «Dobbiamo saper mettere a punto le nostre offerte, con proposte ad hoc per invogliare la clientela a sceglierci e a scegliere il Garda».
Un obiettivo che ha trovato il consenso e la condivisione da parte dell’assessore provinciale al Turismo Antonio Pastorello, il quale ha concluso invitando gli albergatori riuniti a non fermarsi alla visione della routine quotidiana, ma di «guardare oltre, crescendo in termini qualitativi per superare insieme la recessione, puntando al confronto con la categoria e alle sinergie con gli organismi di riferimento locali».
Malcesine, ecco la nuova palestra
Svecchiata e più sicura. Sabato 8 novembre è stata inaugurata la palestra della scuola media di Malcesine, dopo i lavori di ristrutturazione che l’avevano costretta alla chiusura sei mesi fa.
«Credo che per i genitori sia importante sapere che i loro figli frequentano strutture sicure – ha esordito l’assessore ai servizi sociali di Malcesine, Livio Concini – l’amministrazione desidera ringraziare chi ha permesso di raggiungere questo traguardo, in primis la Regione Veneto, che ha stanziato 100mila euro di finanziamenti». Un ringraziamento che si è esteso alla direzione dei lavori per la rapidità di svolgimento dell’opera e per non aver creato disagi alla scuola. «Una palestra che, oltre ad essere della scuola, è utilizzata anche da società sportive e non – ha puntualizzato Gigliola Gabos, il dirigente scolastico – e quindi da questo rinnovo non può che trarre benefici in termini di promozione della salute, per ragazzi ma anche per adulti».
Un tema, quello della salute, che è stato proposto durante l’inaugurazione con un accento particolare sul problema della dipendenza da alcol e droghe. «Recenti ricerche condotte a livello europeo offrono dati sconcertanti, indici di quanto la piaga della dipendenza s’insinui a partire dall’età di 11 anni – ha spiegato il presidente dell’Acat Baldo-Garda, Elena Tommasi – per questo è importante educare i giovani su tali rischi e fare prevenzione già dalla scuola media».
La presenza dei sindaci delle due comunità di Malcesine e Brenzone e degli assessori competenti in materia di istruzione e politiche giovanili ha infine dato l’occasione per presentare alcuni progetti legati al riavvicinamento alla politica da parte dei giovani. «La scuola media è impegnata in un progetto che si realizzerà sui tre anni, durante i quali saranno approfondite di volta in volta le istituzioni del Comune, della Regione e dell’Europa – ha evidenziato il dirigente scolastico -. Sarà questo un modo per far capire ai ragazzi che le istituzioni, collegandosi tra loro, lavorano per il bene di tutti ed è quindi doveroso sentirle vicine». Una cerimonia conclusasi con la benedizione e l’augurio del parroco don Giuseppe Suman, seguito dal canto dell’inno nazionale interpretato dai ragazzi della scuola media.
Tra le associazioni locali e i numerosi enti che hanno partecipato all’inaugurazione, la Funivia, l’Associazione Albergatori, l’istituzione di promozione turistica Malcesine Più e la neonata Consulta giovanile comunale.
Puntare alla comunione
Il Vescovo ai consigli pastorali del Vicariato del Lago Orientale
Costruire l’unità. Tra preti, tra laici e, non da ultimo, tra laici e preti. Ecco le tappe del progetto pastorale diocesano per il prossimo triennio, che il Vescovo Giuseppe Zenti ha presentato il 14 ottobre ai parroci e ai rappresentanti dei consigli pastorali appartenenti al Vicariato del Lago Veronese riuniti a Garda.
Ma cosa significa “comunione fraterna”? «Esprime il comandamento dell’amore cristiano, come ci ricorda San Giovanni evangelista, amatevi gli uni gli altri» ha evidenziato mons. Zenti al numeroso gruppo di collaboratori parrocchiali. Un precetto che si concretizza sintonizzandosi su quattro atteggiamenti centrali: la fiducia, il dialogo, la condivisione e la benevolenza. «C’è bisogno di un accreditamento di fiducia, perché altrimenti s’insinua la diffidenza e il dialogo finisce – ha esortato il Vescovo – il dialogo inteso come scambio di parola piena di valore, che sola può diventare germe per la vita». Se la profondità della parola porta ad un dialogo autentico, la sua condivisione costituisce una fonte di arricchimento per tutti: « Se una proposta è condivisa, allora è valida. Se è condivisa in parte, non lo è più. La Chiesa è una comunione in cui dobbiamo aiutarci tutti, con umiltà, a trovare i punti di accordo» ha sottolineato il Vescovo risaltando l’importanza di lasciarsi guidare dallo Spirito. Non a caso la comunione fraterna trova nella benevolenza, quinto frutto dello Spirito (Gal 5,22), la sua espressione: «L’apprezzamento dà slancio! Volere il bene dell’altro, valorizzando i suoi gesti positivi, dona coraggio in ogni situazione».
Dove far crescere la comunione fraterna? Nella Zona Pastorale: «La Zona – più che la Vicaria, che è utile in fase di progettazione e verifica degli obiettivi – favorisce la collaborazione tra presbiteri e laici, riuscendo così ad abbattere i campanilismi tenendo in piedi i campanili» ha continuato mons. Zenti. Ambizioso il programma: «La prima forma di collaborazione è quella tra presbiteri, che sono chiamati a lavorare in modo unitario coinvolgendo tutta la Zona Pastorale per quanto riguarda: la famiglia – dall’accompagnamento delle giovani coppie all’alleanza tra famiglie che sola può dare impronte educative in grado di salvare i figli dal naufragio sociale – i catechisti e gli animatori, la catechesi per adulti».
Fra gli strumenti utili a raggiungere tali obiettivi, il Vescovo ha infine suggerito l’Azione Cattolica e il Seminario Minore: «L’una richiede una sensibilità a 360°, l’altro offre un humus educativo valido per la vita».
Giovani, monete d’oro da non perdere
“La tua libertà era il segno alto dell’ala. La nostra invece il rotolare spicciolo di una moneta d’oro che scompare tra le griglie di un tombino di fogna”.
Parole rivolte a San Francesco d’Assisi e pronunciate a Spoleto da don Mimmo Battaglia, presidente della Federazione delle comunità terapeutiche (Fict), durante la due giorni nazionale appena trascorsa. Un grido d’allarme per dare una scossa alla cultura dello sballo. Leggendole ieri mi hanno colpito, le volevo fissare su una pagina.
Passaparola e vieni alla Consulta
Ecco un sunto in forma “friendly” dello Statuto e del perchè, se vi va, partecipare…(lo troverete anche sul Notiziario, quando uscirà… -_-).
C’era una volta l’incontro per i giovani al Teatro Furioli…Ne è passato di tempo da quella riunione, vero? Quasi un anno e, con esso, sono passate anche tante domande alternate da una sana e vivace curiosità da parte dei giovani del paese che spesso chiedevano: “Cos’è la Consulta? A cosa serve? Chi ne fa parte?”.
Durante l’inverno, un gruppo di giovani ha dato la propria disponibilità per tentare di rispondere a queste domande stendendo una bozza dello Statuto fondatore di quella che sarebbe stata la futura Consulta dei Giovani di Malcesine. Un percorso non sempre facile, che li ha messi di fronte alle difficoltà derivanti dal dover maneggiare un tipo di linguaggio istituzionale e burocratico, lontano dal gergo giovanile, ma che alla fine li ha resi soddisfatti del lavoro svolto.
E dopo tante attese, il 13 giugno scorso il Consiglio Comunale ha approvato lo Statuto, dando ufficialmente il “via” alla Consulta dei Giovani di Malcesine, un organo che ora è tutto da rimpolpare con idee e proposte provenienti da giovani di buona volontà, a cui si richiede una buona dose di spirito di aggregazione e tanta voglia di fare per il proprio paese e per i giovani che vi abitano!
Con quali obiettivi? Favorire l’associazionismo fra giovani e il loro legame con le istituzioni locali; promuovere iniziative per l’inserimento dei giovani nella società e per la loro crescita umana e culturale; concretizzare idee che promuovano lo sport e stimolino la creatività tra i giovani; creare legami di confronto e collaborazione con le Consulte presenti sul territorio sia a livello locale sia nazionale e internazionale.
In quali ambiti? Tutti quelli attinenti al mondo giovanile: dalla cultura allo sport, dall’ambiente allo sviluppo del territorio, dalla sicurezza all’informazione, senza dimenticare il volontariato e la solidarietà. E molti altri ancora!
Come? In qualità di organo consultivo comunale, presentando proposte ed esprimere pareri sulle questioni di interesse per i giovani. Non saranno vincolanti per gli organi dell’amministrazione comunale, ma…è un importante canale per far sentire la propria voce!
Chi ne fa parte? Tutti i giovani tra i 16 e i 32 anni che manifestano la volontà di parteciparvi!
Come funziona? La Consulta è formata da due organi: l’Assemblea e il Consiglio Direttivo. Dell’Assemblea fanno parte: il sindaco, l’assessore con delega ai servizi sociali, un rappresentante per il gruppo consiliare di maggioranza e un rappresentante per ogni gruppo consiliare di minoranza, un rappresentate di età compresa tra i 16 e 32 anni designato da ogni associazione che ha sede sul territorio, tutti i giovani di età compresa fra i 16 e 32 anni che aderiscono. Nell’Assemblea, che si riunisce almeno 4 volte l’anno, si decidono gli obiettivi da perseguire.
Il Consiglio Direttivo è l’organo esecutivo della Consulta; i suoi 11 membri sono scelti, con votazione limitata ad un candidato, tra i componenti dell’Assemblea che desidereranno proporsi. Entrambi i sessi devono essere rappresentati da un numero minimo di 4 consiglieri. Tra gli 11 componenti eletti dovranno essere designati: un Presidente, un Vicepresidente, un Segretario e un Vicesegretario. NB: Il Consiglio Direttivo è il contatto diretto con l’amministrazione comunale!
Quando si costituirà la Consulta? La prima Assemblea si terrà il 18 ottobre alle ore 19.30 nella sala consiliare del Comune. Durante questo primo incontro costituente verranno eletti gli 11 membri del Consiglio Direttivo, per questo stanno già arrivando a mezzo posta nelle case di tutti i giovani tra i 16 e i 32 anni i moduli d’adesione alla Consulta.
Perché partecipare e/o candidarsi? Per esprimere la volontà a dare concretezza a questo progetto, offrendo la propria disponibilità a partecipare attivamente e con responsabilità nei confronti dei giovani rappresentati. Dire “sì” a questo progetto è un’opportunità per impegnarsi nella nostra realtà locale: conoscere le esigenze dei giovani e dar loro voce, avvicinarsi alla realtà comunale e ritrovare una via di comunicazione con la politica attraverso il contatto con l’amministrazione, creare oggi le basi per un futuro migliore in cui far crescere le prossime generazioni.
Come saperne di più? Leggendo attentamente il testo integrale dello Statuto, reperibile sul sito internet del Comune… (www.comunemalcesine.it).
L’India, l’Europa, il mondo
Da Asianews.it, 16 settembre :
Ancora violenze anti-cristiane in Orissa; attaccato un asilo in Kerala
Le violenze anti-cristiane iniziate nell’Orissa 3 settimane fa, ancora non si placano; anzi si diffondono anche in Kerala.
In Orissa, dopo settimane dalle prime violenze e lunghi giorni di coprifuoco e di stato d’emergenza, ieri notte nel distretto di Kandhamal, l’epicentro delle violenze anti-cristiane, una folla di oltre 500 indù ha attaccato una stazione di polizia e bruciato diversi veicoli. Un poliziotto è stato ucciso. L’attacco sembra essere una rappresaglia contro la polizia che nei giorni scorsi a Krutamgarh aveva sparato sui militanti indù per fermare un loro tentativo di bruciare alcune case di cristiani.
Ma le violenze contro i fedeli continuano. P. Dibyasingh Parichha, portavoce della diocesi di Cuttack-Bhubaneshwar, ha detto ad AsiaNews che “il 14 settembre nel villaggio di Makabali, sono state bruciate 12 case di cristiani; una a Debari e una a Murudikupuda. Ieri, vicino a Raikia è stato ucciso un cristiano”.
L’ondata anticristiana si diffonde in altre aree dell’India. L’asilo cattolico Jaya Mata è stato assaltato da sconosciuti nella notte fra il 14 e il 15 settembre. Il fatto è avvenuto nel distretto di Kasargode (Kerala, India sud-est). Un locale dell’asilo è temporaneamente usato come cappella, dato che la chiesa parrocchiale è in restauro. Ieri mattina, p. Antony Punnoor ha trovato distrutte il cartello di entrata, le vetrate e le finestre dell’asilo; una statua della Madonna è stata sfregiata con pietre. La polizia ha aperto un caso e rafforzato la sicurezza attorno alle chiese, temendo attacchi come in Orissa e Karnataka.
Bernardo Cervellera di AsiaNews.it scrive:
L’India del Mahatma Gandhi, della tolleranza, della democrazia è scivolata nella vergogna. “Una vergogna per la nostra Patria”: così il premier Manmohan Singh e il card. Oswald Gracias, arcivescovo di Mumbai, hanno definito il pogrom contro i cristiani scatenatosi dal 23 agosto in poi nello stato dell’Orissa. Il bilancio è gravissimo e destinato a crescere: decine di morti (alcune fonti dicono 100); almeno 52 chiese (fra cattoliche e protestanti) distrutte; centinaia di case danneggiate; quattro conventi, cinque fra ostelli e alloggi per giovani, sei istituti cattolici dediti al volontariato e al sociale devastati, centinaia di auto e altri oggetti personali incendiati. Ancora oggi migliaia di cristiani, fuggiti al massacro vivono nelle foreste vicine, nel terrore, senza abiti, né cibo.
L’Orissa, uno stato del nord-est indiano, non è nuovo a queste ondate di persecuzione. Lo scorso dicembre, alla vigilia di Natale, l’organizzazione fondamentalista indù (Vishwa Hindu Parishad, Vhp) ha ucciso 3 persone, attaccato e distrutto 13 chiese e cappelle, ferendo e lasciando senza tetto un gran numero di cristiani sempre nel distretto di Kadhamal. A spingere le folle indù contro i cristiani vi era Swami Laxmanananda Saraswati, uno dei capi del Vhp.
Quest’ultimo sussulto di persecuzione è avvenuto proprio dopo la morte dello Swami ad opera di un gruppo terrorista maoista la sera del 23 agosto. Sebbene anche alla polizia fossero chiari gli autori dell’assassinio dello Swami, alcuni capi del Vhp hanno subito dato la colpa ai cristiani e durante le cerimonie funebri del guru migliaia di radicali indù hanno dato inizio al pogrom col grido “uccidete i cristiani! Distruggete le loro istituzioni!”.
L’accanirsi contro persone e strutture serve ad eliminare la missione dei cristiani. Tribali – spesso utilizzati come schiavi per i lavori agricoli – e Dalit, gli emarginati dalle caste, vedono nel cristianesimo una strada per migliorare la loro situazione, vedere affermati i loro diritti, trovare finalmente una dignità al loro essere uomini. In un certo senso, la persecuzione è la misura dell’efficacia della missione cristiana.
Nell’opporsi all’impegno dei cristiani, i fondamentalisti indù si oppongono anche all’induismo di Gandhi, che voleva per l’India un Paese laico, aperto a tutte le religioni, l’eliminazione delle caste e la dignità dei Dalit, da lui definiti “figli di Dio” (harijian).
Il Vhp, nel suo nazionalismo esclusivo, molto vicino al nazismo, vuole invece eliminare dall’India cristiani, musulmani, parsi. Insomma: distruggere la storia dell’India, da sempre luogo d’incontro e di integrazione fra culture e religioni.
Oltre alla “vergogna” dell’India, vi è anche una “vergogna” per l’Europa e per il mondo. Al di là di qualche sparuta voce – come quella del ministro italiano Frattini – nessun governo ha osato dire qualcosa sui massacri dell’Orissa, domandandone la fine. Molte associazioni così pronte a difendere gruppi, minoranze, specie in estinzione, impegnati pacifisti hanno preferito tacere e anzi sospettare che dietro le accuse di proselitismo fatte dai radicali indù ci sia una qualche verità. Come hanno giustamente additato alcune personalità vaticane, vi è in Europa e nel mondo una specie di “cristianofobia” che cerca di scrollarsi di dosso, anche con la menzogna, l’eredità cristiana. Per questo, le notizie di persecuzione dei fedeli in Orissa, come in Cina o in Medio oriente, non interessano, anzi sono magari giustificate.
Cristiani massacrati in India
Anche se negli ultimi giorni non sono state registrate nuove violenze, la CBCI continua a monitorare la situazione nell’ Orissa - la regione dell’India colpita dalla rivolta anti-cristiana – raccogliendo informazioni e diffondendole ai media nazionali e internazionali e alle autorità governative.
Due settimane di feroci attacchi a case, scuole e conventiNUOVA DELHI, giovedì, 11 settembre 2008 – Dopo due settimane di violenze contro i cristiani, nello Stato indiano dell’Orissa, nel nord-est del Paese, le vittime sono 27.
Gli attacchi sono scoppiati dopo che il leader induista Swami Laxmanananda Saraswati e quattro dei suoi associati sono stati uccisi nel distretto di Kandhamal il 23 agosto.
Anche se i maoisti hanno rivendicato l’attentato, presto si è scatenata la violenza contro i cristiani. I radicalisti indù hanno distrutto più di 4.000 case in tutto il territorio dell’Orissa e dato alle fiamme scuole, chiese e conventi.
Le forze di polizia, dal canto loro, si sono dimostrate del tutto inadeguate a livello numerico per far fronte alla situazione. Molti poliziotti, inoltre, non avevano armi in dotazione o non hanno fatto niente per fermare i fanatici. In alcuni casi, tuttavia, hanno avuto un ruolo significativo nell’avvertire sacerdoti, suore e fedeli cristiani perché riuscissero a sfuggire alla violenza.
Con l’intensificarsi delle violenze, Babu Joseph, portavoce della Conferenza dei Vescovi Cattolici dell’India (CBCI), e altri leader cristiani hanno denunciato la situazione ai media e agli ufficiali governativi.
Il 7 settembre, è stata osservata in India una giornata di digiuno e preghiera per la situazione dei cristiani.
I leader cristiani sono anche apparsi sui media nazionali e internazionali per spiegare il proprio punto di vista, emettendo numerose dichiarazioni e tenendo conferenze stampa per esprimere la posizione della Chiesa.
Allo stesso modo, hanno anche sottoposto dei memorandum a personaggi come Sonia Gandhi, il Ministro dell’Interno Shivraj Patil e quello della Difesa A.K. Anthony.
Una guerra mai spenta
Una vera e propria polverira, il Caucaso. Una situazione riaccesa agli occhi di noi occidentali solo un mese fa, con l’invasione delle regioni secessionaiste Abkhazia e Sud Ossezia da parte della Georgia e il repentino contrattacco russo (così ci raccontano i media cosiddetti “mainstream”). Mi è piaciuto riflettere sulla crisi caucasica attraverso questo articolo di Joseph Yacoub, tratto da Avvenire di ieri.
La guerra tra Russia e Georgia sull’Ossezia del Sud e l’Abkhazia ha riproposto con forza la questione delle frontiere nei Paesi del Caucaso e, ancor più, il problema della coabitazione di una grande varietà di popoli e di minoranze etniche, linguistiche e religiose.
Ecco dunque che il Caucaso rischia di tornare a infiammarsi per nuovi conflitti etnici di cui solo lui conosce il segreto.
Scriveva nel 1881 il geografo francese Elisée Reclus: «Si sa quanto sia stata lunga e faticosa la conquista del Caucaso: è durata due secoli… Quasi tutti i montanari del Caucaso conservano l’odio dei vinti contro i vincitori e ricordano con orgoglio i tempi dell’antica indipendenza». Proseguiva: «Si sa che il Caucaso è il Paese delle religioni e delle lingue». Già nell’antichità lo storico Plinio il Giovane (62-113) affermava che, per amministrare bene le regioni caucasiche, i Romani dovevano usare centotrenta traduttori.
Nella sua Geografia Strabone (63 a.C.-25 d.C.) evocava le immagini di un mosaico su un territorio ristretto e dell’umanità. Isolato complesso montuoso, il Caucaso è in preda a scosse e convulsioni politiche che arrivano da ogni parte. Storia e posizione geografica spiegano l’eterogeneità e la complessità della sua popolazione. Accanto ai tre popoli dominanti, georgiani, armeni e azeri, coesistono nazionalità e minoranze che superano il centinaio come adighei, abkhazi, cabardini, circassi, caratini, ceceni, ingusci, psciavi, nogai, talisci, curdi yazidi, assiri, osseti, calmucchi, tatari, agiari, baschiri, lazi, svani, khevsuri, tati ecc. Si trovano affiancate lingue diversissime: caucasiche ma anche turche (o turaniche), indoeuropee, iraniche e semitiche. Negli anni 1991-1992 moltissimi popoli caucasici si erano autoproclamati sovrani, come i sudosseti e gli abkhazi in Georgia e gli armeni del Nagorno-Karabakh in Azerbaigian. Ma ogni proclamazione d’indipendenza era stata accompagnata dal conflitto armato, con il suo fardello di rifugiati e sfollati.
Dopo la dissoluzione dell’Urss, questa regione ribelle e turbolenta si è vista sconvolta da sussulti nazionalisti: sanguinosi combattimenti tra georgiani, conflitti che oppongono i georgiani a osseti e abkhazi, guerre tra azeri e armeni che si disputano il Nagorno-Karabakh, talisci e lesghi contro azeri, russi contro ceceni, ceceni contro ingusci, cabardini contro balcari, cumucchi contro lachi, darghini contro cumucchi. A partire dal 1990 la situazione ha assunto aspetti drammatici. Va detto che questa zona è di primaria importanza geopolitica e strategica. ‘Marca’ della Russia posta sul fianco meridionale, i legami che la uniscono con Mosca sono forti e antichi e importantissimo è il ruolo che questa periferia montuosa svolge nella tradizione nazionale e nella letteratura russa. Lo testimoniano opere di scrittori come Puškin, Lermontov e Tolstoj, per quanto talvolta esse assumano connotazioni coloniali. Ma la Russia impiegò due secoli a ‘pacificare’ il Caucaso. Poiché, fin dall’inizio, i popoli caucasici resistettero tenacemente al dominio russo. In passato migliaia di caucasici, soprattutto musulmani, abbandonarono i loro paesi per il Medio Oriente ( Turchia, Siria, Giordania…), preferendo l’esilio all’occupazione. Dopo la dissoluzione dell’Urss, il Caucaso è oggetto di contesa tra Stati Uniti e Mosca, in ragione soprattutto del petrolio del Mar Caspio. La Georgia si è nettamente occidentalizzata e vorrebbe a tutti i costi aderire alla Nato, l’Azerbaigian si è da tempo avvicinato alla Turchia a tutto danno dell’Armenia che si preoccupa, e i Paesi musulmani s’interessano al conflitto in Cecenia e in Daghestan. Del resto questa regione è stata in ogni epoca un crocevia di grandi strade commerciali (Mesopotamia, Bisanzio, Turchia, Persia, Russia), un luogo di incontro e di confronto tra Oriente e Occidente, una terra di antica cultura impregnata fin dalle origini di cristianesimo, islam e credenze autoctone legate alle culle delle grandi civiltà. Nessuno dei conflitti emersi in questi ultimi due decenni si è definitivamente risolto: tornano a scoppiare di tanto in tanto, come il conflitto ceceno, quello (congelato) del Nagorno-Karabakh e ora l’Ossezia del Sud e l’Abkhazia. Il Caucaso si trova a fare i conti con logiche nazionalistiche che si contrappongono e si escludono a vicenda su autonomia, principio di autodeterminazione, frontiere etniche e geografiche e integrità territoriale. Questa zona è incontestabilmente la regione potenzialmente più conflittuale.
Dalla sua pace dipende in parte la pace nel mondo. Fin d’ora, siamo realisti. La prospettiva di una soluzione non può venire dal moltiplicarsi degli Stati – tantomeno nel Caucaso – ma da un pieno riconoscimento dell’autonomia delle minoranze all’interno degli Stati esistenti.
Eluana, lo “scandalo” della vita
Sembrava una vita priva di valore, destinata alla condanna. E invece, sta suscitando i pensieri di molti, spingendo a riflettere ciascuno di noi su quanto la vita non sia mai in nostro possesso. La vita di Eluana Englaro sta facendo rumore, aprendo gli occhi sull’ingiustizia insita nell’esprimere sentenze sulla vita.
Certo, il dolore lancinante di una famiglia straziata dal ricordo di una figlia bella, giovane e solare è senza dubbio incomprensibile agli osservatori esterni; è possibile solo immaginare quanto sia il peso sulle spalle della famiglia di Eluana. Tuttavia questa stessa vita, che sembrava ormai impossibilitata ad esprimersi in qualsiasi forma, sta insegnando moltissimo al mondo intero. Ad esempio, lo straordinario fascino che la vita ha in sè, indipendentemente dal nostro inferire su di essa. Un esempio tra tutti: il bambino che cresce, portato per istinto a scoprire ed imparare. E la natura, poi, nel suo misterioso avvicendarsi ancestrale ma dai profumi sempre nuovi.
Per questi motivi, pur essendo in difficoltà nell’esprimere giudizi estremi su vicende come queste – un po’ per rispetto del dolore altrui, un po’ perchè mi chiedo: “Che farei io nella stessa situazione?” – mi sento di dire no. No a condanne sulla vita, magari supportate da informazioni faziose ed ideologiche. E. al contempo, sì. Sì al supporto di tutte quelle famiglie che hanno vissuto o stanno vivendo una situazione simile. Supporto che lo Stato e le strutture sanitarie dovrebbero garantire per difendere la vita.
La richiesta della Procura di Milano di bloccare il provvedimento che autorizza la sospensione dell’alimentazione ad Eluana può essere un inizio.
Pubblico di seguito un intervento dal titolo emblematico fatto da Carlo Casini, presidente nazionale del Movimento per la Vita.
NON ESISTE IL DIRITTO A RIFIUTARE LE CURE
Quanti ritengono giusto che Eluana sia lasciata morire si appellano all’articolo 32 della Costituzione, dove si riconosce che la salute è un “fondamentale diritto” dell’individuo e interesse della collettività, ma si aggiunge che solo la legge può obbligare ad un determinato trattamento sanitario senza comunque violare “i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. Si sostiene che in tale articolo sarebbe garantito un diritto alla cura e un parallelo diritto alla “non cura”: l’autonomia del soggetto sarebbe la radice dell’uno e dell’altro. L’autodeterminazione del soggetto sarebbe il valore sommo. La Cassazione, seguendo questa strada, dopo aver riconosciuto che Eluana è “una persona in senso pieno, viva, non morente, il cui stato di estrema debolezza nulla toglie alla sua dignità di essere umano” ha dato rilievo alla sua presunta volontà di non essere curata, ma esige la prova della non regredibilità del suo stato d’incoscienza.
Qual è allora il fondamento della decisione? L’autodeterminazione oppure la valutazione di un minor valore della vita incosciente? Dall’articolo 32 della Costituzione può ricavarsi davvero il diritto di non curarsi?
La seconda parte dell’articolo non sancisce un diritto alla non cura, ma piuttosto, a non essere sottoposti a violenza. Chi non vuol sottoporsi ad un intervento chirurgico non può essere trasportato di forza all’ospedale e legato. Qualche esempio rende facilmente comprensibile ciò che intendo dire. Chi salva l’aspirante suicida gettandosi nelle acque di un fiume, riceve lode, non incriminazioni. Dunque non esiste il diritto di decidere la propria morte. E se qualcuno prima d’inghiottire il veleno, avesse scritto: “Se mi ritroverete ancora vivo vi proibisco di sottopormi a lavanda gastrica o di somministrarmi antidoti!”, il medico dovrebbe obbedire?
Avviciniamoci di più a Eluana. Una persona affetta da malattia potenzialmente mortale, ma curabile con farmaci assumibili per via orale, rifiuta le cure: il coniuge affettuoso che somministra di nascosto il rimedio sciogliendolo in bevande viola il diritto di autodeterminazione? Dev’essere punito? E’ difficile ammettere un diritto di non curarsi da porre allo stesso livello del diritto alla cura. Allora, nel caso di Eluana, cosa resta? Resta solo la sottovalutazione della vita debole. Ma se si ammette la discriminazione tra vite umane la china è davvero molto scivolosa. Tutti, prima o poi, siamo in pericolo. La vita è la frontiera intransitabile.
- pubblicato su “Avvenire” del 1 agosto 2008, pag. 4 -

