Inquinamento? Il rimedio dalle piante
A Verona il punto della ricerca scientifica sulla “natura che aiuta l’ambiente”
Ripuliscono ciò che l’uomo inquina senza danneggiare né l’ambiente né il portafoglio. Stiamo parlando di piante capaci di assorbire dai terreni le sostanze nocive derivanti da attività agro-industriali. Un rimedio all’inquinamento che, oltre ad essere del tutto naturale, grazie alla ricerca scientifica potrebbe assumere un ruolo decisivo nell’ambito di soluzioni ambientali eco-sostenibili. Di questo si è parlato nel corso del convegno europeo che nelle scorse settimane ha riunito all’Università di Verona i membri del COST 859, un network composto da studiosi e ricercatori di ventinove Paesi dell’Unione Europea e coordinatore di progetti di ricerca nel campo della phytoremediation (da phyto, pianta, e remedium, soluzione).
Al centro del convegno i risultati ottenuti dallo studio dei geni e delle proteine coinvolte nel processo di assorbimento ed eliminazione di elementi inquinanti – pesticidi ed erbicidi, composti farmaceutici e residui industriali – da parte di organismi vegetali non adatti all’alimentazione (detto fitoestrazione). «Un processo in cui le protagoniste sono piante cresciute in terreni particolarmente ricchi di metalli pesanti (ad esempio le zone minerarie) sviluppando in modo naturale la caratteristica all’iper-accumulazione, che consente loro di tollerare sostanze tossiche nei propri tessuti» spiega la prof.ssa Antonella Furini, docente di Genetica Agraria all’Università di Verona e organizzatrice del workshop. Due le possibili modalità con cui avviene la bonifica: «Dopo l’immagazzinamento dei residui nocivi nelle foglie, le piante vengono rimosse dai terreni, oppure viene attuato un meccanismo interno alla pianta stessa per il quale essa agisce da “spugna” nei confronti dell’atmosfera, dove il materiale viene rilasciato solo dopo essere stato adeguatamente filtrato».
Ricerca e applicazioni.
Durante il convegno, il gruppo di ricerca del Laboratorio di Genetica Molecolare e Vegetale dell’ateneo veronese coordinato dalla prof.ssa Furini ha presentato i risultati di uno studio condotto in laboratorio sulla capacità di assorbimento dei metalli pesanti da parte di una specie vegetale iper-accumulante (l’Arabidopsis Halleri) e dei microrganismi presenti nel suolo a contatto con le radici. «Abbiamo focalizzato la nostra attenzione – chiarisce Giovanni Dal Corso, giovane ricercatore dell’ateneo scaligero - sui geni che conferiscono alle piante la capacità di accumulare metalli pesanti come il cadmio e lo zinco, oltre ad ottenere risultati che confermano l’influenza positiva dei batteri presenti nel suolo sul processo di fitoestrazione delle piante, avendo loro stessi capacità di degradazione di molecole tossiche».
Se in Italia la sperimentazione di queste piante è esclusivamente legata ai laboratori di ricerca, negli Stati Uniti la “fitobonifica” è praticata in ampie aree ed affidata a specie quali il pioppo, capace di assorbire selenio e mercurio. Un’altra applicazione è data dagli impianti in coltura liquida, nei quali le piante vengono coltivate in vasche contenenti acque contaminate, contribuendo alla loro depurazione e re-immissione nel circuito idrico. Risultati notevoli sono stati raggiunti anche in Danimarca con la senape indiana, pianta erbacea in grado di accumulare nei propri tessuti il paracetamolo; e ancora in Repubblica Ceca per quanto concerne la rimozione di sostanze farmaceutiche dalle acque ad opera di alcuni tipi di alghe.
Vantaggi e prospettive.
Soluzione pulita, poco costosa e assolutamente non dannosa per l’ambiente: la phytoremediation è tutto questo. «I vantaggi si riscontrano subito nell’applicabilità di questa tecnica su larga scala, molto più semplice se confrontata con le alternative di bonifica come la rimozione di interi suoli» evidenzia la prof.ssa Furini. Che aggiunge: « I costi di rimozione delle piante usate per la fitobonifica possono essere ammortizzati impiegando le piante per la produzione di biogas e di energia negli impianti di termovalorizzazione, o ancora, nel caso del pioppo, per la produzione di carta».
Una tecnica naturale ed assolutamente eco-compatibile, dunque, che ci proietta in un futuro in cui un controllo dell’inquinamento senza aggressioni all’equilibrio naturale potrebbe diventare realtà. Ma non mancano le note negative: «Più che di svantaggi, sarebbe corretto parlare di limitazioni» sottolinea la prof.ssa Furini. «Le piante iper-accumulanti hanno infatti piccole dimensioni, questo non permette loro di assorbire grandi quantità di sostanze. Per intensificare l’operazione di bonifica dei terreni mediante fitoestrazione sarebbe dunque utile trasferire le potenzialità genetiche delle piante-modello in piante con biomassa superiore. I nostri studi andranno proprio in questa direzione, per ottenere la massima resa in termini di riduzione dell’inquinamento».
LZ – pubblicato su “Verona Fedele” del 6 giugno 2008
Anche il clima dice la sua
In questi giorni di attenzione al vertice FAO di Roma, è impossibile non pensare anche agli effetti che il surriscaldamento globale sta provocando all’interno della comunità mondiale.
Carenze d’acqua e desertificazione, unite al divario sempre maggiore tra Paesi ricchi e poveri, evidenziano possibili scenari di drammatiche migrazioni di popolazioni, insieme ai conflitti scatenati per l’appropriazione dell’acqua e di altre risorse naturali. A questi si aggiungono problemi legati alla salute soprattutto per le nazioni più vulnerabili, in termini di mancato accesso ad acqua pulita e alla carenza dei raccolti, insufficienti a garantire condizioni di vita stabili e sicure. Si pensa che nel corso del ventunesimo secolo le perdite d’acqua dai ghiacciai subiranno un’accelerazione tale da ridurre la disponibilità d’acqua e il potenziale idrico, fondamentale per le regioni circostanti le più grandi catene montuose (Hindu-Kush, Himalaya, Ande) dove vive più di un sesto della popolazione mondiale. In Africa, tra 75 e 250 milioni di persone saranno esposte da qui al 2020 a drastiche diminuzioni d’acqua; di conseguenza, la produzione agricola rischia di essere ridotta del 50%, contribuendo a compromettere duramente l’accesso al cibo per molti Paesi africani.
E’ questo lo scenario dipinto dal fisico Filippo Giorgi, unico scienziato italiano presente nell’esecutivo del Comitato Intergovernativo per i Cambiamenti Climatici delle Nazioni Unite (quello di Al Gore per capirsi) che ha vinto il Premio Nobel per la Pace nel 2007 .
Qui trovate maggiori dettagli e cifre sul nostro bel pianeta blu…

