Gaza, una terra assetata di normalità

11 Gennaio 2009 at 3:28 pm (Esteri, Recensioni) (, , , )

Dalla Palestina la testimonianza di una realtà che non trova pace

copertina-libro-muri-lacrime-e-zatar«La Palestina non esiste» mi disse un giorno un giovane soldato con le lentiggini al checkpoint di Qalandiya [...] Così cominciò un viaggio [...] in quella regione  del mondo senza confini certi che alcuni chiamano Samaria, Giudea e Gaza, altri Territori Palestinesi occupati, altri semplicemente Israele, altri quel che resta della Palestina, e altri ancora Terra Promessa, Terra Santa o patrimonio islamico. Per me era qualcosa di indefinito, che volevo conoscere. Esordisce con queste parole Muri, lacrime e za’tar. Storie di vita e voci dalla Palestina, il libro di Gianluca Solera, coordinatore delle reti della Fondazione Euromediterranea “Anna Lindh” per il Dialogo tra le Culture.

Alla luce della crisi israelo-palestinese aggravatasi nelle ultime settimane, questo libro irrompe nella quotidianità offrendo uno spaccato di ciò che gli occhi dell’autore hanno visto: la sofferenza palestinese e le conseguenze dell’occupazione militare israeliana. Una narrazione che, tralasciando l’analisi politica di una terra coinvolta in un conflitto endemico, dà voce al desiderio di normalità emergente tra la popolazione, sia ebrea che araba, evidenziando al contempo l’indifferenza delle istituzioni politiche internazionali.

Com’è nato questo libro?

«Venivo da anni di lavoro in qualità di consigliere politico per il Parlamento Europeo. Nel 2004 decisi di approfondire i miei studi sulla lingua araba. Intrapresi un viaggio in Palestina soltanto a questo scopo, ma gli eventi mi coinvolsero al punto tale da sentire l’esigenza di fissarli nero su bianco. In Palestina ho trovato una straordinaria accoglienza, che è insita nella cultura mediorientale stessa. La forza di quest’umanità, che continua a vivere nonostante l’occupazione, davanti all’assurdità del reale, mi ha spinto a scrivere questo libro, a raccontare storie di persone accomunate da un’unica ricchezza: il desiderio della normalità, che si aggrappa alle piccole cose, come lo za’tar (il timo) nell’olio d’oliva, in cui s’intinge il pane».

Cosa intende per “assurdità del reale”?

«Il clima che si vive ai checkpoints situati lungo il muro che divide la Striscia di Gaza da Israele può esserne un esempio. Il senso di superiorità nel comportamento di un giovane soldato israeliano che, minacciando con un mitra, blocca senza motivo il passaggio di una madre, facendola aspettare per ore sotto il sole con un neonato tra le braccia, è assurdo quanto terribilmente reale. Quale potere può avere un giovane per permettere tale umiliazione? Eppure accade quotidianamente. L’occupazione militare fa morire di fame i palestinesi, ma al contempo fa morire gli israeliani di vergogna, in quanto sta distruggendo lo spirito sionistico stesso che ha portato alla creazione dello Stato d’Israele».

Sono questi i “muri” di cui si parla nel libro?

«Sì, sono i muri metaforici e reali, come quello che divide la Striscia dall’Egitto e da Israele, dove tuttavia resiste, inverosimilmente, un germoglio di umanità. Tra le testimonianze che ho raccolto, infatti, anche quella di un padre ebreo israeliano che ha perso la figlia sedicenne in un attentato. Da quella sofferenza è nata un’associazione che raccoglie i genitori arabi palestinesi ed ebrei israeliani di figli morti in attentati. Questo è dimostrativo della volontà comune di trovare insieme la strada verso la riconciliazione».

Cosa può fare la comunità cristiana?

«Innanzitutto, è importante precisare che negli anni ‘40 i cristiani in Palestina erano 50.000, mentre oggi se ne contano 15.000. Un dato che testimonia la gravità della loro scomparsa, se si considera il loro prezioso ruolo di cerniera tra ebrei ed arabi, condividendo con essi cultura e tradizioni. Una cosa che la comunità cristiana dovrebbe fare è incontrare i cristiani arabi, favorire e non evitare una presa di coscienza della loro condizione, come purtroppo spesso accade durante i pellegrinaggi organizzati in Terra Santa. Ritengo essenziale che i pellegrini vengano a contatto con la realtà cristiana araba, altrimenti si rischia di essere compartecipi della loro scomparsa».

Come vede il ruolo della comunità politica internazionale nella vicenda?

«A mio avviso non è possibile sperare che una stretta di mano tra leaders politici riesca a porre fine ad un conflitto in atto da ormai 60 anni, com’è accaduto con la temporanea tregua del 2005 tra il governo israeliano guidato da Sharon e il movimento di resistenza islamico di Hamas. Il distacco totale dalla realtà e l’indifferenza delle istituzioni occidentali davanti alla morte di centinaia di innocenti sconvolge e sembra aver contagiato anche la nostra società civile, che spesso si accontenta delle notizie lacunose e manipolate che arrivano dai telegiornali».

Qual è la condizione in cui si vive oggi nella Striscia di Gaza?

«Sono stato a Gaza l’ultima volta tre mesi fa. Tenere un milione e mezzo di persone in una striscia di sabbia lunga 50 chilometri e larga 5 è una barbarie senza mezzi termini. Là gli uomini si stanno abituando a vivere in una prigione a cielo aperto, in un apartheid che non fa più scandalo. La Palestina è diventata un laboratorio di sperimentazione geopolitica, in cui ciò che spaventa è la radicalizzazione nell’identificazione del nemico: nel secolo scorso era il comunismo, oggi è l’islam».

Quali soluzioni intravede alla questione israelo-palestinese?

«Dall’inizio dell’operazione “Piombo fuso”, con cui si è violentemente riacceso il conflitto, i morti palestinesi sono oltre 500 e più di 2.500 i feriti. E’ prevedibile che i morti continuino a salire col prolungarsi del conflitto anche via terra, e probabilmente Israele riuscirà nell’intento di distruggere Hamas, ma anche a quel punto la guerra non avrà fine. Ciò che alimenta la rabbia dei palestinesi, infatti, non è tanto la sofferenza fisica, quanto piuttosto l’impossibilità di viaggiare liberamente e di riunire le famiglie divise a causa dell’occupazione militare israeliana, il fatto di non avere più una terra, la negazione dei diritti alla dignità e all’autodeterminazione. Soltanto un cambiamento interno alla società israeliana, un senso di responsabilità diffuso tra la società civile, potrà mettere fine al conflitto israelo-palestinese».

 

L’autore

Nato nel 1966 sul lago di Garda, Gianluca Solera ha trascorso molti anni a Bruxelles come consigliere politico del Parlamento europeo. Nel 2004 ha intrapreso un viaggio in Palestina per approfondire lo studio della lingua araba. A cavallo dei due anni trascorsi in Palestina ha scritto il libro Muri, lacrime e za’tar, uscito nel 2007. Oggi Solera è coordinatore delle reti della Fondazione Euromediterranea “Anna Lindh” per il Dialogo tra le Culture, che ha sede ad Alessandria d’Egitto. La Fondazione è una onlus di cui fanno parte studiosi dell’area mediterranea, politici di organismi internazionali e diplomatici attualmente o in precedenza impegnati in problemi mediterranei, riuniti con l’obiettivo di favorire il dialogo interculturale insieme alla promozione dei diritti e della cittadinanza attiva.

 

Alle radici del conflitto

Alla luce dei tragici eventi che hanno colpito la popolazione ebraica durante la Seconda Guerra Mondiale, le Nazioni mappa-israele-e-territori-palestinesi-copiaUnite decidono la spartizione della Palestina in due Stati, uno arabo ed uno ebraico, con il controllo dell’ONU su Gerusalemme. Contro la volontà del mondo arabo, il 14 maggio 1948 viene dichiarata la nascita dello Stato d’Israele.

Tale data segna anche l’inizio degli scontri tra israeliani e palestinesi, con la prima guerra arabo-israeliana (1948-49), durante la quale oltre 700.000 arabi palestinesi vengono espulsi dai loro villaggi; quello dei profughi palestinesi costituisce tutt’oggi uno dei contenziosi più difficili da risolvere all’interno del conflitto. Gli arabi ritengono i profughi vittime di una pulizia etnica perpetrata da Israele che avrebbe cacciato i legittimi proprietari dalle loro terre. Gli ebrei, al contrario, ritengono i governi arabi i soli veri responsabili della creazione del problema dei profughi.

Attualmente, il mondo arabo sostiene che Israele debba tornare all’interno dei confini precedenti la Guerra dei sei giorni del 1967, cioè cedere la Cisgiordania (o West Bank) in cambio di un suo riconoscimento che ne garantisca la sicurezza (la cosiddetta “Linea Verde”). Mentre gli arabi richiedono questa cessione, in quanto quelle terre sarebbero legittimamente loro e occupate dall’esercito israeliano, gli israeliani a loro volta sostengono che quel territorio era già stato loro offerto nel 1947, ma da loro rifiutato e perso definitivamente con le sconfitte belliche del 1948 e del 1967.

Nel 2004 la Corte Internazionale di Giustizia conferma che i territori occupati dallo Stato di Israele oltre la “Linea Verde” del 1967 continuano ad essere tali e dunque con essi anche la parte est di Gerusalemme, unilateralmente annessa da Israele nel 1980 senza riconoscimento internazionale.

Nell’agosto 2005 il governo israeliano dispone e completa l’evacuazione della popolazione israeliana (militare e civile) dalla Striscia di Gaza e lo smantellamento delle colonie che vi erano state costruite, nella speranza di un progresso di pace. Tuttavia, dallo stesso agosto iniziano ininterrotti lanci di razzi da Gaza verso insediamenti israeliani. In seguito ad un’intensificazione di attentati e del lancio di razzi, nel 2007 Israele dichiara Gaza “territorio ostile”, sospendendo la fornitura di elettricità e carburante per costringere Hamas alla resa.

Il conflitto riprende nel 2008, con il lancio di missili israeliani su Gaza in risposta ai razzi artigianali lanciati da Hamas nel sud d’Israele. L’offensiva terrestre e aerea delle forze armate israeliane a Gaza, iniziata il 29 febbraio, uccide oltre 100 palestinesi in meno di una settimana, mentre i 150 razzi sparati dai palestinesi in Israele nel corso dello stesso periodo uccidono tre israeliani, fra cui due soldati e un civile. In seguito viene stabilita una tregua di sei mesi, rotta però il 4 novembre quando Israele entra nella Striscia per demolire uno dei tunnel per l’Egitto.

Sono questi gli eventi alla base dell’operazione militare israeliana “Piombo fuso”, avviata il 27 dicembre. Nei primi giorni di conflitto i raid israeliani uccidono un leader politico di Hamas, Nizar Rayyan, e altre due figure di rilievo del braccio armato di Hamas. L’azione di terra, intrapresa il 3 gennaio scorso, dà inizio alla penetrazione israeliana e agli scontri a fuoco tuttora in corso nella Striscia di Gaza. Finora si contano oltre 600 morti, mentre sale ad oltre 3.000 il numero dei feriti tra i civili palestinesi.

 

Hamas

L’organizzazione islamica palestinese di Hamas, nata nel 1987 come braccio combattente dei “Fratelli Musulmani” sostenitori della jihad in Palestina, richiede la sostituzione dello Stato d’Israele con uno Stato Islamico Palestinese nell’area comprendente Israele, Cisgiordania e Striscia di Gaza. Le cause del conflitto israelo-palestinese risiedono nell’estenuante contesa di tali territori: da una parte la richiesta palestinese di uno stato indipendente, insieme al riconoscimento del diritto al ritorno dei profughi, allo smantellamento degli insediamenti costruiti illegalmente e all’abbandono dei territori occupati, con un ritorno ai confini del 1967; dall’altra, il “no” israeliano alle negoziazioni e il perdurare dell’occupazione militare.

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