Danzare nella pioggia

29 Gennaio 2009 at 9:13 am (Pensieri in libertà) ()

Era una mattinata movimentata,  quando un anziano gentiluomo di un’ottantina di anni arrivó per farsi rimuovere dei punti da una ferita al pollice. Disse che aveva molta fretta perché aveva un appuntamento alle 9:00.Rilevai la pressione e lo feci sedere, sapendo che sarebbe passata oltre un’ora
prima che qualcuno potesse vederlo.

Lo vedevo guardare continuamente il suo orologio e decisi, dal momento che
non avevo impegni con altri pazienti, che mi sarei occupato io della ferita.

Ad un primo esame, la ferita sembrava guarita: andai a prendere gli strumenti necessari
per rimuovere la sutura e rimedicargli la ferita. Mentre mi prendevo cura di lui, gli chiesi se per caso avesse un altro appuntamento medico dato che aveva tanta fretta. L’anziano signore mi rispose che doveva andare alla casa di cura per far colazione con sua moglie.

Mi informai della sua salute e lui mi raccontò che era affetta da tempo dall’Alzheimer.
Gli chiesi se per caso la moglie si preoccupasse nel caso facesse un po’ tardi. Lui mi rispose che lei non lo riconosceva giá da 5 anni. Ne fui sorpreso, e gli chiesi: ‘E va ancora ogni mattina a trovarla anche se non sa chi é lei’? L’uomo sorrise e mi batté la mano sulla spalla dicendo: ”Lei non sa chi sono, ma io so ancora perfettamente chi é lei”.

Dovetti trattenere le lacrime… Avevo la pelle d’oca e pensai: ‘Questo é il genere di amore che voglio nella mia vita”.

Il vero amore non é né fisico né romantico. Il vero amore é l’accettazione di tutto ció che é, é stato, sará e non sará. Le persone piú felici non sono necessariamente coloro che hanno il meglio di tutto, ma coloro che traggono il meglio da ció che hanno.

La vita non é una questione di come sopravvivere alla tempesta, ma di come danzare nella pioggia. Sii piú gentile del necessario, perché ciascuna delle persone che incontri sta combattendo qualche sorta di battaglia.

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Gaza, una terra assetata di normalità

11 Gennaio 2009 at 3:28 pm (Esteri, Recensioni) (, , , )

Dalla Palestina la testimonianza di una realtà che non trova pace

copertina-libro-muri-lacrime-e-zatar«La Palestina non esiste» mi disse un giorno un giovane soldato con le lentiggini al checkpoint di Qalandiya [...] Così cominciò un viaggio [...] in quella regione  del mondo senza confini certi che alcuni chiamano Samaria, Giudea e Gaza, altri Territori Palestinesi occupati, altri semplicemente Israele, altri quel che resta della Palestina, e altri ancora Terra Promessa, Terra Santa o patrimonio islamico. Per me era qualcosa di indefinito, che volevo conoscere. Esordisce con queste parole Muri, lacrime e za’tar. Storie di vita e voci dalla Palestina, il libro di Gianluca Solera, coordinatore delle reti della Fondazione Euromediterranea “Anna Lindh” per il Dialogo tra le Culture.

Alla luce della crisi israelo-palestinese aggravatasi nelle ultime settimane, questo libro irrompe nella quotidianità offrendo uno spaccato di ciò che gli occhi dell’autore hanno visto: la sofferenza palestinese e le conseguenze dell’occupazione militare israeliana. Una narrazione che, tralasciando l’analisi politica di una terra coinvolta in un conflitto endemico, dà voce al desiderio di normalità emergente tra la popolazione, sia ebrea che araba, evidenziando al contempo l’indifferenza delle istituzioni politiche internazionali.

Com’è nato questo libro?

«Venivo da anni di lavoro in qualità di consigliere politico per il Parlamento Europeo. Nel 2004 decisi di approfondire i miei studi sulla lingua araba. Intrapresi un viaggio in Palestina soltanto a questo scopo, ma gli eventi mi coinvolsero al punto tale da sentire l’esigenza di fissarli nero su bianco. In Palestina ho trovato una straordinaria accoglienza, che è insita nella cultura mediorientale stessa. La forza di quest’umanità, che continua a vivere nonostante l’occupazione, davanti all’assurdità del reale, mi ha spinto a scrivere questo libro, a raccontare storie di persone accomunate da un’unica ricchezza: il desiderio della normalità, che si aggrappa alle piccole cose, come lo za’tar (il timo) nell’olio d’oliva, in cui s’intinge il pane».

Cosa intende per “assurdità del reale”?

«Il clima che si vive ai checkpoints situati lungo il muro che divide la Striscia di Gaza da Israele può esserne un esempio. Il senso di superiorità nel comportamento di un giovane soldato israeliano che, minacciando con un mitra, blocca senza motivo il passaggio di una madre, facendola aspettare per ore sotto il sole con un neonato tra le braccia, è assurdo quanto terribilmente reale. Quale potere può avere un giovane per permettere tale umiliazione? Eppure accade quotidianamente. L’occupazione militare fa morire di fame i palestinesi, ma al contempo fa morire gli israeliani di vergogna, in quanto sta distruggendo lo spirito sionistico stesso che ha portato alla creazione dello Stato d’Israele».

Sono questi i “muri” di cui si parla nel libro?

«Sì, sono i muri metaforici e reali, come quello che divide la Striscia dall’Egitto e da Israele, dove tuttavia resiste, inverosimilmente, un germoglio di umanità. Tra le testimonianze che ho raccolto, infatti, anche quella di un padre ebreo israeliano che ha perso la figlia sedicenne in un attentato. Da quella sofferenza è nata un’associazione che raccoglie i genitori arabi palestinesi ed ebrei israeliani di figli morti in attentati. Questo è dimostrativo della volontà comune di trovare insieme la strada verso la riconciliazione».

Cosa può fare la comunità cristiana?

«Innanzitutto, è importante precisare che negli anni ‘40 i cristiani in Palestina erano 50.000, mentre oggi se ne contano 15.000. Un dato che testimonia la gravità della loro scomparsa, se si considera il loro prezioso ruolo di cerniera tra ebrei ed arabi, condividendo con essi cultura e tradizioni. Una cosa che la comunità cristiana dovrebbe fare è incontrare i cristiani arabi, favorire e non evitare una presa di coscienza della loro condizione, come purtroppo spesso accade durante i pellegrinaggi organizzati in Terra Santa. Ritengo essenziale che i pellegrini vengano a contatto con la realtà cristiana araba, altrimenti si rischia di essere compartecipi della loro scomparsa».

Come vede il ruolo della comunità politica internazionale nella vicenda?

«A mio avviso non è possibile sperare che una stretta di mano tra leaders politici riesca a porre fine ad un conflitto in atto da ormai 60 anni, com’è accaduto con la temporanea tregua del 2005 tra il governo israeliano guidato da Sharon e il movimento di resistenza islamico di Hamas. Il distacco totale dalla realtà e l’indifferenza delle istituzioni occidentali davanti alla morte di centinaia di innocenti sconvolge e sembra aver contagiato anche la nostra società civile, che spesso si accontenta delle notizie lacunose e manipolate che arrivano dai telegiornali».

Qual è la condizione in cui si vive oggi nella Striscia di Gaza?

«Sono stato a Gaza l’ultima volta tre mesi fa. Tenere un milione e mezzo di persone in una striscia di sabbia lunga 50 chilometri e larga 5 è una barbarie senza mezzi termini. Là gli uomini si stanno abituando a vivere in una prigione a cielo aperto, in un apartheid che non fa più scandalo. La Palestina è diventata un laboratorio di sperimentazione geopolitica, in cui ciò che spaventa è la radicalizzazione nell’identificazione del nemico: nel secolo scorso era il comunismo, oggi è l’islam».

Quali soluzioni intravede alla questione israelo-palestinese?

«Dall’inizio dell’operazione “Piombo fuso”, con cui si è violentemente riacceso il conflitto, i morti palestinesi sono oltre 500 e più di 2.500 i feriti. E’ prevedibile che i morti continuino a salire col prolungarsi del conflitto anche via terra, e probabilmente Israele riuscirà nell’intento di distruggere Hamas, ma anche a quel punto la guerra non avrà fine. Ciò che alimenta la rabbia dei palestinesi, infatti, non è tanto la sofferenza fisica, quanto piuttosto l’impossibilità di viaggiare liberamente e di riunire le famiglie divise a causa dell’occupazione militare israeliana, il fatto di non avere più una terra, la negazione dei diritti alla dignità e all’autodeterminazione. Soltanto un cambiamento interno alla società israeliana, un senso di responsabilità diffuso tra la società civile, potrà mettere fine al conflitto israelo-palestinese».

 

L’autore

Nato nel 1966 sul lago di Garda, Gianluca Solera ha trascorso molti anni a Bruxelles come consigliere politico del Parlamento europeo. Nel 2004 ha intrapreso un viaggio in Palestina per approfondire lo studio della lingua araba. A cavallo dei due anni trascorsi in Palestina ha scritto il libro Muri, lacrime e za’tar, uscito nel 2007. Oggi Solera è coordinatore delle reti della Fondazione Euromediterranea “Anna Lindh” per il Dialogo tra le Culture, che ha sede ad Alessandria d’Egitto. La Fondazione è una onlus di cui fanno parte studiosi dell’area mediterranea, politici di organismi internazionali e diplomatici attualmente o in precedenza impegnati in problemi mediterranei, riuniti con l’obiettivo di favorire il dialogo interculturale insieme alla promozione dei diritti e della cittadinanza attiva.

 

Alle radici del conflitto

Alla luce dei tragici eventi che hanno colpito la popolazione ebraica durante la Seconda Guerra Mondiale, le Nazioni mappa-israele-e-territori-palestinesi-copiaUnite decidono la spartizione della Palestina in due Stati, uno arabo ed uno ebraico, con il controllo dell’ONU su Gerusalemme. Contro la volontà del mondo arabo, il 14 maggio 1948 viene dichiarata la nascita dello Stato d’Israele.

Tale data segna anche l’inizio degli scontri tra israeliani e palestinesi, con la prima guerra arabo-israeliana (1948-49), durante la quale oltre 700.000 arabi palestinesi vengono espulsi dai loro villaggi; quello dei profughi palestinesi costituisce tutt’oggi uno dei contenziosi più difficili da risolvere all’interno del conflitto. Gli arabi ritengono i profughi vittime di una pulizia etnica perpetrata da Israele che avrebbe cacciato i legittimi proprietari dalle loro terre. Gli ebrei, al contrario, ritengono i governi arabi i soli veri responsabili della creazione del problema dei profughi.

Attualmente, il mondo arabo sostiene che Israele debba tornare all’interno dei confini precedenti la Guerra dei sei giorni del 1967, cioè cedere la Cisgiordania (o West Bank) in cambio di un suo riconoscimento che ne garantisca la sicurezza (la cosiddetta “Linea Verde”). Mentre gli arabi richiedono questa cessione, in quanto quelle terre sarebbero legittimamente loro e occupate dall’esercito israeliano, gli israeliani a loro volta sostengono che quel territorio era già stato loro offerto nel 1947, ma da loro rifiutato e perso definitivamente con le sconfitte belliche del 1948 e del 1967.

Nel 2004 la Corte Internazionale di Giustizia conferma che i territori occupati dallo Stato di Israele oltre la “Linea Verde” del 1967 continuano ad essere tali e dunque con essi anche la parte est di Gerusalemme, unilateralmente annessa da Israele nel 1980 senza riconoscimento internazionale.

Nell’agosto 2005 il governo israeliano dispone e completa l’evacuazione della popolazione israeliana (militare e civile) dalla Striscia di Gaza e lo smantellamento delle colonie che vi erano state costruite, nella speranza di un progresso di pace. Tuttavia, dallo stesso agosto iniziano ininterrotti lanci di razzi da Gaza verso insediamenti israeliani. In seguito ad un’intensificazione di attentati e del lancio di razzi, nel 2007 Israele dichiara Gaza “territorio ostile”, sospendendo la fornitura di elettricità e carburante per costringere Hamas alla resa.

Il conflitto riprende nel 2008, con il lancio di missili israeliani su Gaza in risposta ai razzi artigianali lanciati da Hamas nel sud d’Israele. L’offensiva terrestre e aerea delle forze armate israeliane a Gaza, iniziata il 29 febbraio, uccide oltre 100 palestinesi in meno di una settimana, mentre i 150 razzi sparati dai palestinesi in Israele nel corso dello stesso periodo uccidono tre israeliani, fra cui due soldati e un civile. In seguito viene stabilita una tregua di sei mesi, rotta però il 4 novembre quando Israele entra nella Striscia per demolire uno dei tunnel per l’Egitto.

Sono questi gli eventi alla base dell’operazione militare israeliana “Piombo fuso”, avviata il 27 dicembre. Nei primi giorni di conflitto i raid israeliani uccidono un leader politico di Hamas, Nizar Rayyan, e altre due figure di rilievo del braccio armato di Hamas. L’azione di terra, intrapresa il 3 gennaio scorso, dà inizio alla penetrazione israeliana e agli scontri a fuoco tuttora in corso nella Striscia di Gaza. Finora si contano oltre 600 morti, mentre sale ad oltre 3.000 il numero dei feriti tra i civili palestinesi.

 

Hamas

L’organizzazione islamica palestinese di Hamas, nata nel 1987 come braccio combattente dei “Fratelli Musulmani” sostenitori della jihad in Palestina, richiede la sostituzione dello Stato d’Israele con uno Stato Islamico Palestinese nell’area comprendente Israele, Cisgiordania e Striscia di Gaza. Le cause del conflitto israelo-palestinese risiedono nell’estenuante contesa di tali territori: da una parte la richiesta palestinese di uno stato indipendente, insieme al riconoscimento del diritto al ritorno dei profughi, allo smantellamento degli insediamenti costruiti illegalmente e all’abbandono dei territori occupati, con un ritorno ai confini del 1967; dall’altra, il “no” israeliano alle negoziazioni e il perdurare dell’occupazione militare.

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Fermatevi subito, fermiamoci tutti!

5 Gennaio 2009 at 11:22 pm (Esteri) (, , )

Riporto per intero il comunicato stampa di Pax Christi per quanto sta accadendo in Terra Santa:

“Quello in corso a Gaza è un massacro, non un bombardamento, è un crimine di guerra e ancora una volta nessuno lo dice”. P. Manauel Musallam, parroco a Gaza, 27 dicembre 2008
Un inferno di orrore, morte e distruzione, di lutti, dolore e odio si sta abbattendo in queste ore sulla Striscia di Gaza e sul territorio israeliano adiacente.
A voi, capi politici e militari israeliani,
chiediamo di considerare che insieme ai ‘miliziani’ di Hamas state colpendo, uccidendo e ferendo centinaia di civili palestinesi. Non potete non averlo calcolato. Non potete non sapere che a Gaza non esistono obiettivi da mirare chirurgicamente. Non potete non aver messo in conto che da troppo tempo è la popolazione di Gaza a vivere sotto embargo, senza corrente elettrica, senza cibo, senza medicine, senza possibilità di fuga. Le vostre crudeli operazioni di guerra compiono opera di morte su donne, bambini e uomini che non possono scappare né curarsi e sopravvivere, essendo strapieni gli ospedali e vuoti i forni del pane. Ascoltate i vostri stessi concittadini che operano nelle organizzazioni israeliane per la pace: “Siamo responsabili della disperazione di un popolo sotto assedio. Hamas da settimane aveva dichiarato che sarebbe stato possibile ripristinare la tregua a condizione che Israele riaprisse le frontiere e permettesse agli aiuti umanitari di entrare. Il governo d’Israele ha scelto consapevolmente di ignorare le dichiarazioni di Hamas e ha cinicamente scelto, per fini elettorali, la strada della guerra”.
FERMATEVI SUBITO!
A voi, capi di Hamas,
chiediamo di considerare che i vostri razzi artigianali lanciati verso le cittadine israeliane poste sul confine, sono strumenti ulteriori di distruzione e, per fortuna raramente, di morte, e creano inutilmente paura e tensione tra i civili. Sono una assurda e folle reazione all’oppressione subita, che si presta come alibi per un’aggressione illegale. Se foste più potenti, capi di Hamas, vorreste forse raggiungere i livelli di distruzione dei vostri nemici? E non essendolo, a che scopo creare panico, odio e desiderio di vendetta nei civili israeliani che vivono a fianco alla vostra terra? Quali strategie di desolazione, disumane e inefficaci, state perseguendo?
FERMATEVI SUBITO!
E noi donne e uomini che apparteniamo alla ’società civile’,
FERMIAMOCI TUTTI!
Sostiamo almeno un minuto accanto a tutti i civili che soffrono. Alle centinaia di ammazzati palestinesi, che per noi non avranno mai nome e volto, come alla vittima israeliana. Alle centinaia di feriti palestinesi e ai fortunatamente pochi feriti israeliani. A chi ha perso la casa. A chi non può curarsi.
E poi, tutti insieme, alziamo la voce: non è questa la strada che porterà Israele a vivere in pace e sicurezza. Non è questa la strada che porterà i palestinesi a vivere con dignità in uno Stato senza più occupazione militare, libero e sovrano.
I media italiani in questi giorni hanno purtroppo mascherato una folle e premeditata aggressione -e soprattutto l’insopportabile contesto di un assedio da parte di Israele che per mesi ha ridotto alla fame un milione e mezzo di persone- scegliendo accuratamente alcuni termini ed evitandone altri.
La maggior parte dei quotidiani e telegiornali hanno affermato che “è stato Hamas a rompere la tregua”. Invece il 19 dicembre è semplicemente scaduta una tregua della durata concordata di sei mesi. L’accordo comprendeva: Il cessate-il-fuoco, la sua estensione nel giro di qualche mese alla Cisgiordania e la fine del blocco di Gaza. Questi impegni non sono stati rispettati da Israele (25 palestinesi uccisi solo dalla firma dell’accordo) e quindi Hamas non l’ha rinnovato. Ancor più precisamente, già ai primi di novembre, Israele aveva rotto la tregua con una serie di attacchi a Gaza uccidendo altri 6 palestinesi.
Aiutiamoci allora a valutare criticamente le analisi spesso falsate dei media per dare maggior forza ad altre voci diventate grida: Solo poche ore fa, proprio a Gaza, il Patriarca di Gerusalemme celebrava la Messa di Natale riprendendo il suo Messaggio natalizio:”Siamo stanchi. La pace è un diritto per tutti. Siamo in apprensione per l’ingiusta chiusura imposta a Gaza e a centinaia di migliaia di innocenti. Siamo riconoscenti a tutti gli uomini di buona volontà che non risparmiano sforzi per spezzare questo blocco.”
La strada intrapresa invece, lastricata di sangue e macerie, condurrà la gente qualsiasi al macello. E i suoi capi alla sconfitta. In primo luogo alla sconfitta umana.

Pax Christi Italia
28 dicembre 2008

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L’uomo, radice del diritto

1 Gennaio 2009 at 9:03 pm (Locale) (, , )

Religioni unite per la pace. In un convegno a Brenzone

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La pace non si dice, si fa: è un richiamo alla concretezza quello emerso nella tavola rotonda di martedì scorso alla Garda Family House di Castelletto. Sulla scia dello spirito di Assisi, differenti religioni hanno voluto ricordare il 60° anniversario della Dichiarazione dei Diritti Umani dando voce ad alcune riflessioni sul tema “Pace nel mondo: un valore condiviso”.

«In un mondo il cui equilibrio è costantemente messo in discussione a causa degli eventi drammatici che lo attraversano, la pace diventa un’esigenza da ricercare in profondità, al punto tale da giungere alla riscoperta delle radici stesse dell’uomo» ha affermato in apertura il moderatore don Paolo Maria, della Comunità dei Giovani di Albarè.

Ed è una visione luminosa dell’uomo quella dipinta da padre Franco Mosconi, biblista dell’Eremo della Rocca del Garda. Attraverso due letture tratte dalla Sacra Scrittura (Sal 1, Mt 5), il monaco camaldolese ha definito i contorni dell’uomo felice: «E’ giusto chi s’innamora della Parola del Signore, la cui rivoluzione coincide col ribaltamento dei valori della società: dalla ricchezza alla povertà, dall’arroganza alla mitezza. Le beatitudini sono l’identikit del discepolo che cammina verso Gesù, il realizzatore della pace. E da qui nasce anche il diritto dell’uomo». Non solo: in questa prospettiva di luce capace di abbattere i muri innalzati dalle paure e dall’egoismo, il singolo individuo diventa responsabile nel diffondere tale diritto a tutta l’umanità.

Un amore per la Parola che si trasforma nel concreto in servizio verso gli altri, come ha spiegato  Mosen Keresh, del Centro Culturale Islamico di Verona: «L’uomo è la macchina, ma il motore è Dio, che ha creato gli uomini in tribù affinché si conoscessero». Da qui emerge la natura essenzialmente sociale dell’uomo, che va al di là della fede professata e del male da cui l’uomo è tentato. «Viviamo in un mondo che ormai è chiamato villaggio globale, tanto si sono accorciate le distanze. Cerchiamo dunque di radunare tutto il patrimonio della società verso la convivenza tra popoli».

Un compito difficile quello dell’uomo, chiamato ad essere profeta nonostante il male presente nel mondo. Su questo aspetto controverso si è espresso il maestro buddista tibetano Ghesce Sonam Sangpo: «Una felicità perenne è certamente sognata quanto impossibile, tuttavia la cosa più importante è saper accettare le situazioni di sofferenza e mantenere l’aspirazione costante alla  gioia e alla pace». Un’aspirazione positiva che spesso viene negata dall’odio, dalla superbia, dall’egoismo: «Questi veleni mentali nascono quando l’attaccamento all’io e a ciò che è mio sono talmente forti da suscitare aggressività nei confronti delle persone che vivono vicino a noi» ha continuato Sangpo, evidenziando come «essi, uniti all’ignoranza derivante dalla discriminazione operata tra gli individui, ci allontanino dalla pace». Che, al contrario, va cercata innanzitutto dentro noi stessi: «Solo un uomo pacificato può donare a sua volta la pace», ha terminato.

Pur diversi in spirito e tradizione storico-religiosa, gli interventi dei relatori hanno indicato nell’uomo l’origine fondante e il denominatore comune di ogni diritto, sul quale basare anche l’impegno di singoli cittadini all’interno delle rispettive comunità: «Acquisire questa consapevolezza – ha concluso don Paolo Maria – rappresenta un grosso passo in avanti nell’assunzione di responsabilità nei confronti dell’etica umana, che è intimamente legata al valore della pace».

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