La legge del cuore

28 Settembre 2008 at 12:45 pm (Religione, Riflessioni) (, )

Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri.


Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù:
egli, pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.

[...] Umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce. (Fil 2, 1-11)

 

E’ la legge del cuore, quella legge che non è tale perchè imposta dall’esterno  e quindi doverosa di attenzione e rispetto, ma un dettame interno, frutto di un percorso che conduce sulla strada di Dio, nel cammino di chi lotta per trovare valori come la libertà, l’amore, la felicità. Le parole, le ideologie possono ingannare, possono essere un’illusione o un paravento. La verità dell’uomo si scopre nelle sue opere. Esse sono inequivocabili. Solo qui l’uomo mostra ciò che è, si legge in Maranatha, bisogna avere il coraggio di sporcarsi le mani. Gesù ce lo trasmette parlando davanti a scribi e farisei, gli osservatori della Legge ebraica, con un linguaggio che a loro sembra scandaloso (e forse a volte anche a noi attualmente…): «In verità vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio». Parole che stravolgono tutte le nostre concezioni, le nostre logiche, così piccole, così egoiste, così…umane. I peccatori pubblici, le prostitute…in una parola, gli emarginati, quelli apparentemente più lontani dalla Legge, sono i silenziosi custodi di un valore più alto: la volontà di avvicinarvisi, di dire il loro “sì”, senza tante parole ma con fatti concreti.

Al di là della pratica e della appartenenza esteriore e giuridica, esiste una presenza e un chiaro influsso cristiano ed evangelico in strati di popolazione apparentemente marginali ed estranei. [...] Il vero cristiano opera l’integrazione fede-vita. Il «sì» della sua fede diventa cioè il «sì» della sua vita; la parola e la confessione delle labbra diventano azione e gesto delle sue mani e del suo fare. Così la discriminante tra il «sì» e il «no» non passa attraverso le pratiche e l’osservanza delle leggi, ma attraverso la vita. (estratto dal commento al Vangelo di domenica 28 settembre  – su Maranatha).

Permalink Lascia un Commento

Quando l’informazione non è libera

23 Settembre 2008 at 9:34 am (Giornalismo) (, )

La chiara posizione espressa dall’Ordine Nazionale dei Giornalisti riguardo le perquisizioni al settimanale L’Espresso per l’inchiesta sui rifiuti di Napoli. Siamo sicuri di essere liberi di informare i cittadini, anche e soprattutto delle verità scomode che fanno parte del nostro Belpaese?

Leggete qui

Una perquisizione in redazione e nella casa dei colleghi giornalisti – prima ancora che al limite dell’intimidazione – è un atto poco rispettoso del lavoro di chi si impegna a informare. La solidarietà dell’Ordine dei Giornalisti al settimanale L’Espresso è scontata e doverosa. In più – secondo il presidente Lorenzo Del Boca – è necessario esprimere le congratulazioni e i complimenti per un servizio efficace, documentato, completo che apre scenari di luce e di verità in questioni rimaste, per troppo tempo, ovattate. Raccontare come è stata inquinata Napoli con i rifiuti tossici è servizio non solo indispensabile ma, addirittura, meritorio.
La cosiddetta società civile che ci sta intorno e che acquisisce notizie attraverso il nostro lavoro deve rispondere a una domanda: che informazione vuole? Se le basta qualche fotocopia annacquata di luoghi comuni possiamo continuare così. Se però desidera conoscere tutto, anche la polvere che di solito si nasconde sotto i tappeti, deve trovare il modo di aiutare i giornalisti più coraggiosi che hanno necessità di essere apprezzati ma anche protetti da atteggiamenti aggressivi di chi vorrebbe togliere loro la penna per armarli di bavaglio.

Permalink 1 Commento

Giornalista? In Italia va così…

22 Settembre 2008 at 7:33 pm (Giornalismo) (, )

Pubblico di seguito un pezzo letto su Infocity, sito che offre un supporto a giornalisti e aspiranti tali in fase di inserimento lavorativo e normative professionali…Interessante perchè spiega bene il perchè diventare giornalista sembra impossibile, almeno in Italia, e soprattutto perchè solitamente le persone non credono nella formazione universitaria in questo campo…

Diventare giornalista, serve l’Università? (di Gianluca Coviello)

Per analizzare bene lo stato di salute del giornalismo italiano, e quindi saperne cogliere al meglio anche i canali formativi, è necessario “buttare” l’occhio all’estero, ed in particolare agli Stati Uniti. Lo stretto legame tra Università e produzioni editoriali, già da diversi anni ha permesso di individuare un cammino abbastanza definito per chi oggi vuole intraprendere oltre oceano una delle professioni più belle del mondo. E’ impensabile che in America un giornalista non sia laureato. E’ inconcepibile che, pur non provenendo da una formazione universitaria ad hoc possa anche solo definirsi tale (nonostante non ci sia, a differenza dell’Italia, l’ordine professionale).

Così non è invece in Italia e le ragioni di questo gap, che si traduce poi in una comunicazione poco efficace ed una informazione molte volte non efficiente (ed in tanti laureati “a spasso”), sono essenzialmente due: una culturale e l’altra organizzativa. Molte redazioni italiane, in particolare quelle più piccole, sono composte da giornalisti non laureati e che quindi, anche solo per garantirsi una certa “superiorità”, snobbano coloro che hanno studiato portando a termine un percorso formativo superiore al loro. «Per fare il giornalista ci vuole la gavetta», oppure: «Oggi le università regalano gli esami. Quando ci andavo io invece…» e poi scopri che quella stessa persona parla così perché di esami ne è riuscito a dare ben pochi…

Sono questi i luoghi comuni più diffusi nelle redazioni italiane. Se il fattore culturale, dunque, gioca un ruolo di primissima importanza, non va trascurato però quello organizzativo delle Università italiane. Sono capaci, queste ultime, di formare validi giornalisti? La risposta è no. Non esiste, in Italia, quello stretto rapporto tra struttura formativa e aziende, in questo caso editoriali.

I giovani, inoltre, arrivano nelle redazioni non solo pieni di inesperienza, che infondo ci sta pure, ma con lacune anche gravi in grammatica o, comunque, con scarse capacità di realizzare un testo fluido. Tutto ciò contribuisce e non poco nel permettere, a chi oggi è già giornalista ma è senza “il pezzo di carta”, di poter fare sfoggio delle proprie generalizzazioni nei confronti dei laureati. Risultato: l’esperienza professionale, l’iscrizione all’albo, viene presa in considerazione più di qualsiasi laurea.

Ecco che, dunque, mi sono ritrovato io stesso a diciannove anni, ancora senza la laurea triennale in scienze della comunicazione ma già con un bagaglio di esperienza e pubblicazioni, a guadagnare di più di un laureato in lettere, in comunicazione o in qualsiasi altro settore. Mentre oggi sono specializzando in comunicazione sociale, istituzionale e politica, mi guardo alle spalle e mi domando: quanto è servita la mia triennale per migliorare la considerazione che il mondo giornalistico ha delle mie capacità? Ben poco.

Il consiglio, sia chiaro, non è quello di abbandonare l’Università se si vuole essere bravi giornalisti, bensì di riuscire ad abbinare gli aspetti teorici di un corso di laurea con una attività lavorativa nel settore. Con un po’ di sacrificio, studiare e collaborare con testate giornalistiche si può. Magari all’inizio lo farete gratuitamente, ma sarà comunque indispensabile per abbinare quello che l’Università riesce a darvi con quello che gravemente trascura.

Infine, un’altra cosa importante, è specializzarsi in un settore. Se sarete davvero preparati in qualcosa, troverete sicuramente qualcuno disposto a pagarvi (a me è successo). La sola capacità di comunicare, magari anche certificata dalla laurea, non basta in un Paese che ancora non ha colto la necessità di informare in modo chiaro, trasparente e, soprattutto, indipendente.

Permalink 1 Commento

Passaparola e vieni alla Consulta

19 Settembre 2008 at 2:23 pm (Cronaca, Locale) (, , )

Ecco un sunto in forma “friendly” dello Statuto e del perchè, se vi va, partecipare…(lo troverete anche sul Notiziario, quando uscirà… -_-).

C’era una volta l’incontro per i giovani al Teatro Furioli…Ne è passato di tempo da quella riunione, vero? Quasi un anno e, con esso, sono passate anche tante domande alternate da una sana e vivace curiosità da parte dei giovani del paese che spesso chiedevano: “Cos’è la Consulta? A cosa serve? Chi ne fa parte?”.

Durante l’inverno, un gruppo di giovani ha dato la propria disponibilità per tentare di rispondere a queste domande stendendo una bozza dello Statuto fondatore di quella che sarebbe stata la futura Consulta dei Giovani di Malcesine. Un percorso non sempre facile, che li ha messi di fronte alle difficoltà derivanti dal dover maneggiare un tipo di  linguaggio istituzionale e burocratico, lontano dal gergo giovanile, ma che alla fine li ha resi soddisfatti del lavoro svolto.

E dopo tante attese, il 13 giugno scorso il Consiglio Comunale ha approvato lo Statuto, dando ufficialmente il “via” alla Consulta dei Giovani di Malcesine, un organo che ora è tutto da rimpolpare con idee e proposte provenienti da giovani di buona volontà, a cui si richiede una buona dose di spirito di aggregazione e tanta voglia di fare per il proprio paese e per i giovani che vi abitano!

Con quali obiettivi? Favorire l’associazionismo fra giovani e il loro legame con le istituzioni locali; promuovere iniziative per l’inserimento dei giovani nella società e per la loro crescita umana e culturale; concretizzare idee che promuovano lo sport e stimolino la creatività tra i giovani; creare legami di confronto e collaborazione con le Consulte presenti sul territorio sia a livello locale sia nazionale e internazionale.

In quali ambiti? Tutti quelli attinenti al mondo giovanile: dalla cultura allo sport, dall’ambiente allo sviluppo del territorio, dalla sicurezza all’informazione, senza dimenticare il volontariato e la solidarietà. E molti altri ancora!

Come? In qualità di organo consultivo comunale, presentando proposte ed esprimere pareri sulle questioni di interesse per i giovani. Non saranno vincolanti per gli organi dell’amministrazione comunale, ma…è un importante canale per far sentire la propria voce!

Chi ne fa parte? Tutti i giovani tra i 16 e i 32 anni che manifestano la volontà di parteciparvi!

Come funziona? La Consulta è formata da due organi: l’Assemblea  e il Consiglio Direttivo. Dell’Assemblea  fanno parte: il sindaco, l’assessore con delega ai servizi sociali, un rappresentante per il gruppo consiliare di maggioranza e un rappresentante per ogni gruppo consiliare di minoranza, un rappresentate di età compresa tra i 16 e 32 anni designato da ogni associazione che ha sede sul territorio, tutti i giovani di età compresa fra i 16 e 32 anni che aderiscono. Nell’Assemblea, che si riunisce almeno 4 volte l’anno, si decidono gli obiettivi da perseguire.

Il Consiglio Direttivo è l’organo esecutivo della Consulta; i suoi 11 membri sono scelti, con votazione limitata ad un candidato, tra i componenti dell’Assemblea che desidereranno proporsi. Entrambi i sessi devono essere rappresentati da un numero minimo di 4 consiglieri. Tra gli 11 componenti eletti dovranno essere designati: un Presidente, un Vicepresidente, un Segretario e un Vicesegretario. NB: Il Consiglio Direttivo è il contatto diretto con l’amministrazione comunale!

Quando si costituirà la Consulta? La prima Assemblea si terrà il 18 ottobre alle ore 19.30 nella sala consiliare del Comune. Durante questo primo incontro costituente verranno eletti gli 11 membri del Consiglio Direttivo, per questo stanno già arrivando a mezzo posta nelle case di tutti i giovani tra i 16 e i 32 anni i moduli d’adesione alla Consulta.

 Perché partecipare e/o candidarsi? Per esprimere la volontà a dare concretezza a questo progetto, offrendo la propria disponibilità a partecipare attivamente e con responsabilità nei confronti dei giovani rappresentati. Dire “sì” a questo progetto è un’opportunità per impegnarsi nella nostra realtà locale: conoscere le esigenze dei giovani e dar loro voce, avvicinarsi alla realtà comunale e ritrovare una via di comunicazione con la politica attraverso il contatto con l’amministrazione, creare oggi le basi per un futuro migliore in cui far crescere le prossime generazioni.

Come saperne di più? Leggendo attentamente il testo integrale dello Statuto, reperibile sul sito internet del Comune… (www.comunemalcesine.it).

Permalink 1 Commento

Pensieri che sfiorano l’anima

17 Settembre 2008 at 3:36 pm (Pensieri in libertà) ()

Un caro amico mi ha inviato questo scritto; mi ha regalato un piacevole conforto, per questo lo pubblico sperando di moltiplicare la gioia che ho provato io nel leggerlo.

Santa Teresa è nota come la Santa delle piccole cose, significa cioè che credeva nel fare le piccole cose bene e con amore. E’ anche la patrona delle fioraie e fioristi, e viene rappresentata dalle rose.

Possa ognuno essere protetto.

La preghiera di Teresa appartiene a tutti gli uomini del mondo e non può essere cancellata. Non ci sono costi ma molti benefici. Pregare ci è diventato così inusuale…

Preghiera di Santa Teresa:

Possa oggi esserci la pace.
Possa tu avere fiducia
nelle tue possibilità che tu
sia esattamente dove
avresti voluto essere.

Possa tu non dimenticare
le infinite possibilità che nascono
dalla fede.

Possa tu usare questi
doni che hai ricevuto e
trasmettere l’amore
che ti è stato donato..

Sii contento di sapere di
essere figlio di Dio.

Sia questa presenza
fissata nelle tue ossa, e
permetti alla tua anima di
essere libera di
cantare,ballare,
glorificare e amare.

Sia così per ognuno di voi.

Permalink 1 Commento

L’India, l’Europa, il mondo

16 Settembre 2008 at 3:44 pm (Cronaca, Esteri) (, , , )

Da Asianews.it, 16 settembre :

Ancora violenze anti-cristiane in Orissa; attaccato un asilo in Kerala
Le violenze anti-cristiane iniziate nell’Orissa 3 settimane fa, ancora non si placano; anzi si diffondono anche in Kerala.

In Orissa, dopo settimane dalle prime violenze e lunghi giorni di coprifuoco e di stato d’emergenza, ieri notte nel distretto di Kandhamal, l’epicentro delle violenze anti-cristiane, una folla di oltre 500 indù ha attaccato una stazione di polizia e bruciato diversi veicoli. Un poliziotto è stato ucciso. L’attacco sembra essere una rappresaglia contro la polizia che nei giorni scorsi a Krutamgarh aveva sparato sui militanti indù per fermare un loro tentativo di bruciare alcune case di cristiani.

Ma le violenze contro i fedeli continuano. P. Dibyasingh Parichha, portavoce della diocesi di Cuttack-Bhubaneshwar, ha detto ad AsiaNews che “il 14 settembre nel villaggio di Makabali, sono state bruciate 12 case di cristiani; una a Debari e una a Murudikupuda. Ieri, vicino a Raikia è stato ucciso un cristiano”.

L’ondata anticristiana si diffonde in altre aree dell’India. L’asilo cattolico Jaya Mata è stato assaltato da sconosciuti nella notte fra il 14 e il 15 settembre. Il fatto è avvenuto nel distretto di Kasargode (Kerala, India sud-est). Un locale dell’asilo è temporaneamente usato come cappella, dato che la chiesa parrocchiale è in restauro. Ieri mattina, p. Antony Punnoor ha trovato distrutte il cartello di entrata, le vetrate e le finestre dell’asilo; una statua della Madonna è stata sfregiata con pietre. La polizia ha aperto un caso e rafforzato la sicurezza attorno alle chiese, temendo attacchi come in Orissa e Karnataka.

 

Bernardo Cervellera di AsiaNews.it scrive:

L’India del Mahatma Gandhi, della tolleranza, della democrazia è scivolata nella vergogna. “Una vergogna per la nostra Patria”: così il premier Manmohan Singh e il card. Oswald Gracias, arcivescovo di Mumbai, hanno definito il pogrom contro i cristiani scatenatosi dal 23 agosto in poi nello stato dell’Orissa. Il bilancio è gravissimo e destinato a crescere: decine di morti (alcune fonti dicono 100); almeno 52 chiese (fra cattoliche e protestanti) distrutte; centinaia di case danneggiate; quattro conventi, cinque fra ostelli e alloggi per giovani, sei istituti cattolici dediti al volontariato e al sociale devastati, centinaia di auto e altri oggetti personali incendiati. Ancora oggi migliaia di cristiani, fuggiti al massacro vivono nelle foreste vicine, nel terrore, senza abiti, né cibo.

L’Orissa, uno stato del nord-est indiano, non è nuovo a queste ondate di persecuzione. Lo scorso dicembre, alla vigilia di Natale, l’organizzazione fondamentalista indù (Vishwa Hindu Parishad, Vhp) ha ucciso 3 persone, attaccato e distrutto 13 chiese e cappelle, ferendo e lasciando senza tetto un gran numero di cristiani sempre nel distretto di Kadhamal. A spingere le folle indù contro i cristiani vi era Swami Laxmanananda Saraswati, uno dei capi del Vhp.

Quest’ultimo sussulto di persecuzione è avvenuto proprio dopo la morte dello Swami ad opera di un gruppo terrorista maoista la sera del 23 agosto. Sebbene anche alla polizia fossero chiari gli autori dell’assassinio dello Swami, alcuni capi del Vhp hanno subito dato la colpa ai cristiani e durante le cerimonie funebri del guru migliaia di radicali indù hanno dato inizio al pogrom col grido “uccidete i cristiani! Distruggete le loro istituzioni!”.

L’accanirsi contro persone e strutture serve ad eliminare la missione dei cristiani. Tribali – spesso utilizzati come schiavi per i lavori agricoli – e Dalit, gli emarginati dalle caste, vedono nel cristianesimo una strada per migliorare la loro situazione, vedere affermati i loro diritti, trovare finalmente una dignità al loro essere uomini. In un certo senso, la persecuzione è la misura dell’efficacia della missione cristiana.

Nell’opporsi all’impegno dei cristiani, i fondamentalisti indù si oppongono anche all’induismo di Gandhi, che voleva per l’India un Paese laico, aperto a tutte le religioni, l’eliminazione delle caste e la dignità dei Dalit, da lui definiti “figli di Dio” (harijian).

Il Vhp, nel suo nazionalismo esclusivo, molto vicino al nazismo, vuole invece eliminare dall’India cristiani, musulmani, parsi. Insomma: distruggere la storia dell’India, da sempre luogo d’incontro e di integrazione fra culture e religioni.

Oltre alla “vergogna” dell’India, vi è anche una “vergogna” per l’Europa e per il mondo. Al di là di qualche sparuta voce – come quella del ministro italiano Frattini – nessun governo ha osato dire qualcosa sui massacri dell’Orissa, domandandone la fine. Molte associazioni così pronte a difendere gruppi, minoranze, specie in estinzione, impegnati pacifisti hanno preferito tacere e anzi sospettare che dietro le accuse di proselitismo fatte dai radicali indù ci sia una qualche verità. Come hanno giustamente additato alcune personalità vaticane, vi è in Europa e nel mondo una specie di “cristianofobia” che cerca di scrollarsi di dosso, anche con la menzogna, l’eredità cristiana. Per questo, le notizie di persecuzione dei fedeli in Orissa, come in Cina o in Medio oriente, non interessano, anzi sono magari giustificate.

Permalink Lascia un Commento

Al Blogfest di Riva…

15 Settembre 2008 at 3:47 pm (Locale) (, , , , )

RIVA DEL GARDA. Il futuro del giornalismo in rete e della rete che fa giornalismo: uno sguardo sull’evoluzione della distribuzione delle notizie e del sapere sulla rete. L’informazione in formazione

Diradato il pubblico del Palacongressi di Riva del Garda per la conferenza di sabato pomeriggio all’interno della cornice del Blogfest 2008. Eppure, l’argomento muove discussioni e opinioni spesso accese: l’informazione. Sarà colpa del maltempo, o sarà che quando i temi devono essere trattati seriamente c’è il tipico fuggi-fuggi generale?

Ma guardiamo al positivo del messaggio emerso da questa tavola rotonda: alcune riflessioni sull’influenza di Internet e delle nuove tecnologie di partecipazione sul mondo dell’informazione, nel suo generarsi e diffondersi al pubblico. Secondo Luca De Biase de Il Sole 24 Ore, oggi stiamo fluttuando in un caos creativo identificabile con la blogosfera; certo, stiamo assistendo e/o partecipando a qualcosa di innovativo, ma forse ancora incapace di costruire pragmaticamente un’agenda delle news comparabile a quella dei media tradizionali.

L’innovazione portata dai blog è paragonabile ad una rivoluzione nella rivoluzione, secondo Claudio Sabelli Fioretti: “Oltre ad essere uno strumento che si è inserito come concorrente del giornalismo tout court partendo dal basso, dai singoli individui, offre un di più economicamente favorevole rispetto al sistema editoriale tradizionale: è gratis”.

Certo, è da sottolineare che il blog è  un contenitore di opinioni più che di fatti, per cui può essere uno strumento per chi è giornalista, ma di certo “un cittadino che scopre il blog non automaticamente fa giornalismo”, ha precisato Sabelli Fioretti.

Uno dei grandi passi avanti apportati dal blog è il superamento dell’annosa tautologia che accompagna la professione giornalistica, ha puntualizzato durante un secondo intervento De Biase: “Col blog è completamente saltato il fatto che è giornalista solo chi lavora nei giornali e i giornali li fanno i giornalisti, per cui l’informazione è riuscita ad uscire da questa prigione per liberarsi nella Rete”. Quindi, per certi versi, può esserci informazione anche in Rete? “Sì, tutto sta nel metodo adottato per produrla”, ha precisato. Dunque, il lettore non ha più come punto di riferimento esclusivo i media, ma tutta una serie di persone diverse che si offrono come fonte d’informazione: la blogosfera.

Con un fondamentale conseguenza: la quantità di queste fonti oggi disponibili sommate tra loro è migliore della lettura del Corriere della Sera. Una provocazione a cui ha risposto Filippo Facci de Il Giornale: “Non è vero che su Internet c’è tutto, anzi, manca un sacco di roba. L’informazione in Rete è intrattenimento, un infotainment in cui l’immagine, più che in TV, giustifica di per sè un fatto passandolo per notizia anche se non lo meriterebbe”. L’immagine è tutto, dunque. Erodendo il vero cuore della notizia: approfondimento, espressione, accuratezza, oggettività. Rimangono velocità, sequenze, superficie e comunicazione privata di gesti.

Eppure i giornalisti professionisti ormai utilizzano ormai con estrema assiduità la Rete come fonte di notizie. Quali le conseguenze? Tremendi autogol professionali, abbassamento del livello di giornalismo fornito al pubblico. Un copiare il peggio dal nuovo medium online, come un tempo ha fatto il quotidiano copiando dalla TV la spettacolarizzazione delle news.

All’opposto di questo movimento c’è infine la paura del web unito alla mancanza di cultura della Rete, condiviso da non pochi giornalisti. Atteggiamento anacronistico, visto che ormai la figura del redattore elettronico è del tutto comparabile nelle funzioni a quella blogger assiduo.

Insomma, un dibattito che è impossibile racchiudere nei limiti di una conferenza, ma destinato ad alimentare questioni e a svilupparsi con confronti anche e soprattutto con le realtà estere – e questo lo aggiungo io in chiusura sostenendolo come più che mai necessario - per capire in che direzione sta andando l’informazione a livello globale.

Permalink Lascia un Commento

Cristiani massacrati in India

14 Settembre 2008 at 11:26 pm (Cronaca, Esteri) (, , , )

Da ZENIT.ORG:

 Anche se negli ultimi giorni non sono state registrate nuove violenze, la CBCI continua a monitorare la situazione nell’ Orissa - la regione dell’India colpita dalla rivolta anti-cristiana – raccogliendo informazioni e diffondendole ai media nazionali e internazionali e alle autorità governative.


Due settimane di feroci attacchi a case, scuole e conventi

NUOVA DELHI, giovedì, 11 settembre 2008 – Dopo due settimane di violenze contro i cristiani, nello Stato indiano dell’Orissa, nel nord-est del Paese, le vittime sono 27.

Gli attacchi sono scoppiati dopo che il leader induista Swami Laxmanananda Saraswati e quattro dei suoi associati sono stati uccisi nel distretto di Kandhamal il 23 agosto.

Anche se i maoisti hanno rivendicato l’attentato, presto si è scatenata la violenza contro i cristiani. I radicalisti indù hanno distrutto più di 4.000 case in tutto il territorio dell’Orissa e dato alle fiamme scuole, chiese e conventi.

Le forze di polizia, dal canto loro, si sono dimostrate del tutto inadeguate a livello numerico per far fronte alla situazione. Molti poliziotti, inoltre, non avevano armi in dotazione o non hanno fatto niente per fermare i fanatici. In alcuni casi, tuttavia, hanno avuto un ruolo significativo nell’avvertire sacerdoti, suore e fedeli cristiani perché riuscissero a sfuggire alla violenza.

Con l’intensificarsi delle violenze, Babu Joseph, portavoce della Conferenza dei Vescovi Cattolici dell’India (CBCI), e altri leader cristiani hanno denunciato la situazione ai media e agli ufficiali governativi.

Il 7 settembre, è stata osservata in India una giornata di digiuno e preghiera per la situazione dei cristiani.

I leader cristiani sono anche apparsi sui media nazionali e internazionali per spiegare il proprio punto di vista, emettendo numerose dichiarazioni e tenendo conferenze stampa per esprimere la posizione della Chiesa.

Allo stesso modo, hanno anche sottoposto dei memorandum a personaggi come Sonia Gandhi, il Ministro dell’Interno Shivraj Patil e quello della Difesa A.K. Anthony.

 

Permalink Lascia un Commento

Una guerra mai spenta

13 Settembre 2008 at 11:14 pm (Cronaca, Esteri, Riflessioni) (, , , , , )

Una vera e propria polverira, il Caucaso. Una situazione riaccesa agli occhi di noi occidentali solo un mese fa, con l’invasione delle regioni secessionaiste Abkhazia e Sud Ossezia da parte della Georgia e il repentino contrattacco russo (così ci raccontano i media cosiddetti “mainstream”). Mi è piaciuto riflettere sulla crisi caucasica attraverso questo articolo di Joseph Yacoub, tratto da Avvenire di ieri.

La guerra tra Russia e Georgia sull’Ossezia del Sud e l’Abkhazia ha riproposto con forza la questione delle frontiere nei Paesi del Caucaso e, ancor più, il problema della coabitazione di una grande varietà di popoli e di minoranze etniche, linguistiche e religiose.
Ecco dunque che il Caucaso rischia di tornare a infiammarsi per nuovi conflitti etnici di cui solo lui conosce il segreto.
Scriveva nel 1881 il geografo francese Elisée Reclus: «Si sa quanto sia stata lunga e faticosa la conquista del Caucaso: è durata due secoli… Quasi tutti i montanari del Caucaso conservano l’odio dei vinti contro i vincitori e ricordano con orgoglio i tempi dell’antica indipendenza». Proseguiva: «Si sa che il Caucaso è il Paese delle religioni e delle lingue». Già nell’antichità lo storico Plinio il Giovane (62-113) affermava che, per amministrare bene le regioni caucasiche, i Romani dovevano usare centotrenta traduttori.
Nella sua Geografia Strabone (63 a.C.-25 d.C.) evocava le immagini di un mosaico su un territorio ristretto e dell’umanità. Isolato complesso montuoso, il Caucaso è in preda a scosse e convulsioni politiche che arrivano da ogni parte. Storia e posizione geografica spiegano l’eterogeneità e la complessità della sua popolazione. Accanto ai tre popoli dominanti, georgiani, armeni e azeri, coesistono nazionalità e minoranze che superano il centinaio come adighei, abkhazi, cabardini, circassi, caratini, ceceni, ingusci, psciavi, nogai, talisci, curdi yazidi, assiri, osseti, calmucchi, tatari, agiari, baschiri, lazi, svani, khevsuri, tati ecc. Si trovano affiancate lingue diversissime: caucasiche ma anche turche (o turaniche), indoeuropee, iraniche e semitiche. Negli anni 1991-1992 moltissimi popoli caucasici si erano autoproclamati sovrani, come i sudosseti e gli abkhazi in Georgia e gli armeni del Nagorno-Karabakh in Azerbaigian. Ma ogni proclamazione d’indipendenza era stata accompagnata dal conflitto armato, con il suo fardello di rifugiati e sfollati.
Dopo la dissoluzione dell’Urss, questa regione ribelle e turbolenta si è vista sconvolta da sussulti nazionalisti: sanguinosi combattimenti tra georgiani, conflitti che oppongono i georgiani a osseti e abkhazi, guerre tra azeri e armeni che si disputano il Nagorno-Karabakh, talisci e lesghi contro azeri, russi contro ceceni, ceceni contro ingusci, cabardini contro balcari, cumucchi contro lachi, darghini contro cumucchi. A partire dal 1990 la situazione ha assunto aspetti drammatici. Va detto che questa zona è di primaria importanza geopolitica e strategica. ‘Marca’ della Russia posta sul fianco meridionale, i legami che la uniscono con Mosca sono forti e antichi e importantissimo è il ruolo che questa periferia montuosa svolge nella tradizione nazionale e nella letteratura russa. Lo testimoniano opere di scrittori come Puškin, Lermontov e Tolstoj, per quanto talvolta esse assumano connotazioni coloniali. Ma la Russia impiegò due secoli a ‘pacificare’ il Caucaso. Poiché, fin dall’inizio, i popoli caucasici resistettero tenacemente al dominio russo. In passato migliaia di caucasici, soprattutto musulmani, abbandonarono i loro paesi per il Medio Oriente ( Turchia, Siria, Giordania…), preferendo l’esilio all’occupazione. Dopo la dissoluzione dell’Urss, il Caucaso è oggetto di contesa tra Stati Uniti e Mosca, in ragione soprattutto del petrolio del Mar Caspio. La Georgia si è nettamente occidentalizzata e vorrebbe a tutti i costi aderire alla Nato, l’Azerbaigian si è da tempo avvicinato alla Turchia a tutto danno dell’Armenia che si preoccupa, e i Paesi musulmani s’interessano al conflitto in Cecenia e in Daghestan. Del resto questa regione è stata in ogni epoca un crocevia di grandi strade commerciali (Mesopotamia, Bisanzio, Turchia, Persia, Russia), un luogo di incontro e di confronto tra Oriente e Occidente, una terra di antica cultura impregnata fin dalle origini di cristianesimo, islam e credenze autoctone legate alle culle delle grandi civiltà. Nessuno dei conflitti emersi in questi ultimi due decenni si è definitivamente risolto: tornano a scoppiare di tanto in tanto, come il conflitto ceceno, quello (congelato) del Nagorno-Karabakh e ora l’Ossezia del Sud e l’Abkhazia. Il Caucaso si trova a fare i conti con logiche nazionalistiche che si contrappongono e si escludono a vicenda su autonomia, principio di autodeterminazione, frontiere etniche e geografiche e integrità territoriale. Questa zona è incontestabilmente la regione potenzialmente più conflittuale.
Dalla sua pace dipende in parte la pace nel mondo. Fin d’ora, siamo realisti. La prospettiva di una soluzione non può venire dal moltiplicarsi degli Stati – tantomeno nel Caucaso – ma da un pieno riconoscimento dell’autonomia delle minoranze all’interno degli Stati esistenti.

Permalink 1 Commento

Il sacerdote nel III millennio

12 Settembre 2008 at 3:10 pm (Riflessioni) (, , )

Segnalo uno “Speciale” di Avvenire sulla figura del sacerdote curata dallo psichiatra Vittorino Andreoli. In particolare, evidenzio qui alcune riflessioni su temi che in questo momento mi stanno molto a cuore, visto anche il convegno che in questi giorni si sta tenendo in diocesi di Verona a cui partecipa anche l’esperto veronese. Il tema? I giovani.

Il prete e la crisi di famiglia

Il sacerdote e l’adolescente

PS. A proposito, se qualcuno ha partecipato al convegno di S. Massimo e vuole rendermi partecipe raccontando qualche momento del convegno, questo è il posto giusto…grazie!

Permalink 1 Commento

Prossima pagina »