Niente è per caso

23 Agosto 2008 at 11:47 am (Pensieri in libertà)

Un incontro fortuito. Così almeno sembrava. Ma ha cambiato una giornata che sembrava uguale a tante altre. Lavoro, studio, lavoro e qualche attimo di libertà, durante il quale fuggire alla routine e respirare aria nuova in riva al lago.

Immersa nei miei pensieri, sulla via di casa incontro una signora. L’età? Non riuscirei a definirla, ma di una cosa sono certa: lo spirito che la animava. Carismatico, tenace, coraggioso, libero e nitido. Sta ripulendo il viale dalle foglie secche, mentre alza lo sguardo in un cenno di saluto. E subito coglie nella mia giovane età lo spunto per qualche consiglio di vita. Penso: «Gli adulti! Neanche ti conoscono e già si prodigano a dipingerti un futuro grigio come un cielo carico di pioggia». Niente di più sbagliato.

Luce, solo tanta calda luce nelle sue parole. Parla orgogliosa della sua vita, semplice nella condotta ma riempita da qualcosa di inspiegabilmente più potente. Mi dice: «Pensiamo di essere noi a cambiare la nostra vita, ad essere padroni del mondo; ma la fetta più grande del lavoro la fa lui». Lui. Si sprigiona un affetto percettibilmente profondo dalla pronuncia di quel semplice pronome personale. La osservo riconoscendo in lei un che di familiare, come di un’amica che conosco da anni. Mi concentro per ripescare nella memoria il suo volto, ma la ricerca non porta a risultati. Poi una domanda: «Sei cristiana?». E subito mi si chiarisce il legame che sentivo di avere con lei ma che non riuscivo a spiegare.

Mi vede pensierosa, così le confido il mio cruccio riguardo al futuro lavorativo appesantito da pareri adulti poco confortanti. «Lascia stare i gufi!» mi raccomanda sorridendo. E torna ancora con quel bellissimo pronome accompagnato da una carica positiva inaspettata: «Se hai fatto la tua strada con Lui, stai serena che ti sta già preparando un posto. Tu fai la tua parte impegnandoti più che puoi, dando il massimo, vedrai che al resto ci pensa Lui».

Come se uno scultore avesse intagliato un sorriso nell’anima prima ancora che sul viso. Ecco l’effetto di quelle parole. Un sorriso. Carico di attesa, fiducia, gratitudine. Che mi fa pensare che…niente è per caso.

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Conquistatevi la vita!

18 Agosto 2008 at 4:43 pm (Locale) (, )

Dall’eremo di S. Zeno il Vescovo invita ad incontrare lo Spirito

Un’altra giornata nell’alto Garda per mons. Zenti. Dopo la salita al monte Baldo della scorsa settimana, infatti, il Vescovo di Verona è tornato a Malcesine per il tradizionale pellegrinaggio all’eremo dei Santi Benigno e Caro, patroni della comunità melsinea.

Sono circa due le ore di cammino sul sentiero impervio che porta all’eremo di San Zeno. Un luogo scosceso a 800 metri d’altitudine, sito alle pendici del Baldo: qui, lontano dal mondo caotico, si stabilirono i due eremiti che nell’807 traslarono le spoglie del vescovo Zeno nell’omonima basilica veronese. Un luogo simbolicamente importante, la montagna, dove per eccellenza si è più vicini a Dio. «Più volte i vostri parroci mi hanno parlato di questo santuario, ma ne colgo personalmente solo adesso l’intimità e la bellezza che lo rendono un vero punto d’incontro con lo Spirito» ha affermato il Vescovo salutando i pellegrini che numerosi hanno raggiunto l’eremo. Oltre 200 infatti le persone che hanno preso parte alla Santa Messa celebrata da mons. Zenti – insieme ai parroci di Malcesine don Luigi Sartori e don Giuseppe Suman, e a don Domenico Romani, di origine melsinea – e animata dal coro le Voci dell’Aril.

Una chiesetta gremita di fedeli cui il Vescovo si è rivolto col suo inconfondibile carisma durante l’omelia. «Come dimostra la vostra camminata fin quassù, ciò che si conquista con fatica e impegno vale molto di più in termini di soddisfazione. Ce lo insegna la donna Cananèa del Vangelo di Matteo, che mostra la sua grandezza d’animo attendendo con umiltà e fiducia l’aiuto del Signore per la guarigione della figlia ammalata» ha evidenziato. Un insegnamento rivolto soprattutto ai giovani, spesso preda della noia che nasce dall’assenza di traguardi da raggiungere: «Conquistatevi la vita! E’ questa la vera fonte della gioia. E voi adulti non accontentateli subito in tutto, ma aiutateli a crescere nell’entusiasmo di chi anela a mete importanti. La vita è bella se tesa verso un ideale» ha aggiunto mons. Zenti. Che non ha nascosto un paragone “sportivo” a dir poco attuale: «In questi giorni stiamo assistendo alle gesta di numerosi atleti olimpionici. Come loro dobbiamo mettercela tutta per giungere alla nostra meta». Da dove attingere la forza per affrontare la sfida della vita? «Alla fede, che ci permette di guardare senza paura agli ostacoli del cammino. Dandoci la consapevolezza che, se vivremo bene la nostra vita terrena, sarà altrettanto nella nostra vita di risorti in Cristo Gesù».

Al termine della processione è seguito un momento conviviale organizzato da un gruppo di volontari di Cassone, che hanno invitato i presenti a rimanere un po’ insieme aiutati anche dal richiamo del sole presente soprattutto durante la mattinata.

- pubblicato su V.F. agosto 08 -

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Ruhr, bacino di multiculturalità

13 Agosto 2008 at 8:17 am (Viaggi) (, , )

In questo grigio giorno d’agosto affiorano i ricordi dell’Erasmus in Germania. Stesso cielo, questo di oggi. Bigio, ma misteriosamente affascinante, come se t’invitasse a scoprirlo, rassicurandoti che non rimarrai deluso. Questa la Ruhr: non amore a prima vista, ma lenta e inesorabile conquista del cuore…ecco la Ruhr come la vedo io.

La rivoluzione industriale incontra il Duemila

Quando sentite parlare di Ruhr, a cosa pensate? Forse ai libri di storia, ad un luogo dipinto di grigio nell’immaginario comune, un luogo disseminato di sole fabbriche e miniere, conteso dai protagonisti della storia. Certo, in passato era il carbone a farla da padrone, ma da tempo la Ruhr non è più solo un bacino minerario. Parchi, giardini, canali e laghi ne hanno rinnovato il paesaggio. E se proviamo a guardare la regione con occhi e mente sgombri dai soliti stereotipi, sapremo anche dare un senso alle tracce lasciate dal carbone e dall’acciaio, sulle quali si fonda l’avvincente passato e presente di una grande cultura industriale.

 Dov’è. Qualche indicazione geografica innanzitutto: il bacino della Ruhr (Ruhrgebiet, in tedesco) è situato nel cuore del Nord Reno-Westfalia e prende il nome dall’omonimo fiume Ruhr che lo attraversa. Con i suoi 5,3 milioni di abitanti costituisce il più grande agglomerato urbano della Germania, di cui fanno parte città come Bochum, Dortmund, Essen, Gelsenkirchen, Hamm e Oberhausen. Ciò che colpisce subito il visitatore è la fitta rete autostradale e ferroviaria: un crocevia di strade che porta con estrema facilità alla meta prescelta – quasi un sogno per noi italiani!

Centocinquant’anni di storia industriale hanno conferito alla Ruhr la sua struttura attuale, trasformandola in un vero e proprio snodo non solo di nazioni – è vicina a Belgio, Olanda e Lussemburgo – ma anche di culture. Di qui l’indicazione gergale di Ruhrpott (“pentolone Ruhr”) da parte degli stessi abitanti, preludio di un viaggio affascinante nel cuore dell’Europa continentale.

 La storia. Ricca di carbone e di ferro, la Ruhr ebbe un notevole sviluppo nei settori estrattivo e metallurgico a partire dal XIX secolo. L’industrializzazione mise in moto un’immigrazione fino ad allora sconosciuta; nel breve tempo tra il 1895 e il 1913 la Ruhr raddoppiò la sua popolazione da 1,5 a 3,3 milioni di persone. I primi immigrati erano contadini delle zone circostanti, ma già agli inizi del Novecento erano sempre più numerosi i lavoratori provenienti da est: nel 1910 si contavano quasi 800 mila polacchi. Il lavoro nelle miniere e nelle officine era estremamente pericoloso e molto spesso danneggiava in maniera definitiva la salute, ma quantomeno era ben pagato. La vita vissuta a stretto contatto durante e dopo i turni lavorativi produsse un forte sentimento comunitario, rafforzato anche attraverso associazioni, attività politiche e battaglie sul lavoro.

Nel 1923 la Ruhr venne invasa dalle truppe francesi per il ritardo nel pagamento del debito di guerra da parte della Germania. Questa regione fu un “pegno” di quanto il governo tedesco doveva restituire alla Francia. La Germania proclamò allora la resistenza passiva nella regione: i lavoratori delle miniere misero in atto scioperi e sabotaggi, provocando un alto numero di morti e feriti. La produzione si fermò, causando ingenti danni all’economia tedesca che già aveva difficoltà a riprendersi dopo i danni subiti dalla guerra. Solo nel 1924 la Germania iniziò a riprendersi, grazie anche ai piani messi a disposizione dagli Stati Uniti per salvare l’economia tedesca.

Il riarmo per due guerre mondiali rafforzò la posizione dominante dell’industria pesante nella Ruhr, ma impedì l’insediarsi di nuove tecnologie. Solo nel 1932 vennero introdotte misure innovative, con la costruzione di un impianto dalle imponenti dimensioni sul suolo della vecchia miniera Zollverein di Essen. Essa diventò la miniera più moderna del mondo e scrisse la storia dell’architettura industriale con la sua costruzione in acciaio e mattoni. La chiusura nel 1986 segnò, dopo una lunga crisi, la fine del monopolio del carbone e dell’acciaio per tutta la regione. Nel 2002 la miniera è stata riconosciuta patrimonio dell’UNESCO, segno di una nuova era per la Ruhr: l’era di una sentita cultura industriale.

Il presente. Industrializzazione e sviluppo, distruzione e ricostruzione. Quattro tappe che ricostruiscono centocinquant’anni di storia, raccontando la Ruhr per quello che è stata: il più potente centro commerciale ed economico tedesco. Che ha dovuto riscoprirsi, intraprendendo un cammino di cambiamenti strutturali non sempre facili da affrontare. Uno dei problemi più gravi è stata la disoccupazione: decine di migliaia i posti di lavoro persi. Nel frattempo, però, le persone hanno iniziato a comprendere la loro singolare eredità industriale, guardando ad essa come ad un promettente capitale per il futuro.

Oggi il bacino della Ruhr ha cambiato pelle: gli impianti industriali, ormai dimessi, sono infatti adibiti a esposizioni d’arte e cultura, ospitano eventi culturali e fieristici. Le città offrono possibilità diverse per chi ama conoscere e sperimentare: il più grande shopping center d’Europa, parchi per il tempo libero a cui si aggiunge lo sfavillante mondo dei musical, dei teatri e dei concerti. Senza dimenticare lo sport, con il re calcio in prima fila a dominare la scena. E’ un dato che salta subito all’occhio se si contano le tante società calcistiche presenti in un territorio così limitato, con la forte competizione che ne segue. La sfida delle sfide è sicuramente quella che oppone lo Schalke 04 al Borussia Dortmund. Sentito in maniera straordinaria dalla popolazione, il derby della Ruhr assume colori emozionanti, soprattutto se vissuto nella nuovissima Veltins-Arena di Gelsenkirchen o al Westfalen-Stadion di Dortmund.

Non solo birra e currywurst, dunque. Questa è solo la cornice esteriore di una regione con i piedi ben saldi a terra. Una regione che forse non avrà mai lo splendore di una grande capitale, ma neanche la volontà di assomigliare a qualcosa che non potrà mai diventare. E’ questo lo spirito della Ruhr: orgoglioso e sincero, accogliente e multiculturale, proprio come le persone che la abitano. E se tutto questo non c’è nei libri di storia, di sicuro lo potete trovare assaporando la vita nel cuore pulsante del Ruhrpott.

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Nel silenzio della natura la voce di Dio

10 Agosto 2008 at 4:19 pm (Locale) (, )

Ascoltare. La natura, il cuore, la musica. Questo l’imperativo che sabato 9 agosto ha legato tra loro le tappe della visita del Vescovo di Verona mons. Zenti sul monte Baldo. A un anno di distanza dalla precedente visita a Malcesine, il Vescovo è tornato ad ammirare le cime baldensi e il fascino del lago di Garda incastonato tra di esse in una giornata densa di appuntamenti.

Primo fra tutti, il taglio del nastro inaugurale della mostra di disegni sul tema “Sogna, pensa, immagina: corriamo senza lasciare indietro chi inciampa” allestita nella sala della Funivia Malcesine-Monte Baldo, che come lo scorso anno ha voluto ospitare alcuni degli elaborati tratti dal concorso scolastico di disegno coordinato dall’associazione Amici di don Angelo Marini e nato in seno alla Montefortiana, manifestazione sportiva organizzata dal Gruppo Podistico Valdalpone-De Megni e giunta quest’anno alla sua 33ª edizione. Un progetto sportivo e culturale insieme volto a sostenere le missioni dei Padri Camilliani, che da oltre 50 anni svolgono la loro opera in Taiwan. Presente all’inaugurazione anche il sottosegretario alla Sanità Francesca Martini: «Il mio impegno è orientato alla creazione di un ponte tra la sanità e le istituzioni religiose, in modo tale che, sull’esemplare esperienza dei Camilliani, si abbia cura non solo della patologia ma in prima istanza della persona».

A sottolineare in maniera ancor più forte l’incontro tra popoli voluto dal progetto della Montefortiana la partecipazione di una rappresentanza proveniente da Taiwan e accompagnata da padre Felice, camilliano, da 36 anni missionario nella Repubblica di Cina. Una presenza simbolicamente forte che il Vescovo Zenti ha voluto mettere in evidenza durante l’omelia della Messa nella chiesetta della Madonna della neve sul monte Baldo: «Cattolico vuol dire universale, un’universalità che cammina accogliendo le identità dei vari popoli, nel segno della libertà». Libertà al centro della riflessione di mons. Zenti, che a partire dagli interrogativi disperati del profeta Abacuc ha sollevato la questione della crisi dell’animo umano di fronte all’apparente silenzio di Dio. «Proprio nel silenzio è la voce di Dio, in queste montagne, nella natura. E’ singolare il suo modo di interloquire che non s’impone a noi, segno di un profondo rispetto per la libertà umana. Egli chiede il nostro intervento perché solo con la nostra alleanza, con le nostre buone azioni può affrontare il male. Il silenzio di Dio è la sua attesa di una nostra risposta».

Un ascolto intenso della Parola che ha preceduto di qualche ora l’evento tra i più attesi dell’estate baldense. Centinaia, infatti, le persone accorse sul monte Baldo per assistere al concerto del coro dell’Arena di Verona diretto dal maestro Marco Faelli. Nell’arena naturale di località Pozza della Stella i coristi si sono esibiti presentando le arie di Verdi, Donizetti, Puccini, Leoncavallo e Mascagni. «La musica eleva lo Spirito e apre un dialogo con l’infinito» ha commentato mons. Zenti. Dopo il consueto bis sulle note del “Va pensiero”, il Consorzio Olivicoltori insieme al Gruppo Alpinistico di Malcesine ha offerto al pubblico presente la tradizionale carbonera, polenta condita con formaggi e olio extravergine.

Oltre al vicesindaco di Malcesine Giuseppe Lombardi, tra le autorità presenti al concerto il presidente della Provincia Elio Mosele, il consigliere regionale Franco Bonfante, il sovrintendente dell’ente lirico Francesco Girondini e il presidente della Confcommercio Fernando Morando. E naturalmente il presidente della Funivia Giuseppe Venturini, che ha ribadito l’importanza di appuntamenti come questo per valorizzare il turismo montano e le bellezze del monte Baldo.

- pubblicato su V.F. agosto 08 -

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Alla conquista di Roma

10 Agosto 2008 at 1:46 pm (Locale) (, , )

Camposcuola nel cuore della cristianità per i ragazzi di Malcesine

Conoscere Gesù attraverso la testimonianza delle prime persone che lo hanno amato tanto da dare la vita per il suo messaggio d’Amore. Il camposcuola organizzato dalla Parrocchia di Malcesine dal 21 al 26 luglio a Roma è stato proprio questo: un affascinante viaggio alla riscoperta dei primi cristiani e delle loro esperienze di vita.

La fragilità di Pietro nell’episodio in cui, fuggendo da Roma, avrebbe incontrato Cristo e gli avrebbe rivolto la celebre domanda: «Signore, dove vai?», con la risposta: «Vado a farmi crocifiggere una seconda volta», grazie alla quale l’apostolo torna sui suoi passi per affrontare il martirio; la forza di Paolo, che dalla folgorazione sulla via di Damasco ha seguito il Signore diventando apostolo delle Genti, raffigurato con la spada simbolo sia del suo martirio sia della Parola di Dio annunciata; l’atroce uccisione dei diaconi Lorenzo (bruciato sulla graticola) e Stefano (lapidato). E ancora, la vita delle prime comunità cristiane che a partire dal II secolo, con la conversione al cristianesimo di nobili famiglie romane che hanno messo a disposizione aree private ai margini delle vie consolari, costruiscono le prime catacombe, luoghi di sepoltura e di preghiera ricche di simboli e figure caratteristici nei tempi della Chiesa primitiva.

Un crocevia di esperienze e grandiosità monumentali che ha catturato sin dal primo giorno l’attenzione dei ragazzi, avvicinandoli a questi “pilastri” della cristianità con discrezione e naturalezza. «Li sentiamo vicini perché abbiamo capito che erano uomini come noi, con gli stessi pregi e difetti, ma Dio li ha scelti comunque», come si legge nel diario di gruppo scritto durante il camposcuola. Sei giorni intensi che i cinquanta ragazzi partiti da Malcesine per quest’avventura hanno vissuto all’insegna del motto “c’è bisogno di un amore vero”.

Un Amore cercato in primo luogo nei piccoli gesti quotidiani guidati dalla Parola di Vita, che nelle singole giornate ha accostato i ragazzi alla cultura del dare: un sorriso, un bicchiere d’acqua, la pace. Un Amore altresì cercato nelle visite ai luoghi della cristianità, nei simboli, nelle vicende della vita dei primi cristiani che, mossi da uno spirito indefesso alla ricerca dell’Amore vero, ancora oggi viaggiano controcorrente sulle ali dell’entusiasmo, stagliandosi come grandi esempi di purezza, semplicità e dedita vocazione a Dio. Esempi preziosi a cui attingere per riscoprire una fede autentica.

LZ – pubblicato su V.F. del 10 agosto 2008

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L’Afghanistan di Mariam

7 Agosto 2008 at 8:40 am (Recensioni) (, )

Di Kabul non si possono contare le lune che brillano sui suoi tetti, nè i mille splendidi soli che si nascondono dietro i suoi muri.

E’ la protagonista del romanzo di Khaled Hosseini “Mille splendidi soli” a descrivere con questa magica pennellata una città misteriosa, affascinante ma privata del suo splendore dalle atrocità della storia. Maestralmente narrata nel libro, essa avvolge il lettore accompagnandolo pagina dopo pagina verso l’epilogo (che non vorrebbe arrivasse mai, tanta è la bellezza della scrittura).

Pulito, scorrevole, suscita emozioni forti, che toccano le corde profonde dell’animo umano. E fa vivere la Storia del popolo afghano attraverso le dolorose vicende di due donne, in un intreccio solido e forte con la vita. E’ l’amicizia femminile la protagonista, quel legame unico di amore-odio che unisce in modo sincero due donne. Aiutandole a sopportare un destino dai contorni apparenetemente ineluttabili.

Una volta Nana aveva detto a Mariam che ogni fiocco di neve era il sospiro di una donna infelice da qualche parte nel mondo. Che tutti i sospiri che si elevavano al cielo si raccoglievano a formare le nubi, e poi si spezzavano in minuti frantumi, cadendo silenziosamente sulla gente. “A ricordo di come soffrono le donne come noi” aveva detto. “Di come sopportiamo in silenzio tutto ciò che ci cade addosso”.

Donne che fuggono, giovanissime spose di mariti-padroni, vittime della violenza, e nonostante questo donne energiche, capaci di dare nuova vita allo sterile e terrificante grigiore della dittatura talebana, in un’amicizia che dura aldilà della morte.

Tornata a Kabul, Laila aveva sofferto di non sapere dove i talebani avessero sepolto Mariam [lapidata]. Ma ora capisce che non ha importanza. Mariam è qui, tra questi muri, tra questi alberi, nelle coperte dei bambini, nei libri e nelle matite. E’ nei loro sorrisi. Ma soprattutto nel cuore di Laila, dove brilla con l’incontenibile splendore di mille soli.

Assolutamente DA LEGGERE!

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Civen, vincente il binomio impresa-ricerca

3 Agosto 2008 at 10:53 pm (Locale) (, , , )

Presentato a Palazzo Giuliari il bilancio sociale dell’associazione interuniversitaria veneta

Fare sistema è possibile. Ne è dimostrazione Civen, il Coordinamento Interuniversitario Veneto per le Nanotecnologie che a soli cinque anni dalla sua fondazione è riuscito a porsi sul territorio regionale quale punto di riferimento tra impresa e mondo accademico, raggiungendo il doppio obiettivo di promozione della ricerca applicata e di formazione nel campo delle nanotecnologie.

Il Civen nasce all’interno del Distretto Veneto per le Nanotecnologie, un progetto avviato nel 2002 con accordo tra MIUR e Regione Veneto e volto allo sviluppo tecnologico nel settore nanotech. In questa prospettiva, l’interazione di Civen con un altro socio del distretto, Nanofab (Nanofabrication Facility) – laboratorio per la ricerca applicata allo sviluppo di prototipi nanostrutturati – ha portato a risultati rilevanti sviluppando da un lato competenze e know-how, e trasferendoli dall’altro sul mercato a disposizione delle imprese.

I numeri del bilancio di responsabilità sociale 2007, presentato nei giorni scorsi a Verona, parlano chiaro: 4 le Università associate (Venezia, Padova, Verona e IUAV di Venezia) che partecipano all’80% dei progetti commissionati da aziende; un team formato da 30 giovani ricercatori di formazione interdisciplinare; 2700 metri quadrati di laboratori e spazi tecnici, con 80 apparecchiature scientifiche per la produzione di nanomateriali. Per non dimenticare i rapporti con le aziende, che chiariscono la funzione di Civen: 360 sono infatti le aziende che hanno visitato la struttura nel corso del 2007, per 83 di esse è stato predisposto uno studio di fattibilità con preventivo, mentre 68 imprese, per la maggior parte di grande dimensione, hanno commissionato lavori per un valore annuale pari a 2,8 milioni di euro. Non da ultimo l’impatto economico, sottolineato dal direttore di Civen Paolo Rech: «A fronte di 8,4 milioni di euro spesi da Civen in ricerca e sviluppo a partire dalla sua costituzione, gli investimenti delle imprese in progetti di ricerca incentrati sulle competenze Civen e Nanofab sono pari a 23,8 milioni di euro. E’ evidente l’effetto moltiplicativo di un settore in avvio e del ruolo sempre più centrale della connessione diretta tra sapere scientifico e innovazione tecnologica».

Fondata nel 2003 dalle Università di Padova, Venezia e Verona, l’associazione Civen è stata sostenuta dalla Regione Veneto con finanziamento di circa 20 milioni di euro e dal MIUR con un budget complessivo di 26 milioni di euro per progetti di ricerca industriale. «L’obiettivo era quello di avviare un progetto che attivasse un processo di sviluppo industriale; il distretto per le nanotecnologie si è rivelato un importante punto di riferimento per il tessuto imprenditoriale regionale, interfacciandosi costantemente col mondo universitario» ha spiegato Alvise Benedetti, presidente di Civen.

Un successo che si colloca in un momento di forte crisi per l’università italiana, facendo quindi sperare in una ripresa dell’istituzione. «Il modello utilizzato per quest’attività può senza alcun dubbio essere applicato in molti altri settori disciplinari, come ad esempio quello umanistico, e fungere così da importante moltiplicatore di conoscenze» ha dichiarato infine Bettina Campedelli, prorettore dell’Università di Verona.

LZ – pubblicato su V.F. del 3 agosto 2008

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Eluana, lo “scandalo” della vita

1 Agosto 2008 at 4:46 pm (Cronaca, Riflessioni) (, , )

Sembrava una vita priva di valore, destinata alla condanna. E invece, sta suscitando i pensieri di molti, spingendo a riflettere ciascuno di noi su quanto la vita non sia mai in nostro possesso. La vita di Eluana Englaro sta facendo rumore, aprendo gli occhi sull’ingiustizia insita nell’esprimere sentenze sulla vita.

Certo, il dolore lancinante di una famiglia straziata dal ricordo di una figlia bella, giovane e solare è senza dubbio incomprensibile agli osservatori esterni; è possibile solo immaginare quanto sia il peso sulle spalle della famiglia di Eluana. Tuttavia questa stessa vita, che sembrava ormai impossibilitata ad esprimersi in qualsiasi forma, sta insegnando moltissimo al mondo intero. Ad esempio, lo straordinario fascino che la vita ha in sè, indipendentemente dal nostro inferire su di essa. Un esempio tra tutti: il bambino che cresce, portato per istinto a scoprire ed imparare. E la natura, poi, nel suo misterioso avvicendarsi ancestrale ma dai profumi sempre nuovi.

Per questi motivi, pur essendo in difficoltà nell’esprimere giudizi estremi su vicende come queste – un po’ per rispetto del dolore altrui, un po’ perchè mi chiedo: “Che farei io nella stessa situazione?” – mi sento di dire no. No a condanne sulla vita, magari supportate da informazioni faziose ed ideologiche. E. al contempo, sì. Sì al supporto di tutte quelle famiglie che hanno vissuto o stanno vivendo una situazione simile. Supporto che lo Stato e le strutture sanitarie dovrebbero garantire per difendere la vita.

La richiesta della Procura di Milano di bloccare il provvedimento che autorizza la sospensione dell’alimentazione ad Eluana può essere un inizio.

Pubblico di seguito un intervento dal titolo emblematico fatto da Carlo Casini, presidente nazionale del Movimento per la Vita.

NON ESISTE IL DIRITTO A RIFIUTARE LE CURE

Quanti ritengono giusto che Eluana sia lasciata morire si appellano all’articolo 32 della Costituzione, dove si riconosce che la salute è un “fondamentale diritto” dell’individuo e interesse della collettività, ma si aggiunge che solo la legge può obbligare ad un determinato trattamento sanitario senza comunque violare “i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. Si sostiene che in tale articolo sarebbe garantito un diritto alla cura e un parallelo diritto alla “non cura”: l’autonomia del soggetto sarebbe la radice dell’uno e dell’altro. L’autodeterminazione del soggetto sarebbe il valore sommo. La Cassazione, seguendo questa strada, dopo aver riconosciuto che Eluana è “una persona in senso pieno, viva, non morente, il cui stato di estrema debolezza nulla toglie alla sua dignità di essere umano” ha dato rilievo alla sua presunta volontà di non essere curata, ma esige la prova della non regredibilità del suo stato d’incoscienza.

Qual è allora il fondamento della decisione? L’autodeterminazione oppure la valutazione di un minor valore della vita incosciente? Dall’articolo 32 della Costituzione può ricavarsi davvero il diritto di non curarsi?

La seconda parte dell’articolo non sancisce un diritto alla non cura, ma piuttosto, a non essere sottoposti a violenza. Chi non vuol sottoporsi ad un intervento chirurgico non può essere trasportato di forza all’ospedale e legato. Qualche esempio rende facilmente comprensibile ciò che intendo dire. Chi salva l’aspirante suicida gettandosi nelle acque di un fiume, riceve lode, non incriminazioni. Dunque non esiste il diritto di decidere la propria morte. E se qualcuno prima d’inghiottire il veleno, avesse scritto: “Se mi ritroverete ancora vivo vi proibisco di sottopormi a lavanda gastrica o di somministrarmi antidoti!”, il medico dovrebbe obbedire?

Avviciniamoci di più a Eluana. Una persona affetta da malattia potenzialmente mortale, ma curabile con farmaci assumibili per via orale, rifiuta le cure: il coniuge affettuoso che somministra di nascosto il rimedio sciogliendolo in bevande viola il diritto di autodeterminazione? Dev’essere punito? E’ difficile ammettere un diritto di non curarsi da porre allo stesso livello del diritto alla cura. Allora, nel caso di Eluana, cosa resta? Resta solo la sottovalutazione della vita debole. Ma se si ammette la discriminazione tra vite umane la china è davvero molto scivolosa. Tutti, prima o poi, siamo in pericolo. La vita è la frontiera intransitabile.

- pubblicato su “Avvenire” del 1 agosto 2008, pag. 4 -

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