Addio, sergente nella neve
Ecco il paginone de L’Arena dedicato alla scomparsa di Mario Rigoni Stern. Di un uomo che negli occhi sempre un po’ lucidi nascondeva quella forza e quell’entusiasmo che di solito si trovano in un giovane nel fiore dei suoi anni. Uno scrittore di ricordi, di eventi. Di pace.
Mario Rigoni Stern è morto ad Asiago all’età di 86 anni. Era malato da tempo. La notizia della sua morte è stata tenuta riservata dalla famiglia, per espressa volontà dello scrittore. I funerali sono stati celebrati ieri pomeriggio, in forma strettamente privata, nella chiesetta del cimitero di Asiago.
Era il più grande scrittore italiano di questi decenni, se c’è uno in Italia che meritava il Nobel era lui. Grande scrittore e grande uomo. Gran camminatore, finché la salute l’ha retto. Era un alpino nato. Era un sergente nato. Un sergente che per i suoi soldati contava più degli ufficiali. Rigoni Stern è il narratore di un evento grandissimo, la ritirata dalla Russia (nell’immortale libro «Il sergente nella neve»), ma la ritirata, che è una faccia della sconfitta, ha una obiettiva, indelebile grandezza, e la grandezza è una faccia della bellezza. La luce che illumina la ritirata del «sergente nella neve» è un disastro epocale, in cui la disfatta è memorabile e grandiosa, come e più di una vittoria.
Rigoni soldato comincia da molto in basso, caporale, e arriva dove può arrivare uno che comincia così, a sergente maggiore, «sergentmagiù». Da lì vede la guerra bassa, la guerra della truppa. La sua truppa è composta di alpini. Gli alpini fanno la guerra senza disciplina, senza crudeltà, senza odio, ma con metodo, con obbedienza, come un lavoro. Da là sotto il sergentmagiù non vede i quadri, le direttive, le decisioni tattiche o strategiche, che infatti nei suoi libri non ci sono; vede il combattimento delle squadre, al massimo dei plotoni. L’assalto, le bombe a mano, «le pesanti» (sottinteso mitragliatrici), i mortai, le bajonette, le trincee. La morte dei proprii soldati e dei nemici. La morte negli occhi. Le isbe, i contadini, le contadine, la solidarietà, il pianto, la pietà. È una guerra da volontario, ma combattuta perché altri vogliono.
C’è una spietatezza nella vita militare, che si traduce nell’espressione «l’è dura». La durezza merita pietà, per sé e per i nemici. È una condizione fatale, voluta dal destino. Mussolini sta in un altro orizzonte, oggetto di qualche breve sberleffo. Hitler non esiste. Il fascismo, mai nominato. I fascisti qualche volta, sotto forma di soldati inefficienti, bravi solo a cantare «Pugnal fra i denti». Da là sotto (il livello della truppa) le grandi svolte arrivano incomprensibili. In «Quota Albania», «i francesi hanno chiesto l’armistizio, l’ho sentito alla radio». In Grecia, i greci si ritirano mentre ci tenevano inchiodati, perché sono attaccati dai tedeschi dalla parte della Tracia. In Russia, improvvisamente «corre voce che siamo circondati», ma quando e come non si sa. In Francia, in Albania, in Grecia, in Russia, la guerra di Rigoni Stern è una condizione esistenziale, non storica.
Il soldato migliore di tutti è quello che sopporta più di tutti. La sopportazione va al di là della sopportabilità, tocca limiti nei quali non si sentono più i nervi, le ossa, le gambe, le mani, l’unità del proprio corpo: il corpo diventa due, uno sei il tu che conosci e l’altro sei un tu che non conosci. Un tenente impazzito bussa all’isba di notte, è convinto che l’isba sia una tipografia, viene a chieder che gli stampino l’articolo. La grandezza sta nel varcare i limiti oltre i quali non si è, fermarsi nel nuovo mondo, e poi tornare indietro. La grandezza sta nel gettare uno sguardo sull’Inferno. La ritirata dal Don è una risalita dall’Inferno, i superstiti sono dannati redivivi.
Nel mondo dei vivi, i dannati non possono raccontarsi, perché non vengono creduti. Allora si cercano tra di loro, per credersi e confermarsi. La scrittura di Rigoni Stern è un racconto collettivo, a nome di tutti, per dare esistenza scritta a qualcosa che fatica ad avere un’esistenza orale. Perché ciò che lui racconta sia accettabile per tutti, Rigoni lo svuota di ogni giudizio etico, lo carica soltanto di un valore esistenziale: perciò i suoi diari militari sono epici, grandiosi, ammalianti, duraturi. Non si poteva (non potevo) salire all’Altopiano senza pensare (inconsciamente) che Rigoni era lì. L’Altopiano era pieno di lui. Adesso è vuoto. (F. Camon)
