Con Paolo sulla via di Damasco

29 Giugno 2008 at 11:55 am (Religione, Storia) (, , , )

Ossequioso osservatore della Legge ebraica. E persecutore accanito dei cristiani. Sembrerebbe questo il ritratto di San Paolo di Tarso. Ma lo abbiamo privato dell’evento più importante, quello che ha radicalmente cambiato la sua vita e di conseguenza quella dell’intera comunità cristiana: la chiamata del Signore. Che avviene, come per ciascuno di noi, in momenti e luoghi inaspettati, travolgendo come un fulmine a ciel sereno. Così anche per Paolo, che viene colpito da un fascio di luce dal cielo e, disarmato, cade da cavallo nel viaggio che l’avrebbe portato a Damasco per arrestare i cristiani fuggiti da Gerusalemme. In quel preciso momento la sua coscienza è scossa alle fondamenta: “Saulo, Saulo, perchè mi perseguiti?” chiede il Signore, attivando in Paolo la radicale conversione. Infatti è un quesito che arriva ad accecare l’uomo vecchio e a far nascere l’uomo nuovo, che d’ora in avanti sarà l’Apostolo delle Genti.

Ed eccolo, allora, il vero Paolo: un uomo dall’estremo coraggio, uno scrittore indefesso e geniale, con indescrivibile carisma, che non conosce mezze misure, dedicando tutto se stesso alla scoperta fede in Cristo. Paragonabile alla grinta propria di ogni giovane quando si appassiona a qualcosa: si sente trascinato, trascorre le ore dedicandosi corpo e anima alla sua passione, con entusiasmo contagioso e inesauribile. E’ l’effetto di un amore grande, che tocca le corde più profonde dell’anima.

E questo è l’uomo a cui il Signore ha affidato una tra le missioni a mio avviso più grandi di tutta la storia del cristianesimo: svincolare l’annuncio cristiano dalla matrice giudaica in cui era sorto, trasformandolo in annuncio di salvezza per tutti, senza distinzione tra ebrei o pagani. Senza di lui il cristianesimo sarebbe probabilmente rimasto una sètta tra le tante che nascevano al tempo come reazione al formalismo e alla legalità del giudaismo. Paolo rappresenta l’opera di universalizzazione del messaggio cristiano, diverso dall’ebraismo perchè libero dai limiti nazionali – il popolo eletto d’Israele – entro cui quest’ultimo dominava. E’ una vera e propria rivoluzione per il tempo in cui è avvenuta, concentrata in due parole cardine della vita cristiana: uguaglianza e fratellanza. Senza confini di lingua o nazione o tribù.

Un messaggio che, a duemila anni dalla nascita dell’Apostolo delle Genti, torna dirompente con tutta la sua attualità nell’Anno Paolino apertosi ieri. Un messaggio da conoscere e comprendere in tutta la sua profondità storico-religiosa seguendo il grande esempio di Paolo, che parla a chiare lettere con la sua vita e i suoi scritti. Scritti che, nonostante la bimillenaria stesura, non potranno mai diventare lettera morta perchè raccontano un percorso di vita dinamico, fatto di convinzioni, scelte, cambiamenti radicali, passioni e rinascite. Come quello che tocca a ciascun individuo, in ogni epoca storica. Questa la consapevolezza con cui lasciarsi avvolgere dal fascino storico della vicenda e – per chi lo sente – dalla forza di una fede libera e universale in un Dio che ama senza confini.

Vita di San Paolo

Nella foto: Conversione di San Paolo, realizzato nel 1601 da Caravaggio. E’ conservato nella Cappella Cerasi della chiesa di Santa Maria del Popolo a Roma.

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Errori alla maturità? I più grossi vengono dal Ministero

25 Giugno 2008 at 11:10 am (Cronaca) (, , , , , , )

Da L’Arena di oggi, mercoledì 25 giugno 2008 nazionale pag. 7:

Fanno più danno i fannulloni contro cui il ministro Brunetta ha lanciato una sacrosanta crociata, di cui però siamo ansiosi di conoscere gli esiti, o gli incompetenti e i somari che lavorando, e proprio perché lavorano, combinano tanti e tali disastri che sarebbe molto meglio se non lavorassero? Bella domanda che ci viene suggerita dai recenti sfondoni di cui si sono resi protagonisti i funzionari del ministero dell’Istruzione incaricati di elaborare le tracce per l’esame di maturità.
Non è una novità che i cervelloni del ministero sbaglino le tracce dei temi d’esame (ai nostri tempi si chiamavamo semplicemente «temi» e quindi ci inchiniamo di fronte all’evoluzione del linguaggio della burocrazia didattica): ogni anno c’è qualcosa che non va, tanto che i commissari d’esame (i più bravi perché anche tra i commissari si trovano dei somari), una volta aperte le buste e lette le tracce, si chiedono che razza di scuole abbiano frequentato gli ispettori ministeriali che le hanno partorite, se effettivamente abbiano frequentato qualche scuola o abbiano falsificato le carte, se siano stati assunti per concorso o per clientelismo politico, se infine, assumendoli, si sia depauperato un settore fondamentale dell’economia nazionale come quello dell’agricoltura, privandolo di utili braccia.
Sono domande che ci poniamo anche noi e che si e è posta anche la giovane ministra dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, la «ministrina», che con mossa decisa ma anche un pochino demagogica (lo vogliamo o no dare un segnale che l’Italia sta cambiando?) ha licenziato la capa del brain trust che non solo ha scambiato per una donna il ballerino cui era dedicata la poesia di Montale, «Ripenso il tuo sorriso», ma che nella versione di greco ha saltato una parola essenziale per la comprensione del testo e che ha infarcito la traccia di inglese (presa pari pari da Internet) di errori di grammatica di cui neanche un redivivo Totò sarebbe capace.
Immaginiamo che opinione si saranno fatti dello stato maggiore della scuola (e quindi della scuola in genere) soprattutto i maturandi che per la prova di italiano hanno scelto la poesia di Montale. Li immaginiamo anche curvi sui banchi mentre paragonavano arditamente la «donna» di Montale, non a Nureyev come sarebbe stato corretto, ma alla Beatrice di Dante, alla Laura del Petrarca, alla Fiammetta del Boccaccio e magari alla Lesbia di Catullo. Che avrebbero potuto fare, povere anime? La traccia faceva esplicita menzione del «ruolo salvifico e consolatorio svolto dalla figura femminile» non dai ballerini. Qualcuno di loro, forse a conoscenza che il sorriso della donna di Montale altro non era che quello del compagno di scuola del poeta che si librava sulle punte dei piedi, avrà pensato che, dati i tempi che corrono, tra uomo è donna non c’è differenza, e avrà svolto il tema in questo senso. Qualcun altro avrà pensato che il ballerino, di cui è noto anche il nome, Boris Kniaseff, avesse cambiato sesso grazie a quegli interventi radicali che allora si facevano solo a Casablanca e si sarà dilungato nella descrizione (non richiesta) dei viali di palme impolverate della città marocchina.
Adesso non resta che sperare che le commissioni siano clementi. Che si mettano una mano sul cuore e promuovano il maturando depistato, ma boccino con ignominia le zucche vuote del ministero che, facendo più danno dei fannulloni perseguiti da Brunetta, dovrebbero essere costretti all’ozio retribuito e comprensivo di ferie (teniamo presente che questo è il Paese dei diritti acquisiti). E il discorso non vale solo per il ministero dell’Istruzione e per gli altri ministeri meno esposti al giudizio popolare, ma per gran parte degli uffici pubblici che se non lavorassero sarebbe meglio e le cose in Italia comincerebbero forse a funzionare.

Sito del Ministero della Pubblica (D)istruzione…

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Griglie roventi ad alta quota

23 Giugno 2008 at 9:43 pm (Locale) (, , )

Al via sul Baldo le “olimpiadi del barbecue”

Una rondine non farà di certo primavera, ma il profumo di carne alla griglia l’estate la fa eccome. E allora quale occasione più ghiotta di un torneo di barbecue sul monte Baldo per invocare a gran voce la bella stagione? Ad inebriare l’aria pura di alta quota ci hanno pensato infatti i concorrenti di Griglie Roventi, campionato del mondo di barbecue organizzato dalla Regione Veneto che, per la sua terza edizione, si è diviso in tre toccando lago, mare e montagna.

Ad aprire le danze proprio il Baldo, che ha ospitato in località Tratto Spino 43 squadre di “grigliatori” rigorosamente non professionisti provenienti da tutto il mondo, in una sfida all’ultimo sangue…di bistecca. Protagonista assoluta la carne bovina veneta, condita ed ornata secondo lo stile dello chef di turno con le più colorate verdure di stagione, per il piacere della giuria e di un pubblico numeroso – quasi 2000 persone – che è accorso appositamente per godersi lo spettacolo culinario. Una giornata all’insegna della goliardia, del divertimento e della buona cucina, che ha premiato non solo il gusto e la qualità di cottura della carne, ma anche la presentazione del piatto.

A conquistare la giuria tecnica, composta dagli chef dell’Associazione Italiana Cuochi, il team tedesco formato da Timo Deister e Sascha Mnich – quest’ultimo chef-mascotte undicenne – di Magonza, che hanno proposto un piatto dalla cottura e cauterizzazione perfette, insaporita da una salsa a base di olio di oliva e basilico fresco. Dietro alla coppia teutonica si sono classificati al secondo posto Luca Trespidi e Antonio Del Grosso di Milano, mentre il terzo posto è stato raggiunto dai malcesinesi Stefano Testa e Francesco Girelli.

Quella di Malcesine rappresenta la prima tappa del «Griglie Roventi tour», che proseguirà domenica 13 luglio a Belluno e infine giovedì 24 luglio a Caorle, per il gran finale che decreterà il Campione del Mondo di Barbecue ( vedi su www.griglieroventi.it). Un progetto di promozione turistica integrata che ha visto il lavoro congiunto dei consorzi di promozione turistica “Veneto Orientale”, “Lago di Garda è” e “Belle Dolomiti”, guidati dalla Regione Veneto: “Una formula in grado di unire il territorio e tutto ciò che esso può offrire è sicuramente vincente; lo dimostra questa manifestazione, in cui la sinergia tra offerta turistica, culturale e ambientale che il Veneto può offrire si rispecchia nelle località prescelte” ha dichiarato Franco Manzato, Vice Presidente e Assessore alle Politiche dell’Agricoltura e del Turismo.

LZ – pubblicato su “Verona Fedele” del 29 giugno 2008

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Addio, sergente nella neve

18 Giugno 2008 at 4:19 pm (Cronaca) (, )

Ecco il paginone de L’Arena dedicato alla scomparsa di Mario Rigoni Stern. Di un uomo che negli occhi sempre un po’ lucidi nascondeva quella forza e quell’entusiasmo che di solito si trovano in un giovane nel fiore dei suoi anni. Uno scrittore di ricordi, di eventi. Di pace.

Mario Rigoni Stern è morto ad Asiago all’età di 86 anni. Era malato da tempo. La notizia della sua morte è stata tenuta riservata dalla famiglia, per espressa volontà dello scrittore. I funerali sono stati celebrati ieri pomeriggio, in forma strettamente privata, nella chiesetta del cimitero di Asiago.
Era il più grande scrittore italiano di questi decenni, se c’è uno in Italia che meritava il Nobel era lui. Grande scrittore e grande uomo. Gran camminatore, finché la salute l’ha retto. Era un alpino nato. Era un sergente nato. Un sergente che per i suoi soldati contava più degli ufficiali. Rigoni Stern è il narratore di un evento grandissimo, la ritirata dalla Russia (nell’immortale libro «Il sergente nella neve»), ma la ritirata, che è una faccia della sconfitta, ha una obiettiva, indelebile grandezza, e la grandezza è una faccia della bellezza. La luce che illumina la ritirata del «sergente nella neve» è un disastro epocale, in cui la disfatta è memorabile e grandiosa, come e più di una vittoria.
Rigoni soldato comincia da molto in basso, caporale, e arriva dove può arrivare uno che comincia così, a sergente maggiore, «sergentmagiù». Da lì vede la guerra bassa, la guerra della truppa. La sua truppa è composta di alpini. Gli alpini fanno la guerra senza disciplina, senza crudeltà, senza odio, ma con metodo, con obbedienza, come un lavoro. Da là sotto il sergentmagiù non vede i quadri, le direttive, le decisioni tattiche o strategiche, che infatti nei suoi libri non ci sono; vede il combattimento delle squadre, al massimo dei plotoni. L’assalto, le bombe a mano, «le pesanti» (sottinteso mitragliatrici), i mortai, le bajonette, le trincee. La morte dei proprii soldati e dei nemici. La morte negli occhi. Le isbe, i contadini, le contadine, la solidarietà, il pianto, la pietà. È una guerra da volontario, ma combattuta perché altri vogliono.
C’è una spietatezza nella vita militare, che si traduce nell’espressione «l’è dura». La durezza merita pietà, per sé e per i nemici. È una condizione fatale, voluta dal destino. Mussolini sta in un altro orizzonte, oggetto di qualche breve sberleffo. Hitler non esiste. Il fascismo, mai nominato. I fascisti qualche volta, sotto forma di soldati inefficienti, bravi solo a cantare «Pugnal fra i denti». Da là sotto (il livello della truppa) le grandi svolte arrivano incomprensibili. In «Quota Albania», «i francesi hanno chiesto l’armistizio, l’ho sentito alla radio». In Grecia, i greci si ritirano mentre ci tenevano inchiodati, perché sono attaccati dai tedeschi dalla parte della Tracia. In Russia, improvvisamente «corre voce che siamo circondati», ma quando e come non si sa. In Francia, in Albania, in Grecia, in Russia, la guerra di Rigoni Stern è una condizione esistenziale, non storica.
Il soldato migliore di tutti è quello che sopporta più di tutti. La sopportazione va al di là della sopportabilità, tocca limiti nei quali non si sentono più i nervi, le ossa, le gambe, le mani, l’unità del proprio corpo: il corpo diventa due, uno sei il tu che conosci e l’altro sei un tu che non conosci. Un tenente impazzito bussa all’isba di notte, è convinto che l’isba sia una tipografia, viene a chieder che gli stampino l’articolo. La grandezza sta nel varcare i limiti oltre i quali non si è, fermarsi nel nuovo mondo, e poi tornare indietro. La grandezza sta nel gettare uno sguardo sull’Inferno. La ritirata dal Don è una risalita dall’Inferno, i superstiti sono dannati redivivi.
Nel mondo dei vivi, i dannati non possono raccontarsi, perché non vengono creduti. Allora si cercano tra di loro, per credersi e confermarsi. La scrittura di Rigoni Stern è un racconto collettivo, a nome di tutti, per dare esistenza scritta a qualcosa che fatica ad avere un’esistenza orale. Perché ciò che lui racconta sia accettabile per tutti, Rigoni lo svuota di ogni giudizio etico, lo carica soltanto di un valore esistenziale: perciò i suoi diari militari sono epici, grandiosi, ammalianti, duraturi. Non si poteva (non potevo) salire all’Altopiano senza pensare (inconsciamente) che Rigoni era lì. L’Altopiano era pieno di lui. Adesso è vuoto. (F. Camon)

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I “galletti” sono i biscotti più buoni…

17 Giugno 2008 at 11:55 pm (Sport) ()

Fotoframmenti di una vittoria:

Pre-partita…destino vuole che dobbiamo confidare nell’Olanda…almeno facciamolo in simpatia!

 Espulsione francese e rigore per noi: Andrea non sbagliare ok?!?!

 

 

 

 Bravo ragazzo, questo intendevo!!!

 

 

                    Capita l’antifona?

Ed ecco il raddoppio…De Rossi migliore in campo!

                               E ora…è FESTAAAAAAAA!

 

 

 

 

 

    Messaggio finale… 

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Le delusioni di un giovane

16 Giugno 2008 at 9:54 pm (Locale) ()

 

I giovani e la politica. Quante profusioni di parole sempre più vuote: disinteresse,distacco, disturbo. Tutti termini utilizzati fino alla nausea per descrivere il legame presunto ai nostri tempi tra la “mia” categoria sociale e la sovrastruttura che guida la vita dei cittadini (o almeno, dovrebbe). Poi, un bel giorno di inizio inverno, arriva la bella notizia: la politica non ci dimentica, la politica ci vuole vedere partecipi della costruzione della società, perchè dice che in noi è il futuro. Un sogno che diventa realtà attraente in cui tuffarsi per cambiare quella società così lontana dai nostri ideali di giustizia, così sporca rispetto ai nostri standard di correttezza e limpida onestà…e allora via, sulle ali di un’avventura che ha tutte le carte in regola per essere una grande esperienza di vita. Una consulta giovanile, normativa che la signora Europa ha emanato per ovviare al “problema” dei giovani. Una sfida da raccogliere, quantomeno per mostrare che non siamo un problema. C’è da stendere uno statuto fondatore, e la paura di sbagliare c’è (d’altronde non nasciamo tutti burocrati…per fortuna!) ma ci proviamo. E, come per magia, dalla spremitura di meningi di persone molto diverse tra loro, che forse non condividono nè interessi nè amicizie ma che sono unite nel comune denominatore dell’essere GIOVANI, esce una serie di punti che delineano le regole atte a mettere in moto la “macchina” che l’amministrazione ci regalò.

Ma qui cominciano i problemi.
“Lo statuto non va bene, lo rifacciamo noi” ci sentiamo dire quasi storditi per la delusione. “E’ impreciso, non rispetta le regole della burocrazia”. Ma noi non l’avevamo forse detto all’inizio di non essere dei burocrati (con tanto di per fortuna allegato)?! Comunque sia, gli eventi iniziano a precipitare finché ci troviamo catapultati a dover approvare lo statuto (scritto da dei burocrati, come volevasi dimostrare) nel giro di mezz’ora con risicato preavviso di 24 ore scarse.

 

Essere seguiti passo dopo passo nella costruzione del testo era chiedere troppo? Forse sì. E soprattutto, questa soluzione non ci avrebbe forse fatto crescere di più dal punto di vista umano facendoci sentire davvero protagonisti di questo pezzo di carta per giunta fondatore di un’istituzione che “dovrebbe” essere nostra? Anche qui, la risposta è forse sì.

Sta di fatto che ora sopra quel pezzo di carta c’è il bel timbrone del Consiglio comunale, che l’ha approvato e con tal gesto gli ha dato vita in potenza. E forse il tutto prenderà avvio in concreto tra qualche mese, magari con la partecipazione e il protagonismo di giovani che di politica non capiscono granchè ma sono (tristemente) già in giovane età attratti dalla cosiddetta “carega” da non resistere alla tentazione di mettersi in gioco. D’altronde, quale miglior trampolino di lancio di questo per il Consiglio Senior, quello con la C maiuscola, dove i membri mensilmente si annoiano e quindi trovano dei diversivi riunendosi e lanciandosi ciniche frecciatine fino ad insultarsi?!?

E così, di tutti i belli ideali di prima non rimane che fare fagotto e portarseli via. Se la politica è questa, investirli in essa è un fallimento in partenza. Quindi, per favore, quando si parla dei giovani e della politica, tratteniamoci tutti dall’impeto di tirare fuori le stereotipate “D” di disinteresse, distacco, disturbo. Perchè, forse, nel cuore di qualche giovane, potrebbe esserci un’altra “D”. Quella di delusione.

Siti di politica giovanile:
Giovani ed Europa
Ministero Politiche Giovanili

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Il volto della fame

11 Giugno 2008 at 10:58 am (Esteri) (, )

Madhya Pradesh, India. Un reportage di Damian Grammaticas della BBC NEWS. Una terra dove la denutrizione in età infantile arriva al 60%. Un modo per condividere quest’informazione e riflettere un po’ su una grave piaga del nostro tempo. Rispolverate l’inglese e leggete qui…

BBC News: Malnutrition getting worse in India

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Dall’oro all’orange

10 Giugno 2008 at 11:04 am (Sport) ()

Beeeeeennne…è l’unico commento alla partita di ieri sera. Questa sopra è la faccia tipo con cui ogni italiano – “azzurro” nell’anima – che si rispetti guardava lo schermo ieri sera…

1-0? Figurati se non recuperiamo, non dimentichiamoci che in porta c’è Van der Saar, il ciabattone mani di sapone…

2-0? Dai, dai, che adesso entra Del Piero, e chi vedo?! Anche Grosso, un binomio che riporta alla memoria ricordi bellissimi di un 4 luglio 2006 al Westfalen Stadion di Dortmund (e io c’ero!!!), quando i due azzurri con le loro reti alla Germania hanno portato l’Italia alla grande finale mondiale sulle ali di un entusiasmo montante. Lo stesso entusiasmo – forse troppo – che ha preceduto la partita di ieri.

3-0…ahia…Niente da dire, siamo partiti prendendo sottogamba il problema.

Come direbbero i tedeschi, “typisch italienisch”, tipicamente italiano questo modo di porsi, di autocelebrarsi, di bofonchiare e al contempo emozionarsi ed amare per poi…perdere. E brutalmente. Con i tedeschi che se la ridono sotto i baffi, con sarcasmo, rivedendo nelle gesta orange – rare ma efficaci quando si scatenano – il riscatto dopo la batosta presa in casa propria due anni fa. Potrebbero anche avere ragione. E allora? Vogliamo negare l’inequivocabile nostro modo di porci davanti alla Nazionale? Potremmo? Io non credo.

Anche chi sta timidamente in un angolo, facendo finta di non guardare la partita e continuando a giudicare negativamente le mosse del mister piuttosto che del milionario campione azzurro di turno, cambia repentinamete atteggiamento e si trasforma in un sano ultrà appena vede salire il pallone oltre la metà campo, magari tra i piedi di un Zambrotta dei giorni migliori che crossa e trasforma la palla in una meta che solo il nostro ariete Toni riesce a raggiungere schiacciandola in porta…

Ammettiamolo, ragazzi, l’Italia ci fa sudare. Ma ci attira come il miele con le api. Quindi continuiamo con i nostri riti: l’inno abbracciati a inizio partita, le bandiere dipinte ovunque e il tifo pulito e unico nel suo rumore. Perchè è folklore. Con la consapevolezza che, tra le arrabbiature e le tensioni, l’Italia sa farci anche sognare.

Forza azzurri!!!

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Il paradosso del nostro tempo

6 Giugno 2008 at 5:04 pm (Esteri) (, )

Paesi e organizzazioni si sono impegnati a stanziare 6,5 miliardi di aiuti. La Banca Mondiale ha promesso 1,2 miliardi di dollari, gli Usa 1,5 miliardi, la Francia 1,5 miliardi su 5 anni, il Regno Unito 590 milioni di dollari. L’Italia si è impegnata a versare 190 milioni di euro.
«Ci sono state grandi declamazioni, affermazioni di principio, ma non ho sentito quella coesione unanime che sarebbe stata necessaria» di fronte ad un problema così grave come la fame nel mondo, ha detto il ministro degli esteri, Franco Frattini. Lo scontro che ha impedito fino all’ultimo un accordo più ampio ha visto protagonisti da una parte Europa e Usa e dall’altra il cosiddetto «blocco latino-americano» guidato dall’Argentina. I latino-americani si sono opposti alle critiche del testo contro le limitazioni dell’export, che l’Argentina in particolare attua per riuscire a sfamare la popolazione locale e a calmierare i prezzi. Pesante bocciatura del vertice da parte delle Organizzazioni non governative, tutte molto deluse.

Un fallimento. Ecco il termine che riassume quest’incontro. Ma d’altronde, che cosa ci si poteva aspettare? Una due giorni di incontri intensivi non potrà mai creare le basi di un dialogo pur necessario ma che ha bisogno di lunghi tempi di sedimentazione e maturazione per essere davvero efficace. Un dialogo che ha certamente bisogno di diventare adulto mantenendo lo spirito e la vivacità di un giovane pieno di progetti e speranze. E invece, quello che esce da questo vertice FAO sa di vecchio, un vecchio però privato delle sue qualità positive. Tra cui, soprattutto, la saggezza. Che è di chi ha accumulato molte esperienze durante l’arco della vita, e le sa raccontare e trasmettere al giovane dando loro un’impronta positiva, come di una strada tracciata che ha bisogno di essere portata avanti con carisma e dedizione. E invece, cosa troviamo al vertice FAO? Rappresentanti importanti, vertici di grandi nazioni, persone “vecchie” che sembrano parlare del problema della fame come una prassi ormai assegnata da tempo e che dev’essere portata a termine in qualche modo. Emblema del paradosso che caratterizza il nostro tempo, e che vede da una parte del mondo persone chiedersi: “Cos’è il problema della fame?”, e dall’altra parte ancora persone che saprebbero darne precisa spiegazione e turbati si chiedono: “Cos’è il problema dei rifiuti?”…questa situazione è sconcertante.

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Manifestare? Una professione…

3 Giugno 2008 at 6:42 pm (Cronaca) ()

Scusate se vi ripropongo autori già presentati poco tempo fa…ma i temi e le argomentazioni non sono male…ancora lo “Specchio Italiano“, ancora Silvino Gonzato, oggi sui manifestanti di professione…

Domenica tra gli abitanti di Chiaiano che manifestavano contro l’apertura della nuova discarica voluta dal governo per liberare il quartiere napoletano dalle montagne di immondizia che lo stanno soffocando, c’erano anche i «no global» e i «disobbedienti» di Casarini che del movimento internazionale sono una variante italiana. Manifestare è un diritto. Diventa un dovere quando non ci sono altre vie per far valere le proprie ragioni. La protesta pacifica (quella violenta è un crimine quasi sempre impunito) è la risposta della piazza alle soperchierie, vere o come tali percepite, del Potere, e un efficace mezzo, permesso solo in democrazia, per cercare di contrastare misure che si ritengano ingiuste e dannose.
A buon diritto gli abitanti di Chiaiano non vogliono la discarica sotto casa e manifestano perché sia trasferita sotto casa di altri che, a loro volta, a buon diritto, scendendo in piazza, cercheranno di sbolognarla ad altri ancora. Ma che c’entravano domenica con Chiaiano i «no global» e i «disobbedienti», tutta gente che viene da altre città con altri problemi (il veneziano Casarini ha quello dell’acqua alta) e che con le angosce degli abitanti di quel quartiere non hanno niente da spartire? «Statevene a casa, ci venite a inguaià», ha detto al Tg1 una signora con un bambino in carrozzina e un altro al collo, all’indirizzo di un manifestante che urlava slogan con accento bergamasco in uno di quei gracchianti altoparlanti a batterie che fanno da contrappunto a ogni corteo che si rispetti. La signora dimenticava che in Italia manifestare è una professione.
Oggi qui, domani là, il professionista della protesta in piazza è presente ovunque col compito di agitare, aizzare, provocare, riscaldare il ferro quando gli sembra che questo si stia raffreddando, incanalare la folla inesperta lungo percorsi che magari portino allo scontro fortuito con le forze dell’ordine a presidio di obiettivi «sensibili».
I professionisti della protesta sono presenti ovunque tranne che nei luoghi in cui si manifesta contro i grandi veri mali del Paese, la mafia, la camorra, la ’ndrangheta. Non c’erano il 18 aprile scorso a Crotone quando decine di migliaia di calabresi, in massima parte giovani, sono scesi in piazza contro la malavita organizzata, non si sono visti il 24 maggio a Palermo quando i siciliani onesti hanno commemorato Giovanni Falcone, non è stato segnalato alcun «no global» o «disobbediente» o «No Tav» nemmeno a Polistena, a Corleone, a Cinisi.
Niente di strano. Come ogni professionista ha diritto alle ferie, così i professionisti della protesta, fanno coincidere le loro vacanze con le manifestazioni, come quelle popolari contro la malavita organizzata, in cui rischiano di non avere visibilità, di confondersi nel mare di una folla che gli ruba la scena e magari li espelle come corpi estranei. Meglio disertare le piazze in cui si ha tutto da perdere e niente da guadagnare. Il manifestante a tempo pieno è generalmente istruito, ha alle spalle buoni studi, legge i giornali e si aggiorna in continuazione. Nel caso di Chiaiano, prima di partire da Bergamo o da Bologna o da Rosolina Mare, si è informato su cosa sono le discariche e i termovalorizzatori. Manca mai che uno, in pieno corteo, glielo chieda. Manca mai che uno gli chieda quale governo è in carica, se di destra o di sinistra.
Anche la morosa che si porta dietro deve avere almeno un’infarinatura di qualcosa. Non può dire «Sono qua perché sono la morosa di quello lì col megafono». Anche lei deve conoscere gli slogan che, comunque, sono facili da imparare e sono sempre gli stessi per tutte le piazze e tutte le occasioni. Anche se ad un certo punto a Chiaiano avrà chiesto al moroso: «Quando la bruciamo la bandiera di Israele?».

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