AAA cercasi onestà

23 Aprile 2009 at 2:32 pm (Cronaca, Riflessioni) (, , )

Terremoto in Abruzzo. Una disastrosa calamità naturale che, colpendo motli dei nostri connazionali, dovrebbe colpire nel profondo ciascuno di noi. Come in filo comune che ci lega tutti in quanto italiani e in quanto uomini soggetti alla contingenza della vita, dovremmo raccoglierci tutti in un abbraccio simbolico alla popolazione abruzzese coinvolta nell’evento tellurico.
Tutti d’accordo, non c’è dubbio. Ma già a distanza di pochi giorni, si ricomincia il pastiche tutto italiano: la brutale strumentalizzazione di una tragedia da parte delle parti politiche. Non se ne può più.
Molti hanno ormai raggiunto la soglia di sopportazione di tanta disonestà, tanto che provano sentimenti contrastanti nei confronti del sistema: da una parte, da buoni italiani, vorrebbero contribuire economicamente nel proprio piccolo per risollevare gli abruzzesi, dall’altra diffidano perchè non hanno certezze.
Chi assicura che la Protezione Civile gestisca onestamente i fondi che stanno arrivando da tutta Italia? Chi assicura che, passato il terremoto mediatico, nessuno si dimentichi della ricostruzione e anzi si contribuisca ad una rapida ricostruzione, per quanto geologicamente ed umanamente possibile?
E chi assicura che, per ragionamento inverso, non intervengano i soliti furbi speculatori, capaci di trarre il massimo beneficio personale anche di fronte all’immenso dolore di bambini, anziani, giovani, famiglie?
E’ un’immersione in apnea che non può durare a lungo. C’è estremo bisogno di ritrovare un po’ di sincera onestà. Tra le persone, tra i partiti, tra le associazioni. Per un solo bene: quello di ciascuno di noi, nessuno escluso.

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Danzare nella pioggia

29 Gennaio 2009 at 9:13 am (Pensieri in libertà) ()

Era una mattinata movimentata,  quando un anziano gentiluomo di un’ottantina di anni arrivó per farsi rimuovere dei punti da una ferita al pollice. Disse che aveva molta fretta perché aveva un appuntamento alle 9:00.Rilevai la pressione e lo feci sedere, sapendo che sarebbe passata oltre un’ora
prima che qualcuno potesse vederlo.

Lo vedevo guardare continuamente il suo orologio e decisi, dal momento che
non avevo impegni con altri pazienti, che mi sarei occupato io della ferita.

Ad un primo esame, la ferita sembrava guarita: andai a prendere gli strumenti necessari
per rimuovere la sutura e rimedicargli la ferita. Mentre mi prendevo cura di lui, gli chiesi se per caso avesse un altro appuntamento medico dato che aveva tanta fretta. L’anziano signore mi rispose che doveva andare alla casa di cura per far colazione con sua moglie.

Mi informai della sua salute e lui mi raccontò che era affetta da tempo dall’Alzheimer.
Gli chiesi se per caso la moglie si preoccupasse nel caso facesse un po’ tardi. Lui mi rispose che lei non lo riconosceva giá da 5 anni. Ne fui sorpreso, e gli chiesi: ‘E va ancora ogni mattina a trovarla anche se non sa chi é lei’? L’uomo sorrise e mi batté la mano sulla spalla dicendo: ”Lei non sa chi sono, ma io so ancora perfettamente chi é lei”.

Dovetti trattenere le lacrime… Avevo la pelle d’oca e pensai: ‘Questo é il genere di amore che voglio nella mia vita”.

Il vero amore non é né fisico né romantico. Il vero amore é l’accettazione di tutto ció che é, é stato, sará e non sará. Le persone piú felici non sono necessariamente coloro che hanno il meglio di tutto, ma coloro che traggono il meglio da ció che hanno.

La vita non é una questione di come sopravvivere alla tempesta, ma di come danzare nella pioggia. Sii piú gentile del necessario, perché ciascuna delle persone che incontri sta combattendo qualche sorta di battaglia.

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Gaza, una terra assetata di normalità

11 Gennaio 2009 at 3:28 pm (Esteri, Recensioni) (, , , )

Dalla Palestina la testimonianza di una realtà che non trova pace

copertina-libro-muri-lacrime-e-zatar«La Palestina non esiste» mi disse un giorno un giovane soldato con le lentiggini al checkpoint di Qalandiya [...] Così cominciò un viaggio [...] in quella regione  del mondo senza confini certi che alcuni chiamano Samaria, Giudea e Gaza, altri Territori Palestinesi occupati, altri semplicemente Israele, altri quel che resta della Palestina, e altri ancora Terra Promessa, Terra Santa o patrimonio islamico. Per me era qualcosa di indefinito, che volevo conoscere. Esordisce con queste parole Muri, lacrime e za’tar. Storie di vita e voci dalla Palestina, il libro di Gianluca Solera, coordinatore delle reti della Fondazione Euromediterranea “Anna Lindh” per il Dialogo tra le Culture.

Alla luce della crisi israelo-palestinese aggravatasi nelle ultime settimane, questo libro irrompe nella quotidianità offrendo uno spaccato di ciò che gli occhi dell’autore hanno visto: la sofferenza palestinese e le conseguenze dell’occupazione militare israeliana. Una narrazione che, tralasciando l’analisi politica di una terra coinvolta in un conflitto endemico, dà voce al desiderio di normalità emergente tra la popolazione, sia ebrea che araba, evidenziando al contempo l’indifferenza delle istituzioni politiche internazionali.

Com’è nato questo libro?

«Venivo da anni di lavoro in qualità di consigliere politico per il Parlamento Europeo. Nel 2004 decisi di approfondire i miei studi sulla lingua araba. Intrapresi un viaggio in Palestina soltanto a questo scopo, ma gli eventi mi coinvolsero al punto tale da sentire l’esigenza di fissarli nero su bianco. In Palestina ho trovato una straordinaria accoglienza, che è insita nella cultura mediorientale stessa. La forza di quest’umanità, che continua a vivere nonostante l’occupazione, davanti all’assurdità del reale, mi ha spinto a scrivere questo libro, a raccontare storie di persone accomunate da un’unica ricchezza: il desiderio della normalità, che si aggrappa alle piccole cose, come lo za’tar (il timo) nell’olio d’oliva, in cui s’intinge il pane».

Cosa intende per “assurdità del reale”?

«Il clima che si vive ai checkpoints situati lungo il muro che divide la Striscia di Gaza da Israele può esserne un esempio. Il senso di superiorità nel comportamento di un giovane soldato israeliano che, minacciando con un mitra, blocca senza motivo il passaggio di una madre, facendola aspettare per ore sotto il sole con un neonato tra le braccia, è assurdo quanto terribilmente reale. Quale potere può avere un giovane per permettere tale umiliazione? Eppure accade quotidianamente. L’occupazione militare fa morire di fame i palestinesi, ma al contempo fa morire gli israeliani di vergogna, in quanto sta distruggendo lo spirito sionistico stesso che ha portato alla creazione dello Stato d’Israele».

Sono questi i “muri” di cui si parla nel libro?

«Sì, sono i muri metaforici e reali, come quello che divide la Striscia dall’Egitto e da Israele, dove tuttavia resiste, inverosimilmente, un germoglio di umanità. Tra le testimonianze che ho raccolto, infatti, anche quella di un padre ebreo israeliano che ha perso la figlia sedicenne in un attentato. Da quella sofferenza è nata un’associazione che raccoglie i genitori arabi palestinesi ed ebrei israeliani di figli morti in attentati. Questo è dimostrativo della volontà comune di trovare insieme la strada verso la riconciliazione».

Cosa può fare la comunità cristiana?

«Innanzitutto, è importante precisare che negli anni ‘40 i cristiani in Palestina erano 50.000, mentre oggi se ne contano 15.000. Un dato che testimonia la gravità della loro scomparsa, se si considera il loro prezioso ruolo di cerniera tra ebrei ed arabi, condividendo con essi cultura e tradizioni. Una cosa che la comunità cristiana dovrebbe fare è incontrare i cristiani arabi, favorire e non evitare una presa di coscienza della loro condizione, come purtroppo spesso accade durante i pellegrinaggi organizzati in Terra Santa. Ritengo essenziale che i pellegrini vengano a contatto con la realtà cristiana araba, altrimenti si rischia di essere compartecipi della loro scomparsa».

Come vede il ruolo della comunità politica internazionale nella vicenda?

«A mio avviso non è possibile sperare che una stretta di mano tra leaders politici riesca a porre fine ad un conflitto in atto da ormai 60 anni, com’è accaduto con la temporanea tregua del 2005 tra il governo israeliano guidato da Sharon e il movimento di resistenza islamico di Hamas. Il distacco totale dalla realtà e l’indifferenza delle istituzioni occidentali davanti alla morte di centinaia di innocenti sconvolge e sembra aver contagiato anche la nostra società civile, che spesso si accontenta delle notizie lacunose e manipolate che arrivano dai telegiornali».

Qual è la condizione in cui si vive oggi nella Striscia di Gaza?

«Sono stato a Gaza l’ultima volta tre mesi fa. Tenere un milione e mezzo di persone in una striscia di sabbia lunga 50 chilometri e larga 5 è una barbarie senza mezzi termini. Là gli uomini si stanno abituando a vivere in una prigione a cielo aperto, in un apartheid che non fa più scandalo. La Palestina è diventata un laboratorio di sperimentazione geopolitica, in cui ciò che spaventa è la radicalizzazione nell’identificazione del nemico: nel secolo scorso era il comunismo, oggi è l’islam».

Quali soluzioni intravede alla questione israelo-palestinese?

«Dall’inizio dell’operazione “Piombo fuso”, con cui si è violentemente riacceso il conflitto, i morti palestinesi sono oltre 500 e più di 2.500 i feriti. E’ prevedibile che i morti continuino a salire col prolungarsi del conflitto anche via terra, e probabilmente Israele riuscirà nell’intento di distruggere Hamas, ma anche a quel punto la guerra non avrà fine. Ciò che alimenta la rabbia dei palestinesi, infatti, non è tanto la sofferenza fisica, quanto piuttosto l’impossibilità di viaggiare liberamente e di riunire le famiglie divise a causa dell’occupazione militare israeliana, il fatto di non avere più una terra, la negazione dei diritti alla dignità e all’autodeterminazione. Soltanto un cambiamento interno alla società israeliana, un senso di responsabilità diffuso tra la società civile, potrà mettere fine al conflitto israelo-palestinese».

 

L’autore

Nato nel 1966 sul lago di Garda, Gianluca Solera ha trascorso molti anni a Bruxelles come consigliere politico del Parlamento europeo. Nel 2004 ha intrapreso un viaggio in Palestina per approfondire lo studio della lingua araba. A cavallo dei due anni trascorsi in Palestina ha scritto il libro Muri, lacrime e za’tar, uscito nel 2007. Oggi Solera è coordinatore delle reti della Fondazione Euromediterranea “Anna Lindh” per il Dialogo tra le Culture, che ha sede ad Alessandria d’Egitto. La Fondazione è una onlus di cui fanno parte studiosi dell’area mediterranea, politici di organismi internazionali e diplomatici attualmente o in precedenza impegnati in problemi mediterranei, riuniti con l’obiettivo di favorire il dialogo interculturale insieme alla promozione dei diritti e della cittadinanza attiva.

 

Alle radici del conflitto

Alla luce dei tragici eventi che hanno colpito la popolazione ebraica durante la Seconda Guerra Mondiale, le Nazioni mappa-israele-e-territori-palestinesi-copiaUnite decidono la spartizione della Palestina in due Stati, uno arabo ed uno ebraico, con il controllo dell’ONU su Gerusalemme. Contro la volontà del mondo arabo, il 14 maggio 1948 viene dichiarata la nascita dello Stato d’Israele.

Tale data segna anche l’inizio degli scontri tra israeliani e palestinesi, con la prima guerra arabo-israeliana (1948-49), durante la quale oltre 700.000 arabi palestinesi vengono espulsi dai loro villaggi; quello dei profughi palestinesi costituisce tutt’oggi uno dei contenziosi più difficili da risolvere all’interno del conflitto. Gli arabi ritengono i profughi vittime di una pulizia etnica perpetrata da Israele che avrebbe cacciato i legittimi proprietari dalle loro terre. Gli ebrei, al contrario, ritengono i governi arabi i soli veri responsabili della creazione del problema dei profughi.

Attualmente, il mondo arabo sostiene che Israele debba tornare all’interno dei confini precedenti la Guerra dei sei giorni del 1967, cioè cedere la Cisgiordania (o West Bank) in cambio di un suo riconoscimento che ne garantisca la sicurezza (la cosiddetta “Linea Verde”). Mentre gli arabi richiedono questa cessione, in quanto quelle terre sarebbero legittimamente loro e occupate dall’esercito israeliano, gli israeliani a loro volta sostengono che quel territorio era già stato loro offerto nel 1947, ma da loro rifiutato e perso definitivamente con le sconfitte belliche del 1948 e del 1967.

Nel 2004 la Corte Internazionale di Giustizia conferma che i territori occupati dallo Stato di Israele oltre la “Linea Verde” del 1967 continuano ad essere tali e dunque con essi anche la parte est di Gerusalemme, unilateralmente annessa da Israele nel 1980 senza riconoscimento internazionale.

Nell’agosto 2005 il governo israeliano dispone e completa l’evacuazione della popolazione israeliana (militare e civile) dalla Striscia di Gaza e lo smantellamento delle colonie che vi erano state costruite, nella speranza di un progresso di pace. Tuttavia, dallo stesso agosto iniziano ininterrotti lanci di razzi da Gaza verso insediamenti israeliani. In seguito ad un’intensificazione di attentati e del lancio di razzi, nel 2007 Israele dichiara Gaza “territorio ostile”, sospendendo la fornitura di elettricità e carburante per costringere Hamas alla resa.

Il conflitto riprende nel 2008, con il lancio di missili israeliani su Gaza in risposta ai razzi artigianali lanciati da Hamas nel sud d’Israele. L’offensiva terrestre e aerea delle forze armate israeliane a Gaza, iniziata il 29 febbraio, uccide oltre 100 palestinesi in meno di una settimana, mentre i 150 razzi sparati dai palestinesi in Israele nel corso dello stesso periodo uccidono tre israeliani, fra cui due soldati e un civile. In seguito viene stabilita una tregua di sei mesi, rotta però il 4 novembre quando Israele entra nella Striscia per demolire uno dei tunnel per l’Egitto.

Sono questi gli eventi alla base dell’operazione militare israeliana “Piombo fuso”, avviata il 27 dicembre. Nei primi giorni di conflitto i raid israeliani uccidono un leader politico di Hamas, Nizar Rayyan, e altre due figure di rilievo del braccio armato di Hamas. L’azione di terra, intrapresa il 3 gennaio scorso, dà inizio alla penetrazione israeliana e agli scontri a fuoco tuttora in corso nella Striscia di Gaza. Finora si contano oltre 600 morti, mentre sale ad oltre 3.000 il numero dei feriti tra i civili palestinesi.

 

Hamas

L’organizzazione islamica palestinese di Hamas, nata nel 1987 come braccio combattente dei “Fratelli Musulmani” sostenitori della jihad in Palestina, richiede la sostituzione dello Stato d’Israele con uno Stato Islamico Palestinese nell’area comprendente Israele, Cisgiordania e Striscia di Gaza. Le cause del conflitto israelo-palestinese risiedono nell’estenuante contesa di tali territori: da una parte la richiesta palestinese di uno stato indipendente, insieme al riconoscimento del diritto al ritorno dei profughi, allo smantellamento degli insediamenti costruiti illegalmente e all’abbandono dei territori occupati, con un ritorno ai confini del 1967; dall’altra, il “no” israeliano alle negoziazioni e il perdurare dell’occupazione militare.

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Fermatevi subito, fermiamoci tutti!

5 Gennaio 2009 at 11:22 pm (Esteri) (, , )

Riporto per intero il comunicato stampa di Pax Christi per quanto sta accadendo in Terra Santa:

“Quello in corso a Gaza è un massacro, non un bombardamento, è un crimine di guerra e ancora una volta nessuno lo dice”. P. Manauel Musallam, parroco a Gaza, 27 dicembre 2008
Un inferno di orrore, morte e distruzione, di lutti, dolore e odio si sta abbattendo in queste ore sulla Striscia di Gaza e sul territorio israeliano adiacente.
A voi, capi politici e militari israeliani,
chiediamo di considerare che insieme ai ‘miliziani’ di Hamas state colpendo, uccidendo e ferendo centinaia di civili palestinesi. Non potete non averlo calcolato. Non potete non sapere che a Gaza non esistono obiettivi da mirare chirurgicamente. Non potete non aver messo in conto che da troppo tempo è la popolazione di Gaza a vivere sotto embargo, senza corrente elettrica, senza cibo, senza medicine, senza possibilità di fuga. Le vostre crudeli operazioni di guerra compiono opera di morte su donne, bambini e uomini che non possono scappare né curarsi e sopravvivere, essendo strapieni gli ospedali e vuoti i forni del pane. Ascoltate i vostri stessi concittadini che operano nelle organizzazioni israeliane per la pace: “Siamo responsabili della disperazione di un popolo sotto assedio. Hamas da settimane aveva dichiarato che sarebbe stato possibile ripristinare la tregua a condizione che Israele riaprisse le frontiere e permettesse agli aiuti umanitari di entrare. Il governo d’Israele ha scelto consapevolmente di ignorare le dichiarazioni di Hamas e ha cinicamente scelto, per fini elettorali, la strada della guerra”.
FERMATEVI SUBITO!
A voi, capi di Hamas,
chiediamo di considerare che i vostri razzi artigianali lanciati verso le cittadine israeliane poste sul confine, sono strumenti ulteriori di distruzione e, per fortuna raramente, di morte, e creano inutilmente paura e tensione tra i civili. Sono una assurda e folle reazione all’oppressione subita, che si presta come alibi per un’aggressione illegale. Se foste più potenti, capi di Hamas, vorreste forse raggiungere i livelli di distruzione dei vostri nemici? E non essendolo, a che scopo creare panico, odio e desiderio di vendetta nei civili israeliani che vivono a fianco alla vostra terra? Quali strategie di desolazione, disumane e inefficaci, state perseguendo?
FERMATEVI SUBITO!
E noi donne e uomini che apparteniamo alla ’società civile’,
FERMIAMOCI TUTTI!
Sostiamo almeno un minuto accanto a tutti i civili che soffrono. Alle centinaia di ammazzati palestinesi, che per noi non avranno mai nome e volto, come alla vittima israeliana. Alle centinaia di feriti palestinesi e ai fortunatamente pochi feriti israeliani. A chi ha perso la casa. A chi non può curarsi.
E poi, tutti insieme, alziamo la voce: non è questa la strada che porterà Israele a vivere in pace e sicurezza. Non è questa la strada che porterà i palestinesi a vivere con dignità in uno Stato senza più occupazione militare, libero e sovrano.
I media italiani in questi giorni hanno purtroppo mascherato una folle e premeditata aggressione -e soprattutto l’insopportabile contesto di un assedio da parte di Israele che per mesi ha ridotto alla fame un milione e mezzo di persone- scegliendo accuratamente alcuni termini ed evitandone altri.
La maggior parte dei quotidiani e telegiornali hanno affermato che “è stato Hamas a rompere la tregua”. Invece il 19 dicembre è semplicemente scaduta una tregua della durata concordata di sei mesi. L’accordo comprendeva: Il cessate-il-fuoco, la sua estensione nel giro di qualche mese alla Cisgiordania e la fine del blocco di Gaza. Questi impegni non sono stati rispettati da Israele (25 palestinesi uccisi solo dalla firma dell’accordo) e quindi Hamas non l’ha rinnovato. Ancor più precisamente, già ai primi di novembre, Israele aveva rotto la tregua con una serie di attacchi a Gaza uccidendo altri 6 palestinesi.
Aiutiamoci allora a valutare criticamente le analisi spesso falsate dei media per dare maggior forza ad altre voci diventate grida: Solo poche ore fa, proprio a Gaza, il Patriarca di Gerusalemme celebrava la Messa di Natale riprendendo il suo Messaggio natalizio:”Siamo stanchi. La pace è un diritto per tutti. Siamo in apprensione per l’ingiusta chiusura imposta a Gaza e a centinaia di migliaia di innocenti. Siamo riconoscenti a tutti gli uomini di buona volontà che non risparmiano sforzi per spezzare questo blocco.”
La strada intrapresa invece, lastricata di sangue e macerie, condurrà la gente qualsiasi al macello. E i suoi capi alla sconfitta. In primo luogo alla sconfitta umana.

Pax Christi Italia
28 dicembre 2008

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L’uomo, radice del diritto

1 Gennaio 2009 at 9:03 pm (Locale) (, , )

Religioni unite per la pace. In un convegno a Brenzone

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La pace non si dice, si fa: è un richiamo alla concretezza quello emerso nella tavola rotonda di martedì scorso alla Garda Family House di Castelletto. Sulla scia dello spirito di Assisi, differenti religioni hanno voluto ricordare il 60° anniversario della Dichiarazione dei Diritti Umani dando voce ad alcune riflessioni sul tema “Pace nel mondo: un valore condiviso”.

«In un mondo il cui equilibrio è costantemente messo in discussione a causa degli eventi drammatici che lo attraversano, la pace diventa un’esigenza da ricercare in profondità, al punto tale da giungere alla riscoperta delle radici stesse dell’uomo» ha affermato in apertura il moderatore don Paolo Maria, della Comunità dei Giovani di Albarè.

Ed è una visione luminosa dell’uomo quella dipinta da padre Franco Mosconi, biblista dell’Eremo della Rocca del Garda. Attraverso due letture tratte dalla Sacra Scrittura (Sal 1, Mt 5), il monaco camaldolese ha definito i contorni dell’uomo felice: «E’ giusto chi s’innamora della Parola del Signore, la cui rivoluzione coincide col ribaltamento dei valori della società: dalla ricchezza alla povertà, dall’arroganza alla mitezza. Le beatitudini sono l’identikit del discepolo che cammina verso Gesù, il realizzatore della pace. E da qui nasce anche il diritto dell’uomo». Non solo: in questa prospettiva di luce capace di abbattere i muri innalzati dalle paure e dall’egoismo, il singolo individuo diventa responsabile nel diffondere tale diritto a tutta l’umanità.

Un amore per la Parola che si trasforma nel concreto in servizio verso gli altri, come ha spiegato  Mosen Keresh, del Centro Culturale Islamico di Verona: «L’uomo è la macchina, ma il motore è Dio, che ha creato gli uomini in tribù affinché si conoscessero». Da qui emerge la natura essenzialmente sociale dell’uomo, che va al di là della fede professata e del male da cui l’uomo è tentato. «Viviamo in un mondo che ormai è chiamato villaggio globale, tanto si sono accorciate le distanze. Cerchiamo dunque di radunare tutto il patrimonio della società verso la convivenza tra popoli».

Un compito difficile quello dell’uomo, chiamato ad essere profeta nonostante il male presente nel mondo. Su questo aspetto controverso si è espresso il maestro buddista tibetano Ghesce Sonam Sangpo: «Una felicità perenne è certamente sognata quanto impossibile, tuttavia la cosa più importante è saper accettare le situazioni di sofferenza e mantenere l’aspirazione costante alla  gioia e alla pace». Un’aspirazione positiva che spesso viene negata dall’odio, dalla superbia, dall’egoismo: «Questi veleni mentali nascono quando l’attaccamento all’io e a ciò che è mio sono talmente forti da suscitare aggressività nei confronti delle persone che vivono vicino a noi» ha continuato Sangpo, evidenziando come «essi, uniti all’ignoranza derivante dalla discriminazione operata tra gli individui, ci allontanino dalla pace». Che, al contrario, va cercata innanzitutto dentro noi stessi: «Solo un uomo pacificato può donare a sua volta la pace», ha terminato.

Pur diversi in spirito e tradizione storico-religiosa, gli interventi dei relatori hanno indicato nell’uomo l’origine fondante e il denominatore comune di ogni diritto, sul quale basare anche l’impegno di singoli cittadini all’interno delle rispettive comunità: «Acquisire questa consapevolezza – ha concluso don Paolo Maria – rappresenta un grosso passo in avanti nell’assunzione di responsabilità nei confronti dell’etica umana, che è intimamente legata al valore della pace».

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A tutti auguro…

25 Dicembre 2008 at 12:00 am (Religione) ()

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Aspettando Natale

12 Dicembre 2008 at 10:43 am (Riflessioni) ()

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Le immagini della rissa tra monaci di diverse confessioni nella Basilica del Santo Sepolcro scorrono ancora davanti agli occhi di tutto il mondo. Proprio là, dove secondo la tradizione è stato sepolto Gesù Cristo, la violenza continua a riemergere come antica rivalsa mai spenta. Una divisione tanto dolorosa quanto reale.

Spostando lo sguardo sull’Italia degli ultimi mesi, altre sono le immagini sconvolgenti di divisione che attraversa la società. Basti pensare agli scontri tra studenti universitari in piazza Navona: nessuno ha potuto evitare la vista di fumogeni, sedie scagliate scontri-studenticontro il presunto nemico, bastoni che picchiavano senza tregua. Una manifestazione finita come ogni altra guerra: senza un senso. Un’altra divisione, lacerante ma reale.

E che dire dei fatti che nei telegiornali non trovano spazio, perchè non fanno notizia, ma sono più reali che mai. Come la persecuzione cristiana in India perpetrata da parte dei fondamentalisti indù, o ancora le tragedie umanitarie in atto nelle regioni africane del Congo e del Darfur. La guerra civile sta straziando il popolo congolese, in balia del gioco violento di fazioni che mettono a repentaglio la vita di una nazione intera per il possesso delle vastissime ricchezze minerarie del Congo. Nel Darfur, gli scontri antichi tra la minoranza araba e la maggioranza nera hanno provocato oltre 500.000 morti in soli tre anni.

Di conflitti e divisioni è pieno il mondo, ma anche la nostra quotidianità. Basti pensare a tutte le liti che si vivono in famiglia, o i rancori serbati a lungo tra vicini di casa o tra amici in seguito ad uno screzio mai chiarito.

Davanti a tutte queste realtà, sembra non ci possa essere Natale. O almeno, non ci può essere se prima di tutto non viene chiarito il significato che ciascuno di noi conferisce a questa parola.

Proviamo a togliere, per prima cosa, tutta la polvere con cui è stato coperto. Una polvere fatta di esubero di luminarie, corsa sfrenata ai regali, ansia da pranzo di Natale (cosa preparo? cosa offro? ne avrò abbastanza?), comparsa di Babbi Natale in ogni angolo della casa e ora anche fuori, stile ladro che s’intrufola in casa dal balcone…

Certamente un’atmosfera magica non guasta, soprattutto per la gioia dei più piccoli. Ma a loro per primi non basta vivere nelle favole, hanno bisogno della realtà e vogliono capirla (l’età dei “mille perchè”, in fondo, arriva molto presto, no?). Quindi è essenziale sapere che Natale non è una favola. Ma è reale. E coincide con la nascita di Gesù, che ogni anno da oltre due milleni viene in mezzo a noi: un bambino in fasce che, con la forza della sua fragilità, ci indica la via dell’amore. E, per chi crede e dunque si sente parte del corpo di Cristo (come scrive San Paolo nella prima lettera ai Corinzi, cap. 12), questo amore è l’unica via in grado di risolvere i conflitti e le divisioni grandi o piccole presenti nel mondo e nelle nostre case.

Certo, si dirà, non possiamo fare miracoli o salvare il mondo dai mali che lo affliggono, ma ciascuno, in quanto parte dell’unico corpo di Gesù, può fare un gesto positivo, che sembrerà piccolo o invisibile agli occhi delle persone, ma che porta benefici enormi al corpo inteso come come l’umanità intera. Come dice San Paolo, “non tutti hanno il dono di fare miracoli, di compiere guarigioni, di parlare in lingue sconosciute o di saperle interpretare. Cercate di avere i doni migliori”.

Siamo noi, con le qualità uniche ed irripetibili che ci sono state donate, a rendere concreta questa via dell’amore, attraverso il nostro atteggiamento quotidiano verso gli altri. Consapevoli di questo, avremo riscoperto cosa vuol dire Natale e saremo felici di trasmetterlo agli altri. Bambini compresi.

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Turismo. L’arma contro la crisi? La qualità

9 Dicembre 2008 at 10:34 am (Cronaca, Locale) (, , , )

Il turismo sul lago di Garda sembra reggere il contraccolpo della crisi economica. Ma per quanto tempo? E secondo quali modalità? Questi gli interrogativi che mercoledì scorso hanno animato la 33ª Assemblea generale dell’Unione Gardesana Albergatori Veronesi (Ugav) nella cornice del Centro Convegni “Nascimbeni” di Brenzone.

I dati.
Secondo i dati inerenti alla stagione turistica appena trascorsa, il comprensorio gardesano ha registrato un incremento dell’1,6% sugli arrivi rispetto al 2007, ponendosi come meta turistica tra le più ambite d’Italia. Un dato positivo drasticamente ridimensionato dal confronto con il numero di presenze effettive, diminuito del 2,6%, a fronte di un calo medio del 5-8% registrato a livello nazionale. «Dovremmo essere soddisfatti rispetto all’andamento nazionale ancor più negativo, ma non è così – ha spiegato il presidente Ugav, Antonio Pasotti – perché la Pasqua bassa per noi ha significato un mese di costi di gestione in più, con una diminuzione della redditività del 10%, e un mese in più di apertura in cui diluire le già ridotte presenze».
Più arrivi, meno presenze: un fenomeno che si è verificato nella maggior parte delle località turistiche del Garda veronese, con significativi picchi al ribasso nelle presenze rispetto al 2007 soprattutto per Peschiera (-16,2%) e Costermano (-9,7%). La famigerata tendenza al “mordi e fuggi”, ormai ampiamente diffusa nel settore, non risparmia nemmeno il turismo gardesano. Che deve correre ai ripari, affinchè la crisi economica non travolga quel perno economico che genera un fatturato annuo di 600 milioni di euro: «Se le bellezze del nostro territorio, la variegata offerta turistica e culturale, le tradizioni e l’enogastronomia non bastano più, c’è bisogno di un confronto per capire insieme cos’altro serve, perché se sul lago va male il turismo, di conseguenza va male tutta l’economia», ha evidenziato Pasotti.

I problemi.
Un allarme interno al settore, quello lanciato dal presidente Ugav agli albergatori presenti, a cui si sono aggiunte le preoccupazioni inerenti la gestione del territorio e dei suoi servizi, di fondamentale importanza per garantire la giusta accoglienza ai 10 milioni di turisti che annualmente visitano il lago di Garda. Prima fra tutte, la viabilità: «Come imprenditori turistici e in quanto portatori di interessi economici diffusi abbiamo sempre sostenuto che il turismo ha il-vicesindaco-di-garda-antonio-pasottibisogno di infrastrutture – ha continuato Pasotti – e la rinuncia totale alla Affi-Pai ci ha lasciati con l’amaro in bocca, perché si è persa ancora una volta l’occasione di dare finalmente soluzione all’emergenza della congestione del traffico sulla Gardesana. Che è e rimane un problema». Il presidente Ugav ha inoltre lamentato l’esclusione della categoria dal tavolo provinciale di confronto per la risoluzione del problema viabilistico, che il sindacato degli albergatori indicava nel miglioramento di strade già esistenti, unito al potenziamento dell’asse ferroviario e all’ampliamento a tre corsie dell’autostrada del Brennero.
L’eccessiva cementificazione ha rappresentato un ulteriore tasto dolente durante l’Assemblea dei soci Ugav. Pasotti non ha risparmiato toni duri: «Le seconde case consumano il territorio senza portare reali benefici alla collettività; è ora di smetterla con queste nuove costruzioni e pensare alla riqualificazione edilizia dell’esistente». E con particolare riferimento alla questione della lottizzazione di Albisano, ha aggiunto: «Questi complessi residenziali camuffati da attività turistico-alberghiere non sono regolari; non abbiamo bisogno di nuovi alberghi ma di maggiore qualità negli alberghi», e ha sollecitato politici e amministratori locali – tra cui le presenti amministrazioni di Malcesine, Brenzone, San Zeno di Montagna e Torri – a sostenere il sistema turistico in materia di finanziamenti per la riqualificazione e di abbassamento delle tassazioni.
Altre fonti di apprensione sono state infine individuate nel taglio del presidio della vigilanza costiera e nella presunta chiusura dell’ospedale di Malcesine: «Non possiamo permetterci di abbassare il livello di sicurezza né di rimanere senza un presidio sanitario adeguato per gli ospiti dell’alto lago» è stato il commento del presidente Ugav.

Gli obiettivi.
A livello nazionale, Federalberghi sta concentrando la propria attività nel tentativo di creare un ministero del turismo, al quale si aggiungono le richieste di politiche a sostegno del settore, il taglio della pressione fiscale e del costo del lavoro, la riduzione degli oneri burocratici.
Ma qual è la sfida a cui la crisi economica chiama le strutture ricettive, per la maggior parte a conduzione familiare, che nel complesso formano l’ossatura dell’offerta alberghiera gardesana nonché della base associativa dell’Ugav? La risposta sembra essere una sola: l’orientamento alla qualità, che si basa principalmente sulla soddisfazione dell’ospite. «Non basta più il mestiere, la tradizione che ha accompagnato generazioni di albergatori gardesani. Bisogna innovare, stare al passo coi tempi. Se abbassiamo i prezzi solo per competere con altre località ma a scapito della qualità, la battaglia è già persa in partenza» ha ammonito Pasotti, che ha individuato nell’impegno e nella passione per il lavoro alberghiero il segreto per affrontare la sfida: «Dobbiamo saper mettere a punto le nostre offerte, con proposte ad hoc per invogliare la clientela a sceglierci e a scegliere il Garda».
Un obiettivo che ha trovato il consenso e la condivisione da parte dell’assessore provinciale al Turismo Antonio Pastorello, il quale ha concluso invitando gli albergatori riuniti a non fermarsi alla visione della routine quotidiana, ma di «guardare oltre, crescendo in termini qualitativi per superare insieme la recessione, puntando al confronto con la categoria e alle sinergie con gli organismi di riferimento locali».

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Malcesine, ecco la nuova palestra

18 Novembre 2008 at 1:17 pm (Cronaca, Locale) (, )

i-ragazzi-delle-medie-allinaugurazione-della-palestraSvecchiata e più sicura. Sabato 8 novembre è stata inaugurata la palestra della scuola media di Malcesine, dopo i lavori di ristrutturazione che l’avevano costretta alla chiusura sei mesi fa.

«Credo che per i genitori sia importante sapere che i loro figli frequentano strutture sicure – ha esordito l’assessore ai servizi sociali di Malcesine, Livio Concini – l’amministrazione desidera ringraziare chi ha permesso di raggiungere questo traguardo, in primis la Regione Veneto, che ha stanziato 100mila euro di finanziamenti». Un ringraziamento che si è esteso alla direzione dei lavori per la rapidità di svolgimento dell’opera e per non aver creato disagi alla scuola. «Una palestra che, oltre ad essere della scuola, è utilizzata anche da società sportive e non – ha puntualizzato Gigliola Gabos, il dirigente scolastico – e quindi da questo rinnovo non può che trarre benefici in termini di promozione della salute, per ragazzi ma anche per adulti».

Un tema, quello della salute, che è stato proposto durante l’inaugurazione con un accento particolare sul problema della dipendenza da alcol e droghe. «Recenti ricerche condotte a livello europeo offrono dati sconcertanti, indici di quanto la piaga della dipendenza s’insinui a partire dall’età di 11 anni – ha spiegato il presidente dell’Acat Baldo-Garda, Elena Tommasi – per questo è importante educare i giovani su tali rischi e fare prevenzione già dalla scuola media».

La presenza dei sindaci delle due comunità di Malcesine e Brenzone e degli assessori competenti in materia di istruzione e politiche giovanili ha infine dato l’occasione per presentare alcuni progetti legati al riavvicinamento alla politica da parte dei giovani. «La scuola media è impegnata in un progetto che si realizzerà sui tre anni, durante i quali saranno approfondite di volta in volta le istituzioni del Comune, della Regione e dell’Europa – ha evidenziato il dirigente scolastico -. Sarà questo un modo per far capire ai ragazzi che le istituzioni, collegandosi tra loro, lavorano per il bene di tutti ed è quindi doveroso sentirle vicine». Una cerimonia conclusasi con la benedizione e l’augurio del parroco don Giuseppe Suman, seguito dal canto dell’inno nazionale interpretato dai ragazzi della scuola media.

Tra le associazioni locali e i numerosi enti che hanno partecipato all’inaugurazione, la Funivia, l’Associazione Albergatori, l’istituzione di promozione turistica Malcesine Più e la neonata Consulta giovanile comunale.

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Obama e il cambiamento

6 Novembre 2008 at 2:18 pm (Esteri) (, , , )

Dall’articolo di L.Caracciolo su Limes – mensile di Geopolitica:

obamaLa straordinaria vittoria di Barack Obama non cambia il mondo. Cambia la possibilità di cambiarlo. Il primo presidente nero degli Stati Uniti d’America non è stato solo eletto a grande maggioranza dal suo popolo, è stato virtualmente plebiscitato da gran parte del pianeta. La doppia legittimazione, domestica e globale, di un leader assai consapevole di sè e del proprio ruolo storico, redistribuisce le carte del gioco geopolitico su scala mondiale. E’ ancora presto per stabilire come. Ma certamente tutti i potenti del mondo, amici o avversari dell’America, stanno ricalibrando il proprio modo di approcciarsi alla principale potenza. Probabilmente la realtà abbasserà le aspettative che l’America e il mondo ripongono in Barack Obama. Dopo la notte della poesia ci saranno molti anni di prosa. Ci saranno, tra l’altro, ancora 77 giorni di Bush, nei quali può succedere di tutto con un’America con due presidenti, cioé nessuno.Il vincolo maggiore per il neopresidente degli Stati Uniti è lo schiacciante debito nazionale, che viaggia oltre i 10,6 trilioni di dollari. Un macigno che costringerà il “principe della speranza” ad accrescere ulteriormente lo stock di debito onde finanziare almeno parte dei progetti infrastrutturali e sociali necessari a mitigare gli effetti della recessione e ad avviare una moderata redistribuzione del reddito.

Il debito nazionale peserà anche sull’azione internazionale della nuova America. Obama sarà costretto a chiedere a tutti, ma in particolare agli “amici e alleati”, più soldi e più soldati per sostenere la leadership americana nelle guerre e nelle aree di crisi. Cominciando con l’Afghanistan, dove probabilmente Obama proverà a trasferire la “strategia Petraeus”, chiedendo però che all’aumento dei soldati contribuiscano questa volta anche gli europei.

Il 20 gennaio, quando Obama prenderà finalmente possesso della sua carica, non ci sarà più tempo per promesse e discorsi. Il nuovo presidente dovrà subito dimostrare al paese e al mondo di saper essere all’altezza della propria immagine. Molto dipenderà dalla sua squadra, cui in queste ore tutti (compresi molti repubblicani) ambiscono a partecipare.

In ogni caso, dopo Obama comincia un’altra, inedita pagina della storia americana. Se sarà anche un’altra pagina della storia mondiale non dipenderà solo dal leader appena plebiscitato, ma anche da noi.

 

Noi, sì. Che dobbiamo continuare ad avere il sogno, quel sogno di vera democrazia di parlava Martin Luther King alla sua nazione. Questo sogno:

 

And so even though we face the difficulties of today and tomorrow, I still have a dream.

It is a dream deeply rooted in the American dream.

I have a dream that one day every valley shall be exalted, and every hill and mountain shall be made low, the rough places will be made plain, and the crooked places will be made straight; “and the glory of the Lord shall be revealed and all flesh shall see it together.”

I have a dream that one day this nation will rise up and live out the true meaning of its creed: “We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal.”

I have a dream that one day on the red hills of Georgia, the sons of former slaves and the sons of former slave owners will be able to sit down together at the table of brotherhood.

I have a dream that one day even the state of Mississippi, a state sweltering with the heat of injustice, sweltering with the heat of oppression, will be transformed into an oasis of freedom and justice.

I have a dream that my four little children will one day live in a nation where they will not be judged by the color of their skin but by the content of their character.

I have a dream today!

I have a dream that one day, down in Alabama, with its vicious racists, with its governor having his lips dripping with the words of “interposition” and “nullification” — one day right there in Alabama little black boys and black girls will be able to join hands with little white boys and white girls as sisters and brothers.

I have a dream today!

 

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